Il Papa e l'inquisitore: due facce della stessa medaglia?

Bergoglio riscatta la tradizione gesuitica presente nei fratelli Karamazov? Resta aperto l'eterno dilemma tra libertà/libero arbitrio e obbedienza/sottomissione

Roma, (Zenit.org) Maria Luisa Spinello | 567 hits

Nella tradizione cristiana, le figure di rilievo hanno sempre  dovuto condurre una linea, tracciare un sentiero, che, come pietre miliari, avrebbero poi ceduto il passo a chi, dopo di loro, avrebbe potuto o dovuto trovare il senso del proprio cammino.

La storia ci conferma che i grandi personaggi della fede cristiana, da Saulo di Tarso ad Agostino di Ippona, erano uomini che avevano perseguito la via della verità e della giustizia, uomini illuminati dalla ragione: si erano creati il proprio senso nel mondo, senza la luce di Cristo.

Eppure questi uomini brillanti, che non avevano fatto i conti con il bel pastore, si erano dovuti poi ricredere, quando, nel bel mezzo delle loro esistenze, era piombato Cristo, che aveva rimescolato le carte e cambiato le sorti del loro destino.

Da persecutori a promotori: questo è ciò che era successo anche a Fëdor Michajlovič Dostoevskij, amante della coscienza laica e dei movimenti fuori dalla Chiesa, che, nel bel mezzo della sua vita, e sul finire della vita del suo figlio più piccolo, incontra Gesù Cristo e se ne innamora.

Eppure, nella sua opera celeberrima, salta agli occhi l’assonanza tra una figura simbolo, La Legenda Del Grande Inquisitore, che anima tutto il capitolo 5 de I Fratelli Karamazzov, e il nostro attuale Pontefice, papa Francesco.

All’interno de I Fratelli Karamazzov, opera scritta da Dostoevskij, che simboleggia l’estrema sintesi dell’incontro tra il tema del male del mondo, l’espiazione e la redenzione, trova piena luce uno dei nodi mai risolti dell’umanità: l’ateismo e la presenza del male nel mondo.

Ne risponde una figura che fa da antagonista alla grande cornice dei quattro fratelli del romanzo: Ivan, il grande ateo che cerca di illuminare con la ragione il giovane fratello seminarista Aljosa che, alla morte del suo maestro starec, non sa come reagire.

Nella coscienza del giovane ateo - anzi, dalla sua fantasia - esce un personaggio che sembra non distaccarsi dalla figura che poi, nei secoli, è emersa, a causa di alcune storie avvicendatesi nel Quattrocento, conosciute anche come il “secolo oscuro”.

Nella retrospettiva di un’inquisizione, nelle pareti strette della coscienza del periodo più tetro e difficile della storia del cristianesimo, emerge una figura simboleggiata da Dostoevskij, come l’esempio del vertice del bene che si sostituisce alla verità.

Eppure nella vicenda narrata da Dostoevskij, contestualizzata dal protagonista Ivan che, sulla falsa riga di una narrazione fuori dal tempo, riprende ciò che da sempre è sorto, sia nella Chiesa che nell’uomo: il ragionevole dubbio sul senso della vita umana, della fede e del libero arbitrio.

Eppure, in un’ambientazione da sedicesimo secolo, in una fede che rimane nel cuore in ciò che egli dice[1], dopo quindici secoli dalla venuta di Cristo, il diavolo non dorme e l’umanità aveva cominciato a dubitare della verità dei miracoli del Cristo.

Proprio allora era apparsa nel Nord, in Germania, una terribile eresia. Un’enorme stella “simile ad una fiaccola” (cioè alla Chiesa) è caduta sulle sorgenti delle acque, ed esse sono diventate amare. Questi eretici si misero a negare empiamente i miracoli… ed ecco lui nella sua grande misericordia, volle scendere fra loro (...).

Diciamo che un parallelismo appare più che mai necessario. In un periodo come il 2012, dove la Chiesa attraversa un periodo di forte oscurità, con la rinuncia di Benedetto, in questo punto di snodo, come appare chiaro, in un momento di crisi, avviene il miracolo, attraverso la figura di un gesuita, Bergoglio, che grazie alla sua personalità fortemente umile e umilmente forte, sottrae ogni ragionevole dubbio su complotti e antichi regimi e restituisce un’immagine della Chiesa che mai era risultata tanto umana da tempo immemorabile.

Il paragone con un altro gesuita, diverso da Bergoglio, avviene tra le righe di Dostoevskij. Egli modula il suo personaggio dell’inquisitore, lo colloca in maniera eccellente all’interno della nostra narrazione, mettendolo in luce e a paragone di Cristo, proprio a Siviglia, città dove l’inquisizione è  stata più severa, dove ogni giorno venivano arsi migliaia di eretici.

La scena colloca un ritorno di Gesù, molto silenzioso ed enigmatico che,  pur senza dire una parola, viene riconosciuto. Eppure questo Cristo, che guarisce e risuscita, incontra l’inquisitore in persona, un vecchio gesuita di novant’anni.

L’elemento cruciale, che crea connessione tra il nostro pontefice e il vecchio inquisitore è di certo legata, nell’ottica di Dostoevskij, alla visione tradizionale dei gesuiti, alla loro immagine indomita, intransigente e molto austera, a ciò che questo ordine ha tratto da sé nei secoli, a ciò che ha saputo trasmettere, attraverso le controversie e le vicende che li hanno sempre collocati ai vertici della Chiesa.

La scelta stilistica di Dostoevskji è quella di restituire una visione del nostro inquisitore, nel suo umile ed austero saio. Pur nella sua umiltà e povertà, l’inquisitore riesce comunque a domare il popolo, conserva una certa autorità. L’elemento che colpisce di questa figura è proprio il potere che egli ha sulla folla e sul Cristo che fa imprigionare immediatamente.

Eppure il motivo della prigionia che l’inquisitore fa del Cristo ha una radice sottile. “Tu non hai diritto di aggiungere nulla a quello che hai già detto. Se vuoi, questo appunto è il tratto più caratteristico del cattolicesimo romano, almeno secondo me. Tu hai trasmesso tutto al Papa, perciò puoi anche non venire; oppure, se non altro non venirci a disturbare prima del tempo”, tuona l’inquisitore a Cristo, che ribatte: “qualunque cosa tu ci rivelassi ora sarebbe un attentato alla libertà di fede degli uomini, perché apparirebbe come un miracolo, e la loro libertà ti è sempre stata cara. Questa faccenda noi l’abbiamo portata a termine”[2].

In realtà l’inquisitore pone a Cristo il grande dilemma del mandato petrino, del suo vicariato, dell’infallibilità del papa, del dogma della verità di fede. Essi sono tuttavia problemi che attagliano questo compito: la possibile rinuncia, la responsabilità del servizio, la corresponsabilità del peccato e il gravoso fardello della libertà, che permette all’uomo di scegliere la salvezza in ogni istante della propria vita.

Il grande e ragionevole discorso dell’inquisitore - o meglio della coscienza laica di Ivan (il fratello maggiore dei Karamazov) – dove la libertà è un valore superiore alla fede stessa. Infatti, se tornasse Cristo, non esisterebbe più la fede, poiché la sua stessa presenza sarebbe un’evidenza.

Dovremo quindi valutare con attenzione la genialità del nostro personaggio: il nostro Inquisitore appartiene all’ordine gesuita. L’intuizione di Dostoevskij è quella di aver paventato una correzione dell’opera di Cristo (l’inquisizione), attraverso la quale era stato ristabilito  l’ordine, solo grazie alla soppressione della libertà data agli uomini, scegliendo così di sfamare i deboli e facendo tacere il libero arbitrio. Quindi la grande eresia e la perdita della fede venivano tamponate dall’ordine e dalla perdita del libero arbitrio stesso.

Ma l’immagine nitida ed esasperata che Dostoevskij staglia dei gesuiti, sembra non distanziarsi, poi, dalla loro reale natura o, perlomeno, dall’immagine che se ne è tratta nei secoli: rigidità, austerità, morigeratezza e obbedienza.

Eppure il nostro romanziere russo lancia una grossa provocazione a quest’ordine religioso che, nei secoli, si è fatto strada proprio a Roma. Ancora una volta è una confessione che l’inquisitore fa a Cristo: “ci sono stati grandi popoli che hanno conquistato, ma noi accetteremo la spada dei cesari, tu accettando la porpora di cesari avresti fondato il regno universale, a cui spetta di dominare gli uomini se non a coloro che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane? Certo apprezzeranno e poi si sottometteranno! E finché gli uomini non avranno capito questo non saranno felici”[3].

Sotto le spoglie della leggenda, nell’intreccio storico e doloroso di uno dei periodi più oscuri del cattolicesimo, Dostoevskij pone sotto i nostri occhi, in una visione quasi profetica, uno dei momenti di svolta e di riflessione del nostro secolo. Tra obbedienza secolare, libero arbitrio e felicità, si insinua il terzo elemento: le tre tentazioni, che Gesù rifiuta, il compromesso con il mondo rappresentato da Miracolo, Mistero, autorità[4]. Il grande dilemma appare ancora una volta il compromesso tra la società civile, il bene comune, la libertà e l’unione universale.

Come può, quindi, coniugarsi l’animo del gesuita del nostro vertice descritto nei secoli, con quello dello stesso seminarista che si ribella al fratello e ribadisce: “chi ti crederà a proposito della libertà? È forse così che va intesa? È forse quello il concetto dell’ortodossia? Quella è Roma e neppure tutta Roma, ho sbagliato… quelli sono i peggiori dei cattolici, sono gli inquisitori, i gesuiti! E poi un personaggio fantastico come il tuo inquisitore non può esistere, noi conosciamo i gesuiti, si dice molto male di loro ma non come li rappresenti tu, loro sono l’armata di Roma, per il futuro impero universale in terra, col pontefice romano in testa come imperatore… ecco il loro ideale, ma senza nessun mistero e nessuna nobile tristezza”[5].

Eppure, tra la forte provocazione di Dostoevskij, che lascia che queste dolorose affermazioni non provengano dalla bocca dell’ateo Ivan, vi è la grande verità della difficoltà dell’integrità del cammino verso la verità, del sacrificio e del peso responsabile e gravoso del libero arbitrio.

Stesso peso e carico che si unisce alla corresponsabilità universale delle scelte, sostituendo al “tutto è permesso” della morale laica, il principio morale del “tutti siamo responsabili di tutto”.

All’interno del nostro attuale contesto ecclesiale, di un gesuita che con umiltà indossa il suo saio, che sostituisce il suo zuccotto con quello degli altri, che fa la fila, che percorre il sentiero a piedi, ci ricorda che la santità è un appello universale di salvezza, ma la santità è un cammino austero e tortuoso, pieno di dubbi e di sacrifici che, uniti alla sofferenza, rendono alla vita il merito di essere un sentiero verso il Cristo.

Credo che, anche nel chiaroscuro del nostro inquisitore, Dostoevskij creda e sottolinei come, al contrario, l’inquisitore stesso abbia scelto di eliminare i sassi della libera scelta, per accogliere il mondo nel progetto ecclesiale di salvezza.

Il nostro oscuro inquisitore, pur mantenendo l’insana provocazione di eliminare Gesù (che considera un’evidenza e una verità scomode),  mantiene la sua aurea di positività. Certo, è ragionevole il dubbio sulla scelta dell’inquisitore gesuita, ma di certo sembra raffigurare l’ordine di cui la Chiesa fa uso nei periodi di grave crisi necessità.

Seppure azzardato in prima battuta, il nostro paragonarlo a Bergoglio non è così scontato ma nasce da una acuta assonanza tra le due personalità. Oserei dire che gesuiti si nasce, in quanto gli sforzi e il controllo di sé  (l’inquisitore molto austero aveva scelto anche lui di cibarsi di locuste e radici[6] nel deserto, ma aveva compreso che il martirio è l’unica via e non è facilmente percorribile da tutti) vengono sempre uniti al grande amore per l’umanità. L’inquisitore della leggenda sceglie di sacrificarsi per l’umanità, addossandosi il peso della libertà degli uomini, per alleggerirli del peso delle proprie scelte.

Trovo che un paragone tra il nostro “candido” e stupefacente Bergoglio, possa sconcertare, se accostato al grande inquisitore, ma ricordiamo che l’austerità e la morigeratezza sono una caratteristica del loro ordine.

Da non confondere con l’oscurantismo e la censura, la scelta umile del servizio di Bergoglio, credo ricordi, anzi, come la forza risieda nell’accettazione dei propri limiti e delle proprie responsabilità, senza cadere nel fanatismo e nella confusione. Nei periodi di crisi, sembrerebbe funzionare, quindi, la formula gesuitico-monastica: fa tornare l’ordine e riconduce la riflessione all’essenziale.

Il nostro papa Francesco, per qualche verso, si è ritrovato all’interno di una situazione storica paragonabile solo al secolo oscuro, con la perdita del senso della fede, ed anche del miracolo, e la perdita della credibilità nell’istituzione. Una retrospettiva storica è doverosa e di certo il merito di papa Francesco è quello di avere restituito credibilità e essenzialità alla Chiesa, al rito e alla fede.

In diverse occasioni egli si è vestito solo dei suoi limiti e della povertà dell’essere a servizio del popolo di Dio. Ci ha ricordato più volte che la via che conduce a Cristo può essere percorsa, ed egli con la sua persona ne traccia un sentiero le cui orme vengono rese visibili anche dal suo atteggiamento che non si smentisce mai.

Il grande merito di Francesco non è quello di aver frenato la perdita di fede che gli scandali avevano generato, ma di certo ha fatto cadere tante maschere e restituito freschezza ai cinquant’anni del Concilio.

Avrà infine, di certo riabilitato la figura del Grande Inquisitore, almeno nella visione dei Fratelli Karamazov. Resta aperto il problema della comunione universale e della libertà, che non può avere senso se l’obbedienza si compra con il pane[7].

*

NOTE 

[1] F.M.Dostoevskij, I FRATELLI Karamazzov, RCS, Milano, terza edizione 2001, 330-31.

[2] F.M.Dostoevskij, I fratelli Karamazov, pp. 336-37

[3] F.M.Dostoevskij, 341-46.

[4] F.M.Dostoevskij, 344.

[5] Ibidem 349. 

[7] F.M.Dostoevskij, I fratelli Karamazzov, Milano, Terza edizione, 2001, p. 338.