Il potenziale democratico nella legge islamica

Intervista a David Forte, consultore del Vaticano e consigliere di Bush

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CLEVELAND (Ohio), lunedì, 14 marzo 2005 (ZENIT.org).- La comunità internazionale si domanda se le società islamiche sono in grado di attuare una “governance” democratica e un’autodeterminazione politica, dopo secoli di governo autocratico.



Le elezioni in Iraq e in Afghanistan, e i movimenti popolari in Iran e in Libano, hanno reso la questione ancora più attuale.

David Forte, Consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia e Consigliere del Presidente George Bush per gli affari islamici, ha condiviso con ZENIT il suo pensiero sulla possibilità che alcuni aspetti della legge islamica possano consentire lo sviluppo di società libere.

Forte è professore di Diritto presso il Cleveland-Marshall College of Law dell’Università di Cleveland e autore di “Studies in Islamic Law: Classical and Contemporary Application” (ed. Austin & Winfield).

In cosa consiste la legge islamica? Quali sono le sue fonti?

David Forte: Nel suo insieme, la legge islamica comprende l’intero spettro delle regole autoritarie che guidano diverse comunità islamiche. Riguarda non solo la classica Sharia, la legge sacra dell’Islam, ma anche i provvedimenti statali da essa discendenti, gli autorevoli pareri giuridici cosiddetti fatwa, gli usi e costumi tribali.

Più specificamente, la legge islamica è solitamente riferita ai contenuti e ai metodi della Sharia, il codice delle leggi che si sono formate nelle diverse parti dell’impero islamico.

Nella Sharia esistono caratteristiche che variano, sia tra i due principali rami dell’Islam – i sunniti e gli sciiti -, sia all’interno di ciascuno essi, ma le similitudini sono assai più consistenti delle diversità. Nell’Islam sunnita sono sopravvissute quattro tradizioni, o scuole, giuridiche: Hanafi, Maliki, Shafi'i e Hanbali.

Tra gli studiosi, sia occidentali che islamici, è in corso un acceso dibattito su come l’attuale Sharia si sia effettivamente formata.

Dopo che la tradizione giuridica della Sharia è giunta ad uno stadio maturo e si è affermata a discapito delle altre correnti, i suoi fautori e scrittori hanno narrato una versione della sua formazione che praticamente nessuno studioso ritiene attendibile, né nel suo insieme, né nelle sue caratteristiche particolari, anche se molti musulmani fondamentalisti continuano a riferirsi a questa versione classica.

Secondo questa impostazione, le fonti fondamentali della Sharia sono di natura divina. La legge rappresenta lo strumento attraverso il quale trasmettere ai fedeli, nella loro vita quotidiana, il messaggio accolto da Maometto. La Sharia comprende tutte le regole derivate letteralmente o dedotte analiticamente dalla legislazione divina che regola la vita del musulmano e della sua comunità.

Delle quattro fonti principiali della Sharia – il Corano; la Sunna, ovvero l’esperienza vissuta dal Profeta; la ijma, ossia il consenso concorde della comunità degli esperti giuristi; e la qiyas, l’interpretazione analogica – il Corano e la Sunna forniscono le fondamenta essenziali dei precetti della Sharia.

Il Corano e la Sunna sono pietre angolari gemelle sulle quali è costruito l’intero edificio della Sharia. La qiyas e la ijma insieme producono il grosso dell’attuale complesso normativo, ma entrambe le tecniche possono basarsi unicamente sui precetti del Corano o della Sunna e non possono produrre regole che contraddicono queste due fonti.

Pur tuttavia, anche nell’ambito della tradizione classica dell’Islam, le norme del Corano possono essere interpretate in modi diversi e le particolari tradizioni attribuite alle azioni di Maometto sono convalidate dalle scienze umane e non dal comando divino. Centinaia di presunte tradizioni sono infatti state respinte e invalidate dai primi studiosi musulmani.

Alcuni giuristi ritengono che le tradizioni restanti sono state convalidate con il metodo della ijma, ovvero del consenso, ma le opinioni divergono quando si tratta di individuare ciò che propriamente costituisce il consenso. Pertanto, se le tecniche moderne d’indagine dimostrano che alcune tradizioni sono false o sono apocrife, allora il musulmano potrà legittimamente non attribuire ad esse alcuna autorità.

La dottrina più recente ha contestato la versione classica della formazione della legge islamica, e il dibattito tra gli studiosi, per determinare cosa effettivamente è avvenuto, è tuttora vasto e vigoroso.

Molti studiosi ritengono che la legge non si sia sviluppata in modo così ordinato come asserisce la versione classica e che si sia evoluta piuttosto in maniera complessa e sfumata, assorbendo nel suo corpus regole e principi tratti dalle tradizioni pre-islamiche dell’Arabia, dalle tradizioni giuridiche degli imperi bizantino e sassanide, e dai decreti politici e finanziari emanati da diversi califfi.

In effetti, il dibattito tra i giuristi islamici è piuttosto intenso, e le teorie alternative sono vivamente dibattute.

Quali elementi della legge islamica sono particolarmente compatibili con il sistema di governo democratico, e quali elementi sono invece ad esso ostili?

David Forte: Mi consenta di rispondere alla domanda in modo ampio, per parlare di quali elementi nella tradizione islamica sono o non sono compatibili con un sistema di governo democratico.

La umma, o la gente di fede, è un principio fondamentale nell’Islam. Tutti i credenti sono eguali e pertanto le discriminazioni giuridiche o politiche tra loro non sono ammesse.

La shura, o consultazione, si riferisce all’alleanza tra il califfo e i componenti anziani della comunità dei musulmani, in cui si svolge una “elezione” confermativa del califfo che accetta di governare a beneficio della comunità.

La libera iniziativa economica è sempre stata un elemento presente nella legge islamica e nelle economie musulmane.

Contrariamente all’opinione di alcuni fondamentalisti islamici, lo Stato nell’Islam ha sempre avuto una legittima indipendenza dalla Sharia. Lo Stato può rimuovere costituzionalmente i giudici religiosi, i quadis, da determinate giurisdizioni quali quella criminale, e sostituirvi tribunali statali. Una combinazione di leggi religiose e di leggi statali è sempre stata la norma nell’Islam.

Poi vi è anche la tradizione degli Stati indipendenti. L’Islam non è mai stato veramente unificato politicamente. In realtà, anche nei suoi momenti apicali, tra l’800 e il 1000 dopo Cristo, esso è rimasto assai diviso nel suo interno. In effetti, il pluralismo e la molteplicità dei regimi politici non solo sono una costante nella storia dell’Islam, ma sembrano costituire il fattore chiave del suo prosperare.

Un’applicazione rigorosa della legge islamica si pone tuttavia come ostacolo ad una piena democrazia, se diventa in senso stretto legge dello Stato. Nella legge islamica classica, l’ineguaglianza della donna, dei non musulmani e degli schiavi è pacifica.

Vi è anche una buona sostanza di valori tribali in Medio Oriente, e il tribalismo legato alla religione diventa una forza contro cui è difficile competere. Inoltre la struttura economica deve essere più onesta, orientata al mercato e trasparente.

Vi è anche una tradizione di intolleranza, instillata da decenni di propaganda. Infine vi è la memoria dell’Impero ottomano, in cui l’Islam era legato al territorio ed era assai potente. Molti musulmani considerano questa come la vera identità dell’Islam, piuttosto che il suo contenuto spirituale.

Alcuni studiosi sostengono che la democrazia, per poter sopravvivere e prosperare, richieda un particolare quadro culturale che rispetti, sia la libertà, che lo stato di diritto. La legge islamica favorisce l’affermarsi di questo quadro fondamentale?

David Forte: La legge islamica era a suo tempo molto avanzata nel campo del diritto societario, del diritto di proprietà, di successione e, in qualche misura, del diritto procedurale, ma a meno che non venga sottoposta ad una riforma, le vecchie strutture della legge islamica continueranno a costituire una barriera contro il pieno affermarsi della democrazia.

Alcuni studiosi del diritto naturale hanno evidenziato il fatto che la libertà è un desiderio condiviso da ogni persona, a prescindere dalla cultura. Come vede questa affermazione applicata in particolare alle società musulmane?

David Forte: È facile che possa essere vera anche per loro. La grande maggioranza dei musulmani di oggi vive in Paesi liberi o parzialmente liberi. L’esperienza delle elezioni in Iraq sembra aver dimostrato come sia fondamentale per la persona umana essere in controllo del proprio destino individuale.

Come è inteso dalla legge islamica il concetto di sovranità? In particolare, nelle democrazie il popolo è sovrano. Come può l’Islam accettare questa prospettiva quando dichiara che Allah regna su tutto? La nozione di popolo o di Stato sovrano non rappresenterebbe un’offesa alla sensibilità musulmana?

David Forte: Non al musulmano tradizionale. Ma il musulmano fondamentalista potrebbe desiderare una legge islamica sovraordinata allo Stato.

Il reale pericolo proviene dagli estremisti che hanno unito un Islam politicizzato alla moderna idea di Stato sovrano, per creare una versione totalitaria dell’Islam che stride con la tradizione islamica – anche degli Stati autoritari – e con la spiritualità islamica.

La democrazia richiede per forza il secolarismo? Se la risposta è negativa, come potranno le minoranze e i gruppi religiosi di minoranza ricevere adeguata protezione nelle democrazie islamiche?

David Forte: La democrazia richiede anzitutto uno Stato secolare, anche se questo si allinea formalmente ad una religione. La democrazia, tuttavia, non richiede il secolarismo, che è esso stesso una forma ideologica. La democrazia può essere più fragile in uno Stato secolaristico, piuttosto che in uno stato secolare.

Soprattutto, la democrazia deve essere vista in corrispondenza con i relativi valori religiosi. Il Cristianesimo protestante, con la Rivoluzione americana; lo Shintoismo, attraverso l’imperatore, era alleato della democrazia giapponese; e il Cristianesimo cattolico era la forza dietro alla democrazia dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. È per questo che gli Stati Uniti hanno bisogno del sostegno di Al-Sistani, il leader spirituale degli sciiti in Iraq; sostegno che hanno finora ottenuto.

Qual è la forma di governo che le nazioni musulmane dovrebbero perseguire, la democrazia o una forma di governo repubblicana? Esiste una reale differenza?

David Forte: Noi abbiamo parlato di “democrazia”, mentre una forma “repubblicana” di governo rappresenta la migliore alternativa, in quanto consente una rappresentatività delle regioni e dei gruppi ed è quindi una migliore barriera contro i disegni totalitaristi degli estremisti.

La democrazia può essere esportata nelle società musulmane, o deve crescere dal
di dentro?


David Forte: La democrazia può solo essere offerta. “Imporre” la democrazia è una contraddizione in termini.

Cosa ci dice l’esperienza dei musulmani che stanno al di fuori del Medio Oriente, come la Malaysia e l’Indonesia, sul rapporto tra legge islamica e democrazia?

David Forte: Ci dice che un Islam indipendente rispetto al complesso della Sharia e più in linea con il suo obiettivo spirituale - e in particolare il sufismo - è un terreno più adatto allo sviluppo della democrazia.