"Il mio studio è come un orto... e io sono il giardiniere"

Joan Miró, al Chiostro del Bramante di Roma, sino al 10 giugno

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di Antonio D’Angiò

ROMA, sabato, 9 giugno 2012 (ZENIT.org).- E’ al primo piano della splendida struttura rinascimentale del Chiostro del Bramante di Roma il cuore della mostra “Miró! Poesia e luce”.

Vi è la riproduzione dello Studio Sert che Miró si fece costruire a Maiorca, terra di origine materna, nella seconda metà degli anni cinquanta, quando trasferì sull’isola iberica la propria residenza dalla natia Barcellona. Uno spazio architettonico che tenne conto anche della conformazione del terreno al fine di poter diventare un tutt’uno con la natura.

L’accesso a questo spazio espositivo, dove si possono ammirare oltre che tutta una serie di tele anche gli oggetti utilizzati dal maestro catalano, è anticipato e seguito da frasi che colgono il legame dell’artista con la natura.

Prima di arrivarvi troviamo quel “Il lavoro è la mia vita e la mia natura….” e appena dopo “il mio studio è come un orto…e io sono il giardiniere…”.

Durante il periodo di costruzione a Maiorca del nuovo atelier (Sert, dal nome del suo amico architetto catalano), Miró concentrò la propria attività sulla ceramica, sulla grafica e sulla realizzazione di due murali in ceramica per la sede parigina dell’UNESCO e, proprio per trarre ispirazione, visitò sia le pitture rupestri di Altamira, sia gli affreschi romanici catalani e, immancabilmente, l’architettura di Gaudì.

Alcune fotografie presenti lungo il percorso, oltre che filmati da seguire nella sala video, ci mostrano Miró nel suo studio mentre è all’opera.

Se, come detto, la riproduzione dello Studio Sert è il cuore della mostra, tutt’intorno sono esposte la gran parte delle ottanta opere che compongono la retrospettiva; quasi tutte realizzate nell’ultimo trentennio nel soggiorno sull’isola di Maiorca (dove morì il giorno di Natale del 1983), di cui 50 tele a olio e diverse sculture di terracotta e bronzo.

Molti di questi quadri sono chiamati “Senza Titolo”, come quello sulla copertina del depliant illustrativo, ma ben in vista sono gli altrettanto noti “Oiseaux” e “Femme dans le rue” entrambi del 1973.

La mostra, curata Maria Luisa Lax Cacho, è aperta al pubblico sino al 10 giugno, tutti i giorni dalle 10 alle 20, sabato e domenica sino alle 21.

Dopo la mostra su “Gaudì e la Sagrada Famila” che si è tenuta a gennaio e quella ancora in corso su Dalì aperta sino al 1° luglio (recensione su Zenit del 28 aprile), l’esposizione di Miró completa l’omaggio artistico che la città di Roma consegna alla terra catalana in questa prima parte del 2012.

E, per concludere, vogliamo ricordare l’altro omaggio congiunto fatto a Gaudì, Dalì e Miró da Sandro Modeo nel suo ultimo libro dedicato alla squadra di calcio del Barça nel capitolo introduttivo “Omaggio alla Catalogna” che offre, neanche tanto indirettamente, un'altra chiave di lettura della mostra romana su Miró:

“Quando tanti osservatori scrivono del Barça come espressione di –arte e scienza (alludendo alla fusione armonizzata di finezza tecnica e organizzativa tattica), di talento e disciplina – viene da pensare al remoto imprinting della regione: tutt’uno con quello aquitano-cantabrica, l’area della futura Catalogna è teatro, tra 18 e 10000 anni fa, di invenzioni tecnologiche (coltelli, bulini, archi) e di emozionanti capolavori di pittura rupestre. Meno famoso di Lascaux e Altamira, il sito di El Cogul – con le sue scene di caccia e i quarantadue profili di essere umani e animali – sembra l’antefatto ideale per artisti–scienziati come Antoni Gaudì, Dalì, Miró.”