Il Papa contro l'usura

La finanziarizzazione dell'economia esaspera tutti i conflitti del mondo attuale

Roma, (Zenit.org) Alfonso M. Bruno, F.I. | 331 hits

Gli osservatori, specialmente i più superficiali, tendono a mettere in rapporto le parole del Papa con l’attualità, anche quando il Pontefice non vi fa esplicito riferimento o quando la loro contestualità con i fatti di cronaca è puramente casuale. Tuttavia, certe coincidenze non possono fare a meno di essere rilevate.

In questi giorni, domina le cronache il caso dell’Electrolux, una multinazionale svedese che ha posto gli operai dei suoi stabilimenti italiani davanti a questo ricatto: o accettano una riduzione di stipendio, che porterebbe le loro retribuzioni al livello dell’Europa Orientale, oppure vengono tutti licenziati. Se si tiene conto che il costo della vita in Italia è più alto di quello dell’Est, ne risulta che ci attende un futuro polacco, romeno o ancor peggiore.

Le statistiche, dal canto loro, rilevano in Italia una piccola minoranza sempre più ricca ed una massa in rapido impoverimento, mentre la proprietà della casa, risorsa tipica dei nostri connazionali  provvidenziale nei periodi di crisi, sta per la prima volta diminuendo: si diffonde infatti il fenomeno di chi è costretto a venderla per fare fronte ai debiti, e vi rimane come inquilino.

Il Papa si è scagliato contro l'usura, nell’udienza generale di mercoledì scorso, e certamente – al di là di quanto possono suggerire le notizie di cronaca o i diversi dati statistici – egli ha presente il fenomeno di impresta di denaro a tassi esorbitanti. Questa, però, è soltanto l’usura per così dire spicciola, mentre siamo davanti attualmente ad un fenomeno ben più vasto, che coinvolge anche chi non è costretto a prendere soldi a prestito.

Da quando l’umanità ha iniziato, per mandato di Dio, l’opera consistente nel trasformare l’ambiente, continuando l’opera del Creatore, la storia è stata tutta un susseguirsi di accumulazione e di reinvestimento delle risorse: l’agricoltore che cedeva quanto del suo prodotto risultava in esubero rispetto alle necessità proprie e della famiglia, usava il ricavato per mettere a coltura nuove terre.

Tutta la vicenda storica prende origine da questo semplice meccanismo: l’invenzione della scrittura per contare il prodotto, delle città come luogo di scambio, dell’artigianato come fabbricazione di attrezzi per l’agricoltura e di utili per la conservazione dei cibi, del denaro come strumento per il commercio. Lo stesso avvento dell’industria è collegato, al principio, ad una evoluzione dell’artigianato dei tessuti vegetali e animali, da cui proviene il successivo sviluppo.

Anche l’attività finanziaria ha la stessa radice: la banca nasce come soggetto cui si affida il proprio guadagno, e che con esso finanzia quanti intraprendono una nuova attività; questa intermediazione viene retribuita con un guadagno per il banchiere, costituito dal tasso di interesse. Quando però questo guadagno diviene sproporzionato, esso costringe il debitore a cessare la sua attività, e la banca – che in origine era uno  strumento per l’incremento della produzione – diviene causa della sua decrescita.

Non si tratta dunque di una critica, da parte del Papa, della società mercantile, né della società capitalista in quanto tale, ma della sua degenerazione per cui – ed è la prima volta che ciò accade nella storia umana – risultando più conveniente per il banchiere investire in un’altra banca anziché sostenere una attività produttiva – le si nega “a priori” il credito, dato che non risulta più conveniente, per quanto solide siano le garanzie offerte dal debitore e per quanto sia seria e promettente l’attività che egli svolge.

Per la prima volta nella storia dell’umanità, si smette dunque di reinvestire nella produzione. La quale, di conseguenza, diminuisce. Le conseguenze di questo cambiamento in negativo sono diverse, e tutte nefaste. In primo luogo, un tempo si arricchiva più degli altri chi riusciva a produrre di più: oggi, paradossalmente, conviene produrre di meno, dedicandosi alla speculazione finanziaria.

Ciò causa la diminuzione dell’insieme dei beni immessi sul marcato, e ne fa aumentare il prezzo, in base alla legge della domanda e dell’offerta. Inoltre, la restrizione dell’attività produttiva elimina dal mercato molti consumatori, destinandoli alla miseria. A loro volta, i superstiti dipendenti devono accontentarsi di retribuzioni minori, ed il loro potere di acquisto diminuisce. I produttori hanno allora sempre meno interesse a produrre, ed i commercianti hanno sempre meno interesse a vendere: chi ha abbastanza denaro da investirlo nelle speculazione prospera, mentre gli altri si impoveriscono, siano esso datori di lavoro o dipendenti.

Marx non aveva previsto questo fenomeno: la sua “profezia” si basava anzi sulla contraddizione tra l’espansione della produzione, causata dallo sviluppo tecnologico, ed il mantenimento dei salari operai al solo livello della sussistenza fisica dei lavoratori. I quali si sarebbero inevitabilmente ribellati per partecipare alla ripartizione del frutto del loro lavoro. Neanche il più spietato tra i critici del capitalismo aveva dunque previsto un disastro simile a quello cui assistiamo, che consiste nella diminuzione del prodotto, anziché nel suo aumento!

I “padroni delle ferriere” dell’Ottocento contrastavano le rivendicazioni salariali degli operai, ma si preoccupavano di fabbricare di più: i capitalisti di oggi non si pongono nemmeno questo problema. La diminuzione della base imponibile priva a sua volta lo Stato delle risorse necessarie per mantenere il “welfare” e quel grande meccanismo di assistenza solidale che fu definito dal socialista Jacques Delors la migliore eredità dello spirito cristiano europeo viene progressivamente demolito, lasciando la gente senza protezione.

Qualcuno – guarda caso gli stessi  soggetti che dicono di credere nella capacità di autoregolamentazione del capitalismo – suggeriscono di smantellarlo del tutto: in questo modo, attratti dalla sparizione dei contributi sociali, quanti hanno del denaro tornerebbero ad investire: questa è la sostanza del piano per il lavoro di Renzi.

A parte il fatto che da un soggetto “di sinistra” ci si aspetterebbe qualche premura per i costi sociali dell’operazione, siamo davvero certi che le risorse finanziarie così liberate saranno destinate alla produzione?

Non sarebbe più sicuro l’effetto di rianimazione dell’economia se si varasse un grande piano per restaurare il patrimonio storico ed artistico ed uno per mettere in sicurezza il territorio italiano, colpito da catastrofi naturali sempre più gravi e frequenti?

Roosvelt, che per molto tempo fu considerato il campione della sinistra occidentale, si preoccupò  di varare un grande piano di lavoro in questo settore, di cui la “Tennessee Valley Authority” fu l’esempio migliore.

Da notare che il Professor Serra, cioè il “Ministro – ombra” dell’Economia di Renzi, attualmente impegnato nella City di Londra, ha espresso plauso per l’iniziativa della Electrolux, scavalcando a destra gli stessi seguaci di Berlusconi.

Ci voleva il Papa, che non parla come economista – quale non è – ma nemmeno si esprime in termini soltanto moralistici, per dire che abbiamo preso una piega sbagliata?

E poi c’è un ultimo effetto perverso di questa tendenza. Quando imperversavano le grandi ideologie, per quanto sbagliate nella loro pretesa di “reductio ad unum” del mondo, qualche battaglia giusta fu combattuta: senza il cosiddetto “autunno caldo” del 1969, avremmo mantenuto dei livelli salariali scandalosamente bassi, e i lavoratori sarebbero stati esclusi dai benefici di un ricostruzione realizzata soprattutto con i loro sacrifici.

La prima battaglia di quella stagione fu vinta sul tema delle cosiddette “gabbie salariali”, per cui un lavoratore di Napoli, a parità di categoria, di anzianità e di qualifica guadagnava meno del collega di Torino: con tanti saluti al principio costituzionale dell’eguaglianza.

Oggi, a Pomigliano d’Arco si restaura il sistema vigente fino al 1969, e – quanto è più grave – si presenta questo ritorno al passato come un”progresso”: progresso verso che cosa? Valletta guadagnava trentacinque volte di più di un operaio specializzato della FIAT; Marchionne guadagna centinaia di volte di più. Inoltre, al tempo di Valletta, il salario dei dipendenti crebbe in termini reali, mentre con Marchionne diminuisce. Renzi, in qualità di successore di Togliatti, non ha nulla da obiettare al riguardo? Anche qui è il Papa che fa le veci di coscienza critica del sistema. Ed infine, la guerra tra i poveri si sovrappone, aggravandoli, ai conflitti identitari. 

Un tempo, quando un gruppo industriale entrava i crisi, i dipendenti giungevano a protestare a Roma tutti insieme, Settentrionali e Meridionali: anche questo era un modo per sentirsi uniti e solidali, per riconoscersi nella stessa causa. Il fatto è che abbiamo perduto la capacità di considerare i problemi nella loro dimensione mondiale, e così ci si accanisce elle cure sintomatiche, senza aggredire il male alla radice. L’unico soggetto capace di uscire da una visione angusta e provinciale, parlando a nome di tutti, è rimasto il Papa.