"Il mondo ha bisogno di testimoni, non di esperti"

Mons. Gervasio Gestori ha nominato Don Giuseppe Manzini assistente dei gruppi nella diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto

San Benedetto del Tronto, (Àncora Online) Simone Incicco | 416 hits

Il vescovo della diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, monsignor Gervasio Gestori, ha nominato Don Giuseppe Manzini (Decreto 36 del 2013) assistente dei gruppi in diocesi. Nell’occasione riproponiamo un’intervista fatta a Don Giuseppe Manzini.

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Ci parli di lei. In particolare a quanti anni ha sentito la vocazione? Come è iniziato il suo percorso di fede? Come è stata la sua strada verso la sacerdozio?

Don Giuseppe Manzini: Sono nato a Porto San Giorgio, sono sulla soglia dei cinquant’anni e da venti sono sacerdote.

La fede mi è stata comunicata dai genitori, in modo semplice, con la testimonianza della loro vita.

Entrambi erano e sono praticanti, ma senza bigottismi né stranezze spiritualistiche.
Da adulto mi sono reso conto che mio padre e mia madre con la loro unità, la coerenza ideale dei loro giudizi ed un accompagnamento fedele e discreto sono stati il primo grande segno dell’amore di Cristo presente.

A quindici anni ho incontrato il movimento di Comunione e Liberazione ed in esso dei grandi preti, alcuni dei quali missionari in Brasile. Da questa amicizia al pensare di diventare prete anch’io, il passo è stato breve, semplice e naturale. La prima intuizione l’ho avuta a diciassette anni, ma, dietro consiglio di un amico sacerdote, sono entrato in seminario alla fine degli studi universitari.

Mi sono laureato in Lettere, seguendo un’antica passione per la letteratura, la storia, l’arte ed il desiderio, già presente quando avevo undici anni, di diventare insegnante.

Lei è membro della: “Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo”. Non tutti sanno quali sono i principi ispiratori, ce li potrebbe illustrare?

Don Giuseppe Manzini: Come dicevo, la mia vocazione è nata e maturata in seno al movimento di Comunione e Liberazione. Nel 1986, quand’ero prossimo alla laurea, chiesi a don Giussani, il fondatore del movimento, un consiglio per il mio futuro. Mi erano state fatte diverse proposte; in particolare S. E. Mons. Tarcisio Carboni, l’allora vescovo di Macerata, mi avrebbe voluto come prete nella sua diocesi.

A queste proposte Don Giussani aggiunse la sua: «Saresti disposto ad andare in missione? C’è per questo un seminario, a Roma». Risposi di sì e così conobbi don Massimo Camisasca e la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, nata appena un anno prima.

La Fraternità San Carlo è una Società di vita apostolica di diritto pontificio. Somiglia ad una congregazione, ma non lo è, perchè non siamo dei religiosi. Siamo una Fraternità di preti, più di cento (e una quarantina di seminaristi), inviati ovunque le necessità della Chiesa richiedano la presenza di sacerdoti.

Andiamo in qualsiasi parte del mondo, dall’Italia a Taiwan, dagli U.S.A al Kenya, certi che Cristo vuole e può incontrare chiunque e che l’incontro con Lui trasforma la vita. Viviamo in case composte di due, tre o quattro sacerdoti: lì, dal nostro essere accolti e amati come figli, impariamo ad essere padri. È dalla comunione vissuta che scaturisce la nostra passione missionaria.

Ha passato circa 10 anni in Canada come missionario. Cosa le è rimasto nel cuore di questa esperienza? E cosa l’ha spinta a tornare in Italia?

Don Giuseppe Manzini: Ho nel cuore gli amici, incontrati nel servizio parrocchiale e nell’insegnamento. Poi il paese, così vasto ed espressivo, nella sua natura, della bellezza di Dio. Ma innanzitutto Cristo, che mi è divenuto ancor più familiare attraverso la comunione intensa vissuta con alcuni e le grandi sfide incontrate in un contesto di grave scristianizzazione. Sono rientrato in Italia perché i miei superiori mi hanno chiesto di continuare a svolgere qui il mio servizio, in accordo con S. E. Mons. Gestori.

Ma la Chiesa non conosce il divorzio; così ogni legame vero, con degli amici, un popolo, una terra, dura per sempre; e s’incrementa, anche nella lontananza.

Curiosità: Vede delle differenze tra cattolici canadesi e cattolici italiani?

Don Giuseppe Manzini: Certamente ve ne sono, per storia e temperamento. Ma dovunque sono andato in questi venti anni ho sempre visto la stessa cosa: gli uomini hanno tutti le medesime grandi domande, lo stesso cuore desideroso di felicità vera e duratura. Niente, neppure la società secolarizzata canadese con il suo potente individualismo, può mettere a tacere il grido del cuore umano. E ovunque Cristo, incontrato attraverso i suoi testimoni, genera un nuovo modo di vivere e di pensare, radica la carità come sorgente di ogni rapporto e fa nascere il desiderio di comunicare a chiunque la stessa pienezza di vita.

Quali sfide educative dovrebbe affrontare la Chiesa?

Don Giuseppe Manzini: Credo che la sfida educativa sia unica per tutti, genitori, preti e insegnanti: mettere in gioco se stessi, comunicare se stessi. Quando entri in classe o quando predichi o incontri un malato o organizzi una gita, se non ci sei tu, se dici cose che non verifichi tu, se non comunichi lo sguardo che tu hai su tutto e tutti, allora puoi esporre i concetti più appropriati, fare esegesi perfette, dire frasi consolatorie, essere più efficiente della migliore agenzia di viaggi, ma non incontri nessuno, non sei significativo per nessuno. Il mondo ha bisogno di testimoni, non di esperti.

(Articolo tratto da Àncora Online, il settimanale della Diocesi di San Benedetto del Tronto)