“Il povero ci trasforma e ci guarisce”, ricorda Jean Vanier, fondatore della comunità dell’Arca

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ROMA, domenica, 21 maggio 2006 (ZENIT.org).- La comunione con il povero “trasforma e guarisce”, sostiene Jean Vanier, fondatore della comunità dell’Arca.



Nel corso di una conferenza svoltasi questo martedì presso la chiesa di San Gioacchino a Roma, Vanier ha infatti affermato che “la differenza è un tesoro” e che “entrare in comunione con il povero ci cambia, ci trasforma, ci rende più umani ed è un cammino di conoscenza di Dio”.

Confessando di avere un “piccolo debole” per l’Italia, il fondatore dell’Arca, che ha dedicato la sua vita all’assistenza degli handicappati mentali, ha osservato che “il mondo umano è un mondo di conflitti, di guerre, di divisioni, dominato dall’incapacità di incontrarsi”.

Ognuno di noi, ha spiegato, costruisce dei muri perché “abbiamo paura gli uni degli altri”.

Le nostre paure sono tante, ha ricordato: “Paura della morte, di sparire, di essere rifiutati, di non essere amati, di non riuscire, di sentirci colpevoli, del caos all’interno di sé”.

La paura di mostrare la nostra vulnerabilità ci porta a nasconderci, perché non si vuole far vedere agli altri la propria povertà interiore; temiamo, infatti, che lasciandoci osservare nella nostra “povertà” e toccare nelle “nostre vulnerabilità profonde”, possiamo essere abbandonati.

“Come si può diventare più umani? Come si possono far crollare i muri che ognuno di noi crea? Come si può superare la paura di essere rifiutati? Come si può essere se stessi accettando ciò che siamo con le nostre fragilità?”, si è chiesto allora Jean Vanier.

“Siamo tutti degli esseri umani, siamo tutti delle persone”, ha risposto. “Qualunque siano le nostre capacità o incapacità, qualunque sia la nostra cultura o la nostra religione, qualunque sia la nostra etnia, siamo tutti delle persone uniche, preziose, con un valore profondo”.

“Siamo tutti capaci di ricevere Dio, qualunque siano le nostre povertà, apparenti o non apparenti”.

Ciò che conta, quindi, è lasciar cadere i muri per poter entrare in relazione gli uni con gli altri, per poter rivelare agli altri che sono molto più belli di quanto pensano.

Amare qualcuno, infatti, non vuol dire “possederlo, controllarlo, non è solo una realtà emotiva, non è obbligatoriamente fare qualcosa per gli altri”. “Amare qualcuno è rivelare all’altro la sua bellezza, è rivelare all’altro che è una persona, che è importante, che può fare delle cose belle con la sua vita”.

L’amore, ha precisato, non deve essere solo emotivo. Bisogna amare le persone “con intelligenza per aiutarle a rialzarsi”, “voler andare al di là dei muri, attraverso i muri”, “rivelare a coloro che sono stati schiacciati che hanno un valore”.

“Ciò che voglio trasmettere prima di morire è che la vita è bella se ci mettiamo pian piano a far scendere i muri che ci separano”, ha affermato Vanier.

Secondo il fondatore dell’Arca bisogna essere sinceri con se stessi e riconoscere un’importante verità: “Non sono superiore a te, non sono meglio di te, sono come te. Ho le mie fragilità, ho i miei handicap che forse spesso ho nascosto, tu hai i tuoi handicap, forse più visibili, ma dietro ai tuoi handicap ci sei tu come persona, c’è il tuo cuore”.

“Perché i muri possano sparire – ha concluso –, perché noi possiamo diventare vulnerabili gli uni di fronte agli altri, per non essere più guidati da competitività, perché il mondo possa trovare la pace ho bisogno di una comunità, di fratelli e sorelle, di Gesù”.

Jean Vanier è nato nel 1928 in Canada. Suo padre era il Governatore Generale del Paese. Entrato giovanissimo nella Marina Militare, l’ha abbandonata nel 1950 “per seguire Gesù, per cercare il Vangelo, per scoprire il senso della nostra vita e del nostro mondo”, come ha affermato.

Nel 1964 ha fondato a Trosly-Breuil (Francia) l’Arche, una comunità per e con persone aventi un handicap mentale. Oggi ci sono più di cento case con laboratori, sparse in trenta Paesi di tutto il mondo, in cui condividere la vita e il lavoro.

Nel 1971, insieme a Marie Hélène Mathieu, ha fondato “Fede e Luce”, movimento che raccoglie persone con handicap, i loro familiari e i loro amici per tempi di condivisione, celebrazione e preghiera. Attualmente ci sono più di mille comunità nel mondo, circa 65 delle quali in Italia.