Il Patriarca della Chiesa ortodossa russa incontra il presidente della Cina

La visita a Pechino di Kiril I ha risvegliato la memoria collettiva sulla storia della Chiesa cattolica nel Paese: una storia fatta di controlli e persecuzioni che durano ancora oggi

Czestochowa, (Zenit.org) Don Mariusz Frukacz | 493 hits

È stato uno storico incontro quello tra il presidente cinese Xi Jinping e il capo della Chiesa ortodossa russa, il Patriarca Kirill I, venerdì 10 maggio, il primo giorno della visita del Patriarca in Cina. Nei cinque giorni successivi, Kirill I ha incontrato diversi funzionari cinesi di alto rango, oltre ai responsabili per gli affari religiosi e i membri della comunità ortodossa in Cina.

Tutti i media internazionali hanno sottolineato l’importanza di questa visita, considerando la drammatica situazione dei cristiani in Cina, ovvero di una Chiesa Cattolica sotto costante persecuzione. La visita del capo della della Chiesa Ortodossa Russa al presidente cinese è stato quindi un "segnale per lo stabilirsi di buone relazioni tra i due paesi”.  

"Tu sei il primo Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, e il primo leader religioso di alto rango dalla Russia a visitare il nostro paese. Questa è una chiara testimonianza del livello delle relazioni russo-cinesi" ha detto Xi Jinping nel corso della riunione con Kirill I a Pechino. Xi Jinping si è detto inoltre "soddisfatto" dei risultati della sua visita a Mosca nel mese di marzo, durante la quale, lui e il presidente Vladimir Putin, avevano già discusso su una possibile visita del Patriarca in Cina.

Kirill I, da parte sua, ha sottolineato che la Russia ha apprezzato molto il fatto che il presidente della Cina abbia scelto il Paese come destinazione del suo primo viaggio all'estero, affermando: "Questa è la testimonianza del rapporto speciale tra la Russia e la Cina che si è sviluppato negli ultimi anni."

Nel febbraio scorso, il Consiglio Episcopale del Patriarcato di Mosca aveva rilasciato una dichiarazione formale sul fatto che la Cina fosse una parte del territorio canonico del Patriarcato di Mosca. Dichiarazione poi ripresa dall’agenzia russa Interfax che aveva confermato che Cina e Giappone fossero parte del territorio canonico del Patriarcato di Mosca, secondo anche la nuova edizione della Carta del Patriarcato di Mosca.

Tale documento era stato adottato dal Consiglio Episcopale del Patriarcato a Mosca e sottolineava che tra i paesi inclusi nel territorio canonico del Patriarcato di Mosca fossero inclusi anche Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Stati Baltici e Asia centrale. Tutti paesi - ad eccezione di Cina e Giappone - già inclusi nella precedente edizione.

La Chiesa russa ha iniziato la sua attività in Cina nel XVII secolo, quando il sacerdote russo Maxim Leontyev arrivò a Pechino. La vera missione spirituale russa in Cina, però, si può dire che sia stata avviata nel 1713. Il 23 novembre 1956 il Santo Sinodo decise poi di trasferire tutte le chiese ortodosse in Cina e concesse l'autonomia per la Chiesa ortodossa cinese. Nel 1997, il Sinodo della Chiesa russa decise che, poiché la chiesa cinese non aveva "una propria testa", il suo gregge sarebbe stato posto sotto la cura del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia fino all'elezione del Consiglio locale della Chiesa ortodossa cinese in conformità con le regole ortodosse.

Ancor prima che in Cina, la fede della Chiesa Ortodossa venne proposta dai missionari russi in Giappone, preceduta dalla creazione di un consolato russo, nel 1859, e la nomina di Iosif Goshkevich come primo console della città di Hakodate. 

La visita del Patriarca Kirill in Cina ha dunque risvegliato la memoria sulla storia della Chiesa Cattolica in Cina, presente con i primi missionari già dal XIII secolo, che oggi conta meno di 16 milioni di fedeli.

Una Chiesa da sempre perseguitata. Dopo la presa di potere dei comunisti di Mao Zedong nel 1949, infatti, la Chiesa cattolica cinese fu duramente perseguitata. Tutte le sue proprietà furono confiscate dal Partito e molti sacerdoti, vescovi e fedeli vennero uccisi o imprigionati. Nel 1957 il presidente Zedong fondò l’Associazione patriottica, ente legato al Partito comunista cinese, che tuttora guida la vita della Chiesa e rappresenta la massima autorità al posto del Papa, il cui ruolo viene misconosciuto. Tanto negli ultimi anni l'Associazione patriottica ha ordinato vescovi senza il consenso della Chiesa di Roma, che sono stati quindi scomunicati dal Pontefice.

Per decenni il regime comunista cinese perseguitò le religioni, compreso il cristianesimo. In tempi recenti, le tattiche del governo cinese sono cambiate e il governo ha avviato un nuovo metodo: il controllo della Chiesa Cattolica dall'interno. Esiste dunque una Chiesa Patriottica completamente controllata dalle autorità, che ha circa 6 milioni di fedeli.

Al contempo, sono presenti 10 milioni di cattolici fedeli al Papa appartenenti quindi ad una Chiesa “subterranea” che non accetta questo controllo "illegale" della Chiesa da parte dello Stato. Esso - sia ufficiale che non ufficiale – è infatti molto rigoroso e le autorità hanno costretto vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose ad aderire all'Associazione.

La Santa Sede, negli ultimi anni, ha fatto grandi passi affinché la Chiesa Cattolica in Cina potesse vivere e proseguire una normale attività pastorale. Ricordiamo la lettera di Benedetto XVI del 2007 alla Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, con la quale il Papa emerito manifestò il suo amore e la sua vicinanza alla comunità cattolica in Cina.

“Un documento non politico" affermò il comunicato della Sala Stampa vaticana, e che tantomeno "vuole essere un atto di accusa contro le Autorità governative, pur non potendo ignorare le note difficoltà che la Chiesa in Cina deve affrontare quotidianamente”.

Nella Lettera - riferiva la nota - Benedetto XVI si dichiarò "pienamente disponibile ed aperto ad un sereno e costruttivo dialogo con le Autorità civili", al fine di "trovare una soluzione ai vari problemi della comunità cattolica" e di arrivare "alla desiderata normalizzazione dei rapporti fra Santa Sede e Governo", nella certezza anche che i cattolici, "con la libera professione della loro fede e una generosa testimonianza di vita, contribuiscono, come buoni cittadini, anche al bene del Popolo cinese".

Anche Giovanni Paolo II aveva guardato con rispetto la situazione della Chiesa Cattolica in Cina. “A distanza di quattrocento anni dall’arrivo di Matteo Ricci a Pechino, non possiamo non domandarci qual è il messaggio che egli può offrire sia alla grande Nazione cinese sia alla Chiesa cattolica, alle quali si sentì sempre profondamente legato e dalle quali fu ed è sinceramente apprezzato ed amato”. Queste parole il Beato le sottolineò nel Messaggio ai partecipanti del Convegno Internazionale del 2001 "Matteo Ricci: per un dialogo  tra Cina e Occidente".

“Non è un mistero per nessuno - disse Wojtyla - che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e, credo, a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo. Il momento attuale di profonda inquietudine della comunità internazionale esige da tutti un appassionato impegno per favorire la creazione e lo sviluppo di legami di simpatia, di amicizia e di solidarietà tra i popoli. In tale contesto, la normalizzazione dei rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e la Santa Sede avrebbe indubbiamente ripercussioni positive per il cammino dell’umanità".