Il Predicatore del Papa spiega l’utilità del vero digiuno

Commentando il Vangelo della Messa di domenica prossima

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ROMA, venerdì, 24 febbraio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa OFM Cap – Predicatore della Casa Pontificia – al Vangelo della liturgia eucaristica di domenica prossima, che precede il mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima nella Chiesa.




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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B (Osea 2,14b.15b19-20; 2 Corinzi 3, 1b-6; Marco 2, 18-22)
Perché i tuoi discepoli non digiunano?



“Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano? Gesù disse loro: Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno”.

In questo modo Gesù non rinnega la pratica del digiuno, ma la rinnova nei suoi modi, tempi e contenuti. Il digiuno è diventato ai nostri giorni una pratica ambigua. Nell’antichità non si conosceva che il digiuno religioso; oggi esiste un digiuno politico e sociale (scioperi della fame!), un digiuno igienico o ideologico (vegetariani), un digiuno patologico (anoressia), un digiuno estetico (per mantenere la linea). Esiste soprattutto un digiuno imposto dalla necessità: quello dei milioni di esseri umani che non hanno il minimo indispensabile e muoiono di fame.

Per sé stessi, questi digiuni nulla hanno a che vedere con ragioni religiose e ascetiche. Nel digiuno estetico, anzi, a volte (non sempre) si “mortifica” il vizio della gola, solo per obbedire a un altro vizio capitale, quello della superbia o della vanità.

È importante perciò cercare di riscoprire il genuino insegnamento biblico sul digiuno. Nella Bibbia troviamo, nei confronti del digiuno, l’atteggiamento del “sì, ma”, dell’approvazione e della riserva critica. Il digiuno, per sé, è cosa buona e raccomandabile; traduce alcuni atteggiamenti religiosi fondamentali: riverenza davanti a Dio, riconoscimento dei propri peccati, resistenza ai desideri della carne, sollecitudine e solidarietà verso i poveri... Come tutte le cose umane, però, esso può scadere a “vanto della carne”. Basta ripensare alla parola del fariseo al tempio: “Digiuno due volte la settimana” (Luca 18,12).

Se Gesù parlasse a noi discepoli di oggi, su che cosa insisterebbe di più, sul “sì” o sul “ma”? Noi siamo molto sensibili oggi alle ragioni del “ma” e della riserva critica. Avvertiamo come più importante la necessità di “spezzare il pane con l’affamato e vestire l’ignudo”; abbiamo giustamente vergogna di chiamare, il nostro, un “digiuno”, quando quello che sarebbe per noi il colmo dell’austerità -mangiare pane e acqua - per milioni di persone sarebbe già un lusso straordinario, soprattutto se si tratta di pane fresco e acqua pulita.

Quello che dobbiamo riscoprire sono invece le ragioni del “sì”. La domanda del Vangelo potrebbe risuonare, ai nostri giorni, in altra forma: “Perché i discepoli di Budda e di Maometto digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?” (È risaputo con quanta serietà i musulmani osservano il loro Ramadan).

Viviamo in una cultura dominata dal materialismo e da un consumismo ad oltranza. Il digiuno ci aiuta a non lasciarci ridurre a puri “consumatori”; ci aiuta ad acquistare il prezioso “frutto dello Spirito” che è “il dominio di sé”, ci predispone all’incontro con Dio che è spirito, e ci rende più attenti alle necessità dei poveri.

Non dobbiamo però dimenticare che esistono forme alternative al digiuno e all’astinenza dai cibi. Possiamo praticare un digiuno dal fumo, dagli alcolici e superalcolici (oltre che all’anima questo fa bene anche al corpo), un digiuno dalle immagini violente e sensuali che televisione, spettacoli, riviste e internet quotidianamente ci riversano addosso. Anche questa specie di “demoni” moderni non si vincono che “con il digiuno e la preghiera”.