Il Patriarca latino di Gerusalemme sull’essere cristiani tra musulmani ed ebrei (II)

Intervista con monsignor Michel Sabbah

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GERUSALEMME, domenica, 20 marzo 2005 (ZENIT.org).- Nella seconda parte dell’intervista con monsignor Michel Sabbah, Patriarca latino di Gerusalemme, vengono affrontati i temi del conflitto, della pace e della giustizia nei Territori palestinesi ed in Israele ed il ruolo dei cristiani.



La prima parte dell’intervista, rilasciata al dottor Gianluca Solera per conto di ZENIT, è stata pubblicata il 18 marzo scorso.

Vorrei affrontare con lei il nodo della pace e della giustizia in Terra Santa partendo da Gerusalemme. Nel libro del profeta Ezechiele (16:3) si legge : “Tu Gerusalemme sei per origine e nascita della terra dei Cananei, tuo padre era Amorreo e tua madre Hittita”. I primi abitanti di Gerusalemme furono dunque i Cananei (“Urushalim”, da cui deriva “Gerusalemme”, è una parola cananea-amorrea che significa “fondato dalla divinità Shalem”) e la città ha una storia che va oltre quella del popolo ebraico. Il Governo d’Israele ha annesso tutta la città e conduce una drastica politica di “giudaizzazione” per renderla la capitale esclusiva di Israele. Quale dovrebbe essere secondo Lei lo statuto di Gerusalemme?

Mons. Michel Sabbah: Gerusalemme dovrebbe essere una città aperta, in cui le due nazioni - palestinese ed israeliana - abbiano gli stessi diritti, e con doppia sovranità, israeliana e palestinese. Gerusalemme dovrebbe godere di uno statuto speciale accordato da palestinesi ed israeliani, che garantisca (1) il libero accesso a Gerusalemme, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, (2) l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini – ebrei, musulmani e cristiani – (3) la libertà di culto, (4) ed il rispetto dello “Status Quo” per quanto riguarda i Luoghi Santi.

Gerusalemme deve essere città e capitale spirituale per i suoi due popoli e le loro tre religioni, e per il mondo intero. Se Gerusalemme resta sotto l’esclusivo controllo di una sola autorità politica, in relazione con una sola delle tre religioni, coloro che non godono degli stessi diritti continueranno a coltivare il desiderio di ritornare e riprenderne possesso.

Oggi, per “ragioni di sicurezza”, Gerusalemme non solo non è accessibile a tutti gli arabi - cristiani e musulmani di Paesi arabi - ma neanche agli abitanti dei Territori occupati palestinesi, se non con permesso speciale.

Esiste un consiglio inter-religioso che governi gli affari religiosi a Gerusalemme?

Mons. Michel Sabbah: No. Ciascuna comunità governa i suoi affari interni, e collabora col Ministero del Culto, oggi divenuto una sezione del Ministero degli Interni israeliano per quello che riguarda i diversi aspetti della vita pubblica.

Quando parla di “statuto speciale” per Gerusalemme, pensa ad una specie di “città libera” o “città internazionale”?

Mons. Michel Sabbah: “Internazionale” no, “libera” sì... una città governata da israeliani e palestinesi, non dalle Nazioni Unite. Ma le due sovranità dovrebbero assicurare la libertà della città, dovrebbero dotare la città di uno statuto particolare che a sua volta dovrebbe essere garantito dalle Nazione Unite.

Ma la demografia della città sta cambiando rapidamente in seguito all’espansione delle colonie israeliane attorno alla città antica... crede che sarà ancora possibile una soluzione come quella da Lei avanzata?

Mons. Michel Sabbah: E’ ancora possibile. L’argomento demografico viene utilizzato come un “fatto compiuto”, ma nonostante la massiccia colonizzazione israeliana un terzo della popolazione di Gerusalemme è ancora palestinese, ed anche i palestinesi crescono e presto rappresenteranno la metà della popolazione (Attualmente a Gerusalemme vi sono 550.000 ebrei, di cui 200.000 coloni, e 235.000 palestinesi – ndr).

Nel 1993 è stato firmato un Accordo di principi ("Fundamental Agreement") tra la Santa Sede e lo Stato di Israele per normalizzare e stabilizzare lo statuto legale, i diritti e le libertà della Chiesa in Israele. Israele non ha ancora ratificato l’Accordo, e le negoziazioni sul governo di aspetti specifici relativi alla vita della Chiesa quali lo statuto fiscale della Chiesa, la tutela delle proprietà ecclesiastiche, il regime dei visti, ecc. sono bloccate da Israele. Nel mese di gennaio u.s., il Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti Mons. William Skylstad ha inviato una lettera a questo proposito al Governo americano per chiederne l’intervento diplomatico...

Su questa questione il Nunzio Apostolico in Israele, mons. Pietro Sambi, potrà essere più preciso di me...

Ma perché le cose non si muovono?

Mons. Michel Sabbah: E’ questo il problema... Il governo israeliano non si è dimostrato serio in questa vicenda, nonostante siano passati 10 anni dalla firma dell’Accordo. Spero che le cose miglioreranno in un prossimo avvenire.

Nel 2000 si è concluso il Sinodo diocesano delle Chiese cattoliche di Terra Santa, che traccia gli assi fondamentali della vita della Chiesa nei prossimi anni. Qual è il messaggio di novità e di riforma più importante che ha prodotto il Sinodo?

Mons. Michel Sabbah: Il primo è un messaggio di unità. Per la prima volta, le Chiese cattoliche di Terra Santa hanno camminato insieme ed hanno organizzato un sinodo comune. Siamo sei Chiese: latina, greco-cattolica (melchita), siro-cattolica, maronita, armeno-cattolica e caldea.

Il secondo messaggio si rivolge ai laici, invitandoli a rinnovarsi, a prendere coscienza del loro ruolo e dei loro doveri nella Chiesa e nella società. Ed il terzo messaggio riguarda evidentemente il clero. Religiosi e religiose sono chiamati a cambiare. Non possiamo più vivere in una sorta di “Status Quo” pastorale: siamo qui fin dal XIX secolo (e la Custodia di Terra Santa dal secolo XIII) e dobbiamo rispondere alle sfide del mondo contemporaneo. Per questo il Sinodo ha affrontato i temi dell’ecumenismo, del dialogo con ebrei e musulmani, dell’impegno politico e socio-economico, e del ruolo della scuola e della famiglia cristiane nella società.

Che definizione darebbe della “cristianità” di Gerusalemme?

Mons. Michel Sabbah: La presenza cristiana a Gerusalemme è una presenza di testimonianza. Gerusalemme è il centro della vita cristiana, ma nella storia la sua comunità cristiana è sempre rimasta piccola. Nel III secolo d.C., il Vescovo di Gerusalemme era il Suffraganeo dell’Arcivescovo di Cesarea.

Solamente nel V secolo d.C., il Vescovo di Gerusalemme ottenne il titolo di Patriarca, nonostante ciò, la comunità cristiana di Gerusalemme, dal VII secolo in poi, cioè dalla conquista araba (638 d.C.), è rimasta una piccola comunità, una chiesa di testimoni. Questa è la vera natura della Chiesa di Gerusalemme: testimoniare Gesù nella sua terra. Eppoi è la Chiesa del Calvario, sempre in croce attraverso i conflitti politici che hanno interessato questa terra...

E’ la natura delle prime comunità cristiane...

Mons. Michel Sabbah: Sì, la natura cristiana è la vita della Croce, e Gerusalemme è per eccellenza la città della Croce. E chi vuol vivere a Gerusalemme, particolarmente chi vuol essere cristiano a Gerusalemme, deve essere pronto a vivere molto vicino alla Croce.

Voi, capi delle Chiese cattoliche in Terra Santa, avete inviato recentemente una lettera al Governo israeliano relativa all’aggressione drusa contro dei cristiani che ha imperversato durante tre giorni in particolare nel villaggio di Maghar, in Galilea, accusando le autorità di non garantire la sicurezza dei cristiani di Israele. Com’è la situazione attualmente?

Mons. Michel Sabbah: Non si è ancora risolta. A Maghar la gente ha lasciato le proprie case, le case non sono state riparate e gli allievi non sono ancora rientrati a scuola...

Il fatto che la polizia israeliana non sia intervenuta per proteggere i cristiani è frutto di una volontà politica, secondo lei?

Mons. Michel Sabbah: Non lo so. Sinceramente non riesco a capire perché le autorità pubbliche israeliane non proteggano questi cittadini lasciando che imperversi la legge della giungla. Non è la prima volta che ha luogo un incidente simile. Scontri di questa natura tra comunità differenti hanno avuto luogo più d’una volta. Questa politica non facilita certo la convivenza, né la sicurezza per lo Stato stesso.

Parliamo della situazione sociale e politica in Terra Santa. Nel suo messaggio di inizio di Quaresima, lei ha detto che l’occupazione dei Territori Palestinesi “profana e distrugge la persona umana palestinese privandola della sua libertà e quella israeliana privandola della sua sicurezza e delle energie di bene che ha in se stessa”. La Chiesa gioca un ruolo importante nella soluzione del conflitto e nella fine dell’occupazione?

Mons. Michel Sabbah: La chiesa non esercita un’azione politica diretta. Non è la nostra missione. La nostra missione è quella di denunciare l’ingiustizia dove vi è ingiustizia. L’occupazione è un’ingiustizia, e non può e non deve continuare. Allo stesso modo, l’insicurezza per gli israeliani non può continuare. Gli israeliani devono poter ritrovare la loro sicurezza, e i palestinesi la loro libertà.

Noi diciamo: la sicurezza israeliana dipende dalla libertà palestinese. Ovvero, finché i palestinesi non avranno riacquistato la loro libertà, gli israeliani non saranno sicuri. La nostra missione è di parlare in nome dell’oppresso e del povero. La soluzione sta nelle mani dei “potenti” responsabili dell’oppressione o dell’occupazione della terra altrui.

A questo proposito, lei ha suggerito nel suo messaggio quaresimale che anche i politici facciano digiuno, per giungere ad “una purificazione delle loro intenzioni e dei loro egoismi individuali o nazionali”. Crede che seguiranno il suo consiglio e la prenderanno sul serio?

Mons. Michel Sabbah: Beh... se loro vogliono che li prendiamo sul serio, devono prendere anche noi sul serio. Hanno bisogno anche loro, e specialmente loro, nelle loro grandi responsabilità da cui dipendono la vita e la morte di tanti, di purificarsi nello spirito e nel cuore.

Crede che il Muro della Separazione cadrà un giorno?

Mons. Michel Sabbah: Credo che dovrà cadere, perché è un muro “contro natura” , che divide villaggi e città palestinesi in due. Il Muro in campagna? Forse potrà restare in piedi, ma solo se non divide la gente dalle proprie terre, come occorre già. In questo caso, cadrà. Quando finalmente le due parti avranno fatto una pace giusta che garantirà sicurezza a tutti, il Muro cadrà.

Sovente l’immagine che viene offerta dei palestinesi nel mondo occidentale è negativa, e vengono dipinti come terroristi ignorando o semplificando le ragioni del conflitto. Secondo lei, cosa potrebbe fare la Chiesa per informare e vincere i pregiudizi?

Mons. Michel Sabbah: Se c’è violenza... la violenza proviene dall’ingiustizia. Se non ci fosse ingiustizia, oppressione, se non ci fosse povertà, se ci fosse libertà, non ci sarebbe violenza. Noi diciamo: fate giustizia, semplicemente, e date una vita degna alla gente, e non ci sarà violenza. Questo è ciò che noi diciamo. Poi, attenzione, la violenza dal lato palestinese è praticata da una minoranza, mentre dal lato israeliano vi è un esercito, è tutto un governo che pratica la violenza imponendo l’occupazione...

Ha fiducia nei metodi della non-violenza?

Mons. Michel Sabbah: Certamente! Non è con la violenza che si risolve un problema, ma quando si parla insieme per trovare una soluzione. Né i palestinesi, né gli israeliani hanno risolto i loro problemi con la violenza. Gli israeliani hanno vinto tutte le guerre ma hanno ancora paura e non hanno pace. Ed i palestinesi hanno perso tutto. Nessuno ha vinto. Ora, tutti e due vinceranno se si metteranno d’accordo, ed anche gli israeliani avranno pace, grazie al dialogo e non grazie all’esercito.

La Chiesa cerca di “educare” i palestinesi a praticare la non-violenza?

Mons. Michel Sabbah: Sì, sì...lo diciamo chiaramente, la violenza è distruttiva. Questa è una cultura che dobbiamo costruire tra tutti, Palestinesi e Israeliani.

Le rivolgo un’ultima domanda. Se lei dovesse lanciare un messaggio ai cristiani nel mondo per aiutare la causa della pace e della giustizia in Terra Santa, che cosa chiederebbe?

Mons. Michel Sabbah: A questo proposito abbiamo lanciato un messaggio a tutte le conferenze episcopali del mondo il mese di ottobre u.s., attraverso la Conferenza episcopale delle Chiese del Nord Africa (CERNA) e la Conferenza episcopale delle Chiese latine della Regione araba (CELRA). In questo messaggio ci siamo rivolti alle chiese dicendo che devono prendere coscienza del fatto che questo conflitto riguarda tutti i cristiani, perché qui si trovano le radici di tutti i cristiani.

Se le Chiese sapessero organizzare un’azione comune, questa avrebbe un impatto positivo importante, e farebbe la differenza. Ora, prima di tutto si tratta di prendere coscienza della propria parte di responsabilità nelle Chiese del mondo per promuovere pace e riconciliazione in Terra Santa, e quindi esercitare un’azione comune.

A questo dovremo riflettere nel momento in cui le chiese rispondano positivamente al nostro appello di azione congiunta. La presenza di molti operatori cristiani, volontari e religiosi, in Terra Santa che lavorano per la pace e la giustizia è un segnale importante, ma le chiese devono fare di più, insieme.