Il Papa auspica la vittoria del "vero Concilio" su quello "virtuale"

Con una "chiacchierata" sul Vaticano II, Benedetto XVI si congeda dal clero della Diocesi di Roma

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1901 hits

Per l’ultima volta Benedetto XVI, in qualità di Vescovo di Roma, ha incontrato il clero della sua diocesi. I parroci romani sono stati ricevuti stamattina dal Papa in Aula Paolo VI, accompagnati dal cardinale vicario, Agostino Vallini, e dai vescovi ausiliari.

Il Santo Padre è stato accolto sulle note del Tu es Petrus di Pierluigi da Palestrina, il più appassionato inno mai scritto in onore del Romano Pontefice.

“Grazie per il vostro affetto, il vostro amore per la Chiesa e per il Papa”: sono state queste le prime parole rivolte da Benedetto XVI ai sacerdoti della Diocesi di Roma, il cui ultimo incontro è stato definito dal Papa un “dono della provvidenza”.

Il clero romano, ha proseguito il Papa, è “un clero realmente cattolico, universale” e ciò “risponde all’essenza della Chiesa di Roma in sé”. La capitale della cristianità, ha affermato il Papa, è chiamata ad essere una città dalla “robusta fede”, in grado di produrre numerose vocazioni.

“Anche se mi ritiro adesso, in preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche tutti voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto”, ha detto il Pontefice prima di introdurre il proprio discorso sul Concilio Vaticano II, vissuto dal giovane sacerdote e teologo Joseph Ratzinger. Un discorso a braccio, ha precisato il Santo Padre, quasi una “piccola chiacchierata” sull’evento conciliare.

Benedetto XVI ha ricordato che la sua convocazione come perito conciliare avvenne per iniziativa del cardinale di Colonia, Josef Frings, il quale, prima ancora dell’apertura del Concilio, aveva invitato il giovane Ratzinger a seguirlo a Genova, per assisterlo in un ciclo di conferenze organizzato dal cardinale Siri.

L’esperienza conciliare, accompagnata in tutta la Chiesa da una “aspettativa incredibile”, fu vissuta da Joseph Ratzinger “con gioia” e “con entusiasmo”. Il mondo cattolico sperava seriamente in una “nuova Pentecoste”: sebbene la Chiesa dei primi anni ’60 fosse “ancora abbastanza robusta” e con una “prassi domenicale ancora buona”, le vocazioni già iniziavano a ridursi e si aveva la sensazione di una Chiesa che “non andava avanti”, che doveva rinnovarsi.

Il Santo Padre ha ricordato gli incontri tra le personalità ecclesiastiche del tempo, i confronti e gli approcci con “grandi figure come padre de Lubac, Danielou, Congar”. Si trattò, ha sottolineato, di “un’esperienza della universalità della Chiesa e della realtà concreta della Chiesa, che non semplicemente riceve imperativi dall’alto, ma insieme cresce e va avanti, sempre sotto la guida – naturalmente – del Successore di Pietro”.

Dal momento che “mai era stato realizzato un Concilio di queste dimensioni”, gli episcopati mondiali si mostravano più che mai motivati a portare avanti ciascuno le proprie riforme, il particolare la cosiddetta “Alleanza Renana” dei vescovi francesi, tedeschi, belgi e olandesi.

Tra i principali obiettivi e temi di discussione figuravano la “riforma della liturgia”, la “ecclesiologia”, la “Parola di Dio”, la “Rivelazione” e l’“ecumenismo”.

La questione liturgica risiedeva soprattutto nella divaricazione allora esistente tra i sacerdoti che celebravano secondo il Messale Romano e i fedeli laici che “pregavano nella Messa con i loro libri di preghiera”. Si cercava, dunque, una sintesi che mettesse in atto “un dialogo tra sacerdote e popolo”, in modo che la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo divenissero “un’unica liturgia, una partecipazione attiva”.

La preminenza della liturgia nelle discussioni conciliari fu un fatto “molto positivo”, quasi un “atto di Provvidenza”, ha affermato Benedetto XVI, poiché in questo modo “appare il primato di Dio”.

Altra idea essenziale sviluppata dal Concilio fu “il mistero pasquale come centro dell’essere cristiano”, espresso “nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Resurrezione”. È un “peccato”, quindi, ha proseguito il Santo Padre, che “oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è il primo giorno, è l’inizio”.

Venendo al tema specifico della liturgia, Benedetto XVI ha sottolineato che la “partecipazione attiva” in una lingua parlata quotidianamente e la “intelligibilità” non devono scadere nella “banalità”, poiché la liturgia deve aiutare il cristiano ad entrare “sempre più nella profondità del mistero” e a comprenderlo.

Non basta, quindi, che la Parola di Dio, per essere compresa da qualcuno, sia “nella propria lingua”: è necessaria una “formazione permanente del cuore e della mente” che renda la partecipazione liturgica una vera trasposizione del fedele nella “comunione della Chiesa” e nella “comunione con Cristo”.

Sul piano ecclesiologico fu importante la riscoperta del concetto di “corpo mistico di Cristo”, ovvero la Chiesa intesa non come “organizzazione” istituzionale ma come una “realtà vitale, che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale”.

Sul tema della successione apostolica di Pietro, e sul controverso argomento della “collegialità”, Benedetto XVI ha spiegato che “solo un vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato apostolo, di Pietro”, mentre tutti gli altri, “diventano successori degli apostoli entrando nel corpo che continua il corpo degli apostoli”. Il “collegio”, pertanto, è “la continuazione del corpo dei Dodici”.

Il Santo Padre ha poi concluso con l’auspicio che, con l’aiuto dello Spirito Santo, “questo Concilio vinca”. Un augurio non scontato, dal momento in cui, come ha sottolineato Benedetto XVI, da cinquant’anni sussiste la dialettica tra il “Concilio reale” e il “Concilio virtuale”, tra il “Concilio dei padri” e il “Concilio dei media”.

Il mondo, infatti, “ha percepito quello dei media, e non quello dei padri”. Il vero Concilio fu infatti un “Concilio della fede” che cercò di “comprendere i segni di Dio e di rispondere alle sfide”, mentre il Concilio ‘parallelo’, quello dei giornalisti si prestò alla “banalizzazione” dell’evento, riducendo il Concilio a una “lotta politica” e “di potere” tra i diversi poteri della Chiesa.

Tale fenomeno “ha creato tante calamità, problemi, miserie. Seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata”. Tuttavia, sebbene finora “il Concilio virtuale è stato più forte del Concilio reale”, quest’ultimo è sempre stato presente e “sempre più si realizza come vero rinnovamento della Chiesa”.