Il modo "profondamente francescano" di Bergoglio di vedere la comunicazione

Mons. Celli e la prof. Giaccardi della Cattolica di Milano presentano in Sala Stampa vaticana il Messaggio del Papa per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 503 hits

“Profondamente francescano”: non c’è espressione migliore, secondo mons. Claudio Maria Celli, per identificare il primo messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali. Nella conferenza di presentazione in Sala Stampa vaticana, il presidente del Dicastero per la comunicazione ha posto in luce i punti chiave del documento che “si alimenta di proposizioni e temi” già espressi da Francesco in questi mesi di pontificato.

Il Messaggio richiama infatti i discorsi del Papa ai vescovi del Brasile e del Celam: una “piccola enciclica” – afferma Celli – in cui Francesco ha tracciato le linee guida su “come la Chiesa dovrebbe rapportarsi all’uomo di oggi”. E, naturalmente, la Evangelii Gaudium, uno dei “pochi documenti pontifici” ad aver dato pennellate cosi “incisive” sulla comunicazione e sul linguaggio.

Per il Capo Dicastero, il Messaggio offre riflessioni “che toccano da vicino l’essere, il comunicare”, significative per gli operatori della comunicazione e soprattutto per il “mondo laico". Il Papa, nella prima parte del documento, si rivolge infatti a quelli “che non hanno fatto un’opzione religiosa nella propria vita, ma che ugualmente sono chiamati a percepire o già sentono la profonda valenza umana del mondo della comunicazione”. E – sottolina il presule - ribadisce l’invito “a conoscersi meglio, ad essere più uniti”, ad abbattere "i muri che ci dividono” imparando gli uni dagli altri, in virtù di quella “cultura dell’incontro” che spinge ad un reciproco movimento di “dare e ricevere” .

“Comunicare bene ci aiuta a essere più ricchi”, rimarca mons. Celli, evidenziando anche i “limiti” della cultura digitale odierna, “che non giustificano un rifiuto dei media sociali, piuttosto ricordano che la comunicazione è una conquista più umana che tecnologica”. “Tutte le tecnologie rendono il mondo più piccolo”, osserva, ma al contempo rendono difficile il dialogo tra gli uomini, a scapito di “una certa comunicazione/comunione”.

Tuttavia, la chiave per comprendere il messaggio di Francesco va cercata nella seconda parte “di ispirazione evidentemente cristiana”, dove il Pontefice richiama la parabola del buon Samaritano per “riscoprire che comunicazione è favorire una prossimità”. Comunicare non è infatti una mera “trasmissione di dati e informazioni”, afferma il presule, “non è solo essere connessi”, bensì “avere consapevolezza di essere umani e figli di Dio”, e quindi “accompagnare la connessione ad un incontro vero”. Tra le persone e con Gesù Cristo.

E proprio sul tema dell’“incontro” si è incentrato l’intervento della prof. Chiara Giaccardi, della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un tema – osserva la docente – che ricorre in maniera “programmatica” per ben 30 volte nella Evangelii Gaudium ed è “fondamentale per rileggere la comunicazione”. La dimensione dell’incontro è, infatti, la più grande lacuna della comunicazione di accademici e giornalisti di oggi. Per questo, il Papa “tira le orecchie” a queste due categorie, vittime più degli altri di una “grossolana semplificazione e autoreferenzialità che porta ad una poca sensibilità, soprattutto verso i temi religiosi e le realtà più povere”.

La professoressa mette in chiaro, quindi, alcune indicazioni per interpretare il “mondo misto” della comunicazione sul web: innanzitutto, non attribuire all’“internet-centrismo” caratteristiche che non gli competono: “Il tecnologico – precisa Giaccardi - non produce l’antropologico”, la rete “non ci rende più socievoli o più asociali”, ma “produce un ambiente che dobbiamo essere capaci di abitare”. Non a caso il Papa parla di “responsabilità”.

Secondo la relatrice, il comunicatore deve essere innanzitutto “testimone”, cioè colui “che incontra perché è stato incontrato”, che “parla con la sua vita”, per cui “gesti e parole sono intercambiabili”. Una “caratteristica di stile”, questa, che rende Bergoglio un grande comunicatore: “La carezza del Papa al malato, ad esempio, richiama il suo costante invito alla tenerezza”. E a proposito di immagini, la bellissima figura del buon Samaritano serve a ricordarci che “comunicare è prenderci in braccio”. Con il suo gesto, rimarca la professoressa, questa figura evangelica supera la “banalità del male”, perché soccorre un uomo picchiato da altri, senza pensare “io non ha fatto nulla di male” e alimentare quindi “la globalizzazione dell’indifferenza”.

“Noi siamo liberi se rispondiamo ad un appello”, soggiunge, “sono libero se riesco nel mio gesto ad esprimere e onorare la più alta umanità che è in me”. “Prendersi cura”, in tal senso, “non è un gesto di magnanimità personale”, ma “entrare in un rapporto di reciprocità in cui dare e avere circolano”. Ed è proprio questa la “rivoluzione della tenerezza” che Francesco invoca costantemente, oltre che “il modo di comunicare” a cui oggi tutti sono chiamati, cristiani in primis.

Rispondendo infine ai giornalisti sull’invito del Papa alla “pazienza”, a recuperare, cioè, “un certo senso di lentezza e di calma” di fronte alla velocità dell’informazione del mondo globalizzato, mons. Celli ricorda la teoria di uno studioso americano secondo cui ‘internet rende stupidi’. “Questo è vero nel senso che per l’uomo di oggi è difficile valutare, ponderare, assimilare, tutto ciò che arriva dai media”, ammette. Di fatti, Benedetto XVI nel suo Messaggio per le comunicazioni sociali dello scorso anno invitava a recuperare la “dimensione del silenzio”, utile ad ascoltare sé stessi e gli altri.

L’invito alla “pazienza” del Santo Padre si pone dunque “in sintonia con tutto quello che è stato l'insegnamento della Chiesa”. E basta parlare di “relativismo”, esclama Celli, che è “è diventato quasi un cliché, quando si analizzano certi discorsi di Papa Francesco”. Secondo me, qui proprio è il capire che non è la dimensione della fede e del Vangelo che si relativizza, ma come ‘io’ vivo il Vangelo e vivo quella fede”.