Il Papa, il prete giovane e i cani "religiosi"

Editoriale di monsignor Bruno Forte pubblicato su "Il Sole 24 Ore" di domenica 19 maggio

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 641 hits

Riprendiamo di seguito l'editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato sull'edizione di domenica 5 maggio del quotidiano Il Sole 24 Ore (pp. 1 e 20). 

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Il colpo d’occhio dal sagrato della Basilica era impressionante: una folla strabocchevole riempiva tutti gli spazi dell’enorme piazza e si dilatava fino a coprire buona parte di Via della Conciliazione. Uno dei responsabili vaticani delle comunicazioni mi diceva che questi numeri erano prima considerati da “eventi straordinari”, ora invece sono diventati l’ordinario di ogni udienza generale. A incontrare Papa Francesco mercoledì scorso - come pellegrini nell’anno della fede - c’erano con me circa diecimila fedeli dell’Arcidiocesi affidatami: un numero altissimo, cresciuto in pochi giorni da quando si era passati alla concretizzazione dell’iniziativa in programma da mesi.

L’arrivo del Vescovo di Roma, in piedi sulla jeep bianca, e il suo lungo giro fra i vari settori di Piazza San Pietro, hanno suscitato un indescrivibile entusiasmo. Si percepiva una profonda corrente di amore fra il Papa e i pellegrini, tutti desiderosi di un contatto personale, fosse anche solo di uno sguardo o di un gesto, come quello tenerissimo di asciugare a distanza con un movimento della mano le lacrime di un bambino che piangeva in braccio alla mamma. Poi, la catechesi nello stile di questo Papa, semplice e profonda, con battute improvvisate che rendevano la folla particolarmente partecipe.

Il tema, ispirato a una pagina del vangelo di Giovanni, era quello della verità: non qualcosa da possedere, ma Qualcuno da incontrare e da amare, il Signore Gesù. La verità come amore ricevuto e donato, come senso e forza della vita, come sequela del Figlio di Dio nel suo farsi tutto a tutti. Quindi, i saluti: la gioia di scambiare qualche parola con Papa Francesco, il suo sorriso contagioso, la sua memoria e attenzione per ciascuno, le sue battute…

A un mio giovane prete che gli diceva di essere parroco di un piccolo paese di montagna, il Papa domanda: “Allora conosci i nomi di tutti?”. E al suo sì piuttosto emozionato, incalza: “Anche dei cani?” Alla risata spontanea dei circostanti, intervengo per aiutare il giovane a superare un attimo d’imbarazzo: “I nostri cani, Santità, sono religiosi. Hanno un solo difetto: si addormentano durante le omelie dell’Arcivescovo!”. Qui, a ridere di gusto è il Papa. Un altro mio presbitero gli dice quasi nell’orecchio: “Mia madre è molto devota alla Madonna dei nodi…”. E Papa Francesco replica prontamente: “E allora le dica di pregare tanto per me, che di nodi da sciogliere ne ho parecchi…”.

L’impressione generale è di incontrare qualcuno che ti capisce e ti vuol bene, a partire da una fede viva e irradiante. La domanda che nasce è perché tutto questo colpisca così intensamente la gente. Provo a individuare tre ragioni, che mi sembra possano far pensare in particolare quanti sono chiamati a comunicare a vasto raggio con gli altri, dagli operatori dei “media” ai politici, fino a coloro che vogliono servire la causa dell’annuncio del Vangelo agli uomini.

La prima delle ragioni del “successo” mediatico di Papa Francesco mi sembra risieda nella sua autenticità: niente nei suoi gesti o nelle sue parole appare affettato o frutto di calcolo. Si sente in lui una grande freschezza, un lasciar trasparire all’esterno ciò che egli da sempre è: un uomo di Dio, un cristiano e un prete innamorato del Signore, un gesuita attento a discernere gli abissi del cuore umano, un maestro spirituale esercitatosi a lungo nella preghiera e nella carità. I poveri stanno veramente al centro del suo cuore e di conseguenza della sua attenzione: basta vedere com’è attratto irresistibilmente da chiunque sia debole o segnato dalla sofferenza. Il trasporto verso gli ammalati o i bambini né è un segno eloquente. Le scelte di sobrietà nello stile di vita ne sono un altro.

In un mondo segnato da una profonda crisi etica, prima ancora che economico-finanziaria, mentre si riscopre l’urgenza della sobrietà nelle scelte personali e della solidarietà in quelle relazionali, il messaggio che arriva dal Papa venuto dalla fine del mondo risulta più che mai attuale e necessario. È come se la risposta data dal Conclave al bisogno di eleggere un nuovo Vescovo di Roma sia arrivata anche come un segno dei tempi, un messaggio lanciato a quanti vivono la crisi per puntare a superarla insieme nella semplicità di vita e nella condivisione fraterna.

Una seconda ragione del fascino che Papa Francesco esercita sui cuori è il suo linguaggio: egli parla con chiarezza e semplicità, trasmettendo contenuti profondi e centrali per la fede e la vita. Un vero capolavoro in questo senso è stato il discorso dalla loggia delle benedizioni la sera dell’elezione. Mentre chiedeva alla gente di pregare con lui e per lui, con uno stupendo segno di umiltà, si presentava per quello che è anzitutto dal punto di vista teologico, e cioè come vescovo della Chiesa di Roma, chiamata – secondo una bellissima espressione di Ignazio di Antiochia agli inizi del secondo secolo – a “presiedere nella carità”.

Qualche ecumenista ha detto che queste parole hanno fatto di più per il dialogo ecumenico intorno al primato del Papa che anni di riflessioni e discussioni. Ne è stato segno eloquente la presenza del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo alla messa di inaugurazione del pontificato. Così, a detta di molti confessori, le parole di Papa Francesco su Dio che non si stanca mai di perdonare, mentre siamo noi a volte che ci stanchiamo di chiedere perdono, hanno toccato innumerevoli cuori, inducendo tanti a ritornare al sacramento della riconciliazione, spesso trascurato da anni.

Infine, colpisce la grande umanitàdel Papa: egli sa farsi vicino, sa condividere il dolore e la gioia, il pianto e il sorriso. L’essere uomo di grande profondità spirituale e di cultura, non gli impedisce di mettersi alla scuola degli altri, da vero fratello in umanità. Ascoltare la vita reale, comprendere le prove e le attese della gente, farsene voce e farsi prossimo degli altri, sono qualità che si percepiscono in lui come proprie della sua natura e dell’intera sua esperienza di pastore.

In realtà, Papa Francesco ci insegna che solo chi sa ascoltare si fa anche ascoltare, perché riesce a dar voce al cuore di tutti. Autenticità, semplicità e umanità non sono certo virtù che s’improvvisano, sono anzi come la punta di iceberg di una vita educata alla carità e nutrita di fede e di passione per la causa di Dio, che è anche la vera causa dell’uomo.

Esse costituiscono un modello e una sfida per tutti, specie per chi ha responsabilità verso altri: non esiterei a dire che il mondo sarebbe molto migliore, e in particolare la cosa pubblica andrebbe molto meglio, se chi ne porta il peso sapesse farlo con stili sobri di vita, con semplicità e profondità di linguaggio, con un senso di umanità vasto e partecipe. Proprio così, lo stile di questo Papa è un dono, ma anche una sfida che ci riguarda tutti.