“Il martirio è sempre una scelta per la vita, non per la morte”; afferma il cardinal Sepe

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ROMA, lunedì 22 marzo 2004 (ZENIT.org).- “Non hanno cercato il martirio per fanatismo o per esaltazione personale, perché Dio non chiede questo, ma lo hanno considerato una eventualità possibile nell’accogliere la vocazione missionaria”.



Così il cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha detto a ”Fides” in una intervista per commemorare i 35 martiri tra Arcivescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici uccisi nell’anno 2003.

Il 24 marzo, anniversario dell'assassinio di Monsignor Oscar A. Romero, Arcivescovo di San Salvador (1980), si celebra la XII Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri: una iniziativa che il Movimento Giovanile Missionario delle Pontificie Opere Missionarie sta promuovendo in Italia dal 1993.

Secondo il dossier raccolto dall’agenzia Fides, aggiornato al 20 marzo 2004, il maggior numero di vittime è stato registrato nel continente africano, in particolare in Sudan, in Uganda, e nella Repubblica Democratica del Congo.

Subito dopo l’Africa segue per numero di martiri la Chiesa dell’America Latina, ed in particolare la Colombia.

”Il missionario è un testimone dell’amore, della carità e del Vangelo, - ha sottolineato Sepe - la sua è sempre una scelta per la vita, non per la morte”.

“I missionari - ha precisato il Porporato - sono consapevoli che la loro carità, vissuta in condizioni particolari, come possono essere i territori di prima evangelizzazione o i contesti di particolare tensione, degrado sociale, povertà estrema, può diventare pericolosa e può portare anche alla morte”.

“Attraverso la memoria del sacrificio dei missionari uccisi si rende oggi presente la passione e la morte di Gesù, ma sempre nell’attesa della sua gloriosa manifestazione e dell’avvento del suo Regno eterno di amore, di giustizia, di pace”, ha concluso infine il porporato.