Il lavoro non appartiene ad un'ideologia ma all'uomo

Intervista con padre Tarcisio Giuseppe Stramare, OSJ, direttore del Movimento Giuseppino

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di José Antonio Varela Vidal

ROMA, domenica, 29 aprile 2012 (ZENIT.org) - In preparazione alla solennità di San Giuseppe Lavoratore, che si celebra domani, 1° maggio, ZENIT ha intervistato padre Tarcisio Stramare, sacerdote degli Oblati di San Giuseppe. Padre Stramare è esperto di “giuseppologia” nonché direttore del Movimento Giuseppino.

Come si è passati dal 1° maggio, festa di lavoratori, alla festa di san Giuseppe lavoratore?

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare: La festa di san Giuseppe lavoratore, istituita il 1° maggio 1955, è ovviamente recente; da parte sua, Pio XII voleva rivendicare al lavoro e alla sua “festa” il loro originario significato e valore cristiano. Il lavoro, infatti, non appartiene ad una ideologia o ad un partito, ma all’uomo; per tale motivo esso è stato, in modo particolare, redento da Gesù, tanto che Giovanni Paolo II, nell’enciclica Laborem exercens ha usato l’impegnativa espressione di “Vangelo del lavoro”.

Potrebbe spiegarci l’espressione “Vangelo del lavoro”?

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare:“Vangelo” è il lieto annunzio che ha come oggetto Gesù, il salvatore dell’umanità. Ebbene, anche se siamo abituati a vedere Gesù come colui che insegna e compie miracoli, il lavoro lo ha talmente caratterizzato da farlo considerare al suo tempo come “il figlio dell’artigiano”, ossia artigiano lui stesso. Tra le tante attività possibili, la sapienza di Dio ha scelto per Gesù proprio quella del lavoro manuale, affidando l’educazione del suo stesso Figlio non alla scuola dei sapienti ma ad un umile artigiano, ossia a San Giuseppe.

Ma San Giuseppe non era discendente del re Davide?

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare: Certamente, e questa origine conserva tutta la sua importanza anagrafica per rivendicare a Gesù il titolo di Messia, anch’esso importante. Dal punto di vista sociale, tuttavia, Gesù ha voluto essere catalogato come “operaio”, nascendo da Maria, la sposa di Giuseppe, che era appunto “operaio”. Oltre al titolo davidico, indispensabile per il suo riconoscimento come Messia, Gesù ha ricevuto da Giuseppe la dimensione umana del lavoratore.

Con la festa di san Giuseppe lavoratore, Pio XII ha evidenziato praticamente l’importanza della dimensione sociale di Gesù, forse troppo nascosta dalla sua attività di maestro e taumaturgo. E’ così?

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare:Certamente la visione della missione terrena di Gesù diventa più vera e completa. Il lavoro, infatti, che è stato parte integrante dell’“esistenza” di Gesù, è parte conseguentemente anche della rivelazione cristiana. I Vangeli sottolineano espressamente “il fatto che colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere”. Questa circostanza è di grande importanza per la teologia dell’incarnazione, la quale insegna che Gesù si è unito alle realtà terrene non semplicemente allo scopo di manifestare la sua umanità, ma per “santificarle” attraverso di essa, secondo l’affermazione dei santi Padri: “Ciò che non è assunto non è santificato”. Poiché “il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra”, si comprende bene come Gesù non abbia scelto a caso proprio questa dimensione per qualificare il suo stato sociale.

Possiamo dire che il lavoro è stato “redento” ?

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare: Esatto, è proprio quanto afferma la definizione già ricordata di “Vangelo del lavoro”. “Il lavoro umano e, in particolare, il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio, esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento”. Quella stessa materia, che al momento della creazione era uscita docilmente dal nulla a un comando della Parola divina e che poi era diventata “maledetta”, a causa della disobbedienza di Adamo, si è finalmente incontrata, nella bottega di Nazaret, con la medesima Parola, fatta ora carne, Gesù, sottomesso alle leggi della natura e agli ordini di un maestro, ossia il carpentiere Giuseppe. L’artefice dell’universo ha veramente “lavorato con mani d’uomo”, santificando direttamente il lavoro umano.

San Giuseppe ha avuto, allora, un ruolo importante nella vita di Gesù!

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare: San Giuseppe è stato, nel piano della provvidenza divina, il necessario strumento della redenzione del lavoro, avvenuta proprio nella sua umile bottega, attraverso la missione che egli ha esercitato non solo accanto a Gesù, ma addirittura sopra Gesù, che “stava loro sottomesso”. “Questa ‘sottomissione’, cioè l’obbedienza di Gesù nella casa di Nazaret, viene intesa anche come partecipazione al lavoro di Giuseppe. Colui che era detto il ‘figlio del carpentiere’, aveva imparato il lavoro dal suo ‘padre’ putativo. Se la Famiglia di Nazaret nell’ordine della salvezza e della santità è l’esempio e il modello per le famiglie umane, lo è analogamente anche il lavoro di Gesù a fianco di Giuseppe carpentiere”. E’ stato certamente solo Gesù a redimere il lavoro; ciò è avvenuto, tuttavia, attraverso il ministero di Giuseppe: “Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione”.

Allora è chiaro: insieme al Redentore del lavoro, il quale non può essere che Gesù, la presenza paterna di San Giuseppe non poteva essere ignorata!

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare: Esatto. Nessuno tra gli uomini, dopo Maria, è stato tanto vicino alle mani, alla mente, alla volontà, al cuore di Gesù, quanto San Giuseppe. Lo sottolineava Pio XII, proponendo l’esempio di san Giuseppe ai lavoratori. Tenuto conto, infatti, che lo spirito del Vangelo affluisce dal cuore dell’Uomo-Dio in tutti gli uomini, “è certo che nessun lavoratore ne fu mai tanto perfettamente e profondamente penetrato quanto il padre putativo di Gesù, che visse con lui nella più stretta intimità e comunanza di vita e di lavoro”. Di qui l’invito dello stesso Pontefice rivolto ai lavoratori: “Se voi volete essere vicini a Cristo, ‘Ite ad Ioseph’, andate da San Giuseppe! L'umile artigiano di Nazaret non solo impersona presso Dio e la santa Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre provvido custode vostro e delle vostre famiglie”. Modello dei lavoratori, dunque, San Giuseppe, e anche loro speciale patrono.

Ma chi è allora veramente Gesù? Sotto quale aspetto lo dobbiamo considerare?

Padre Tarcisio Giuseppe Stramare: Gesù è innanzi tutto il Figlio di Dio e, perciò, Dio. Lo professiamo apertamente nel Credo e lo esprimiamo nel titolo di “Signore”, che premettiamo sempre ai nomi di Gesù e di Cristo. Durante la sua vita terrena, tuttavia, Gesù ha voluto essere conosciuto come “il Nazareno”, ossia originario di un paese disprezzato, e inoltre come “Galileo”, ossia appartenente a una regione periferica. Anche durante la sua vita pubblica, quando farà il Maestro, non verrà dimenticato, per denigrarlo, che egli era solo un operaio, “il figlio del falegname”, appunto. Umanamente parlando, Gesù era un “operaio” a pieno titolo. Nell’identità di “figlio di Giuseppe” erano inclusi “lo stato civile, la categoria sociale, la condizione economica, l’esperienza professionale, l’ambiente familiare, l’educazione umana”, come amava precisare il papa Paolo VI. Gesù, d’altra parte, non si è vergognato di rivestire la sua eccelsa dignità con l’umile condizione dell’operaio, pienamente consapevole che sarebbe stata per lui motivo di discredito. Pur potendo fregiarsi dei titoli più nobili, Gesù ha scelto volutamente per sé quello più comune, più largamente condiviso dalla condizione umana, ossia quello di operaio.