Il pane della Parola e dell'Eucaristia

Intervista a monsignor Nicola Bux

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di Miriam Díez i Bosch

 

BARI, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il Sinodo sulla Parola potrà servire tra le altre cose, a chiarire cosa si intende per “unità del pane della Parola e dell’Eucaristia”, una espressione facilmente comprensibile da un teologo ma che può confondere i fedeli.

È uno dei commenti del teologo Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e per la Causa dei Santi e professore di Ecumenismo presso l’Istituto di Teologia di Bari.

Il teologo, che scrive abitualmente su questioni dottrinali per l’agenzia Fides, ricorda a ZENIT che quando parliamo delle Scritture è importante ricordare che il testo ha bisogno delle immagini e che le immagini devono essere insegnate maggiormente anche nelle catechesi.

Cosa si aspetta come teologo da questo Sinodo dei Vescovi incentrato sulla Parola di Dio?

Mons. Bux: Faccio un esempio. Nei Lineamenta del prossimo Sinodo pubblicati lo scorso anno si parla dell'unità del pane della Parola e dell'Eucaristia. Questa espressione che un teologo e un fedele ben preparato capisce, in realtà risulta incomprensibile ai più e tende a confondere.

Sappiamo che l'Antico Testamento dice che l'uomo deve nutrirsi della parola che esce dalla bocca del Signore, ma da quando questa parola è diventata carne nella persona divino-umana di Gesù tutto è cambiato: non esistono due parole e due nutrimenti, ma uno soltanto: la carne e il sangue di Gesù Cristo.

I padri dicevano che egli è verbum brevissimum. Altrettanto dicasi per l'espressione “due mense della parola e dell'eucaristia”, che poi in altri testi diventa “un'unica mensa”.

Nel nostro tempo i messaggi devono essere più che mai semplici, non ambigui e incomprensibili. Il cattolico deve sapere che la parola di Dio udita quando si legge la Scrittura è come il pregustare i preparativi di un pranzo, se poi non seguisse il pasto tutto resterebbe sospeso. Per questo ci nutriamo della Parola fatta carne che è il Signore. Senza il sacramento, la Parola non diventa solida ma resta aeriforme o liquida. Si può applicare a tale impostazione l'espressione di pensiero debole o liquido.

Dunque, personalmente auspico che il Sinodo dissipi tali ambiguità per il bene della verità cattolica.

I fedeli conoscono molto di più la Bibbia rispetto a 40 anni fa ma i testi sono ancora sconosciuti. Cosa si può fare, a livello di formazione teologica, per avvicinare ancora di più il testo sacro?

Mons. Bux: Si fa già molto, ma spesso vivisezionando i testi e ingenerando nelle persone l'idea che in fin dei conti siano uguali a qualsiasi altro testo storico o letterario. Provi a domandare chi ne sia l'autore: difficilmente sentirà rispondere: Dio. O, cosa sia l'ispirazione.

Poi, nella civiltà delle immagini e dei dvd si legge sempre di meno: bisognerebbe tornare a raccordare il testo con l'immagine sia nella catechesi che nella liturgia.

Le immagini infatti raccontano e sintetizzano le persone sacre e sante della storia della salvezza. Ma oggi in Occidente i fedeli, sull'esempio del prete, non degnano di uno sguardo le immagini in chiesa a partire dalla croce, anche perchè spesso sono brutte e collocate male.

Bisogna educare all'immagine onde far nascere il desiderio di accostarsi alla Scrittura. Il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica è esemplare in tal senso.

Quale è la sfida più grande di questo Sinodo, che ha anche un risvolto ecumenico?

Mons. Bux: Un mio amico sacerdote, che è teologo, matematico ed esperto in ermeneutica, mi fece notare che dinanzi alla secolarizzazione esterna e al relativismo teologico interno, in sostanza all'"ateismo dilagante" un po' dappertutto, nella Chiesa postconciliare sia mancato l'impegno per elaborare una metodologia integrale per lo studio della Sacra Scrittura.

Si è cominciato con il rifiuto assoluto dei metodi "moderni" ai tempi di S. Pio X (in base ad analisi, che oggi si dovrebbero riconoscere essenzialmente profetiche di ciò che avrebbe comportato lo studio della Scrittura "etsi Deus non daretur").

Poi, sotto Pio XII, l'apertura ("Divino afflante Spiritu") continua e si rafforza molto, successivamente. Ma non c'è stata alcuna integrazione tra l'insistenza sulle verità di fede, che si ritengono basate sulla Scrittura (nella Tradizione) e le metodologie "atee" (che escludono in partenza il soprannaturale).

Solo che, ogni volta che lo studio, diciamo storico-critico, rischia di oltrepassare i limiti fissati dalla fede, c'è il richiamo alla fedeltà. Ma si tratta di imporre limiti estrinseci, sottraendoci all'elaborazione di una metodologia integrale giusta e adatta all'oggetto.

Esempio: si potrebbe anche leggere un libro di testo di fisica nucleare con il metodo fatto per lo studio delle belle lettres, e qualche cosa se ne ricaverebbe, ma non è assolutamente il metodo adatto all'oggetto, nel caso. Così, si arriva, per es., pure al ripristino della "doppia verità", ad uno Schillebeeckx, che dice che crede nella concezione verginale di Gesù perchè lo insegna la Chiesa, ma che non la può ricavare dalla Scrittura (dove sarebbe solo dovuto ad un genere letterario o ad un intento teologico-pedagogico, e così via).

Schillebeeckx è stato pubblicamente richiamato, ma più o meno è proprio così che si insegna, effettivamente, nei seminari e nelle Facoltà di teologia circa tutto quanto di soprannaturale ci viene riferito nella Scrittura.

Ecco, ammettiamo e facciamo il massimo uso dei metodi di per sè "atei", ma sappiamo inquadrarlo in una metodologia integrale propria!

Se i cristiani d'Oriente e d'Occidente convergessero su questo...

Non potrebbe ad alcuni sembrare contraddittorio ribadire l'importanza delle Scritture e allo stesso tempo mettere in atto il "Summorum Pontificum" dove la Sacra Scrittura non ha il posto che il Concilio Vaticano II le ha assegnato?

Mons. Bux: Si sostiene che il rito postconciliare sia più ricco di letture, di preghiere eucaristiche, mentre il messale di Pio V è povero, poco accurato. E' una tesi anacronistica perché non tiene conto della distanza di quattro secoli; sarebbe come accusare analogamente i sacramentari anteriori di alcuni secoli a quello di Pio V.

Inoltre si dimentica che le pericopi di questo messale si sono formate sulla base degli antichi capitolari con epistole, come il Liber comitis di san Girolamo datato al 471 o con pericopi evangeliche; una tradizione comune all'Oriente, come attesta ancora oggi la liturgia bizantina.

E poi, l'attenzione dei fedeli dura più a lungo e trattiene di più se la lettura è breve. Un po' come nella liturgia delle Ore. Dunque non v'è nessuna contraddizione.