Il presbiterato è "dall'origine e per sempre, grazia, dono ricevuto"

Omelia del cardinale Scola nella Messa di Ordinazione di 22 nuovi sacerdoti

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ROMA, sabato, 9 giugno 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo l'omelia del cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, che questa mattina ha ordinato nel Duomo del capoluogo lombardo ventidue nuovi sacerdoti, di cui 21 della Diocesi Ambrosiana.

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1. «Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico». L’Arcivescovo, dopo aver imposto le mani agli ordinandi, proclamerà queste parole nella Preghiera di Ordinazione. Compiendo il gesto sacramentale che ci vede convenuti così numerosi nel nostro Duomo, la Chiesa si mostra in tal modo ben consapevole di essere nella posizione di chi domanda e riceve un dono gratuito. L’Arcivescovo, infatti, supplica dal Padre l’effusione del dono dello Spirito affinché questi giovani eletti, cioè scelti siano resi partecipi sacramentalmente dell’unico sacerdozio di Cristo in qualità di cooperatori dell’ordine episcopale.

Il presbiterato, quindi, non è né una meta raggiunta dai candidati, né una risorsa di cui la Chiesa si dota: è, dall’origine e per sempre, grazia, dono ricevuto. L’Apostolo lo dice a chiare lettere nell’Epistola: «avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata» (Epistola, 2Cor 4,1). Lo stesso Paolo trae poi la decisiva conseguenza: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servi a causa di Gesù» (Epistola, 2Cor 4,5). Carissimi non dimenticatelo mai: il ministero presbiterale che state per ricevere è sempre e solo frutto della misericordia accordataci dal Signore.

2. La Parola di Dio, in tutti i brani che sono stati proclamati, ci aiuta a cogliere il contenuto proprio di questo ministero facendo ricorso all’immagine della luce e dello splendore.

«E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (Epistola, 2Cor 4,6). Per descrivere l’avvenimento della fede nella nostra vita - «Dio rifulse nei nostri cuori» - l’Apostolo fa riferimento alla nostra conoscenza amorosa di Gesù Cristo. Egli è la luce che ha messo ogni cosa nel giusto ordine. Ci ha permesso di riconoscere le tenebre e ha illuminato definitivamente la nostra persona, la famiglia umana e la realtà tutta.

Ma san Paolo ci offre un altro riferimento essenziale, senza il quale non si capirebbe il “perché” della grazia della fede. Essa è chiamata a «far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (Epistola, 2Cor 4,6). È l’orizzonte della missione: la luce che ha illuminato la nostra vita non è per noi, ma perché risplenda nel mondo la conoscenza di Dio. Lo dice con chiarezza il brano evangelico di oggi, il cui incipit (inizio) avete scelto come motto per la vostra ordinazione: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce» (Vangelo, Mt 5,14-16).

Benedetto XVI una settimana fa ha espresso questa essenziale dimensione missionaria del nostro ministero con parole particolarmente intense: «Ogni nostra azione, infatti, ha come scopo condurre i fedeli all’unione con il Signore e a fare così crescere la comunione ecclesiale per la salvezza del mondo. Le tre cose: unione personale con Dio, bene della Chiesa, bene dell’umanità nella sua totalità, non sono cose distinte od opposte, ma una sinfonia della fede vissuta» (Ora Media, 2 giugno 2012).

Oggi vi impegnate a vivere la comunione come un a-priori, soprattutto nel presbiterio. Essa non può essere mai messa in discussione. Per questo vi impegnate anche pubblicamente e personalmente ad obbedire al Vescovo.

3. Carissimi, di fronte all’ampiezza di orizzonti propria del ministero presbiterale non potete, non possiamo non sentirci tremare i polsi. Siamo, infatti, strutturalmente impari al dono ricevuto, alla missione che ci viene affidata. Anche san Paolo ne fu ben consapevole: «Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (Epistola, 2Cor 4,7). È una sproporzione radicale e insuperabile, non semplicemente una nostra debolezza che, con un’ascesi paziente, possa essere rimossa! Noi non siamo la luce, né siamo in grado di produrla: possiamo solo rifletterla per offrirla a tutti. Ma l’Apostolo ci dice anche lo scopo di questo singolare modo di agire di Dio. Egli sceglie vasi di creta come noi per custodire il tesoro e lo fa «affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (Epistola, 2Cor 4,7). Noi infatti siamo stati presi a servizio: come il sale, che non è per sé, ma per dar sapore ai cibi. E come la lampada, che non è per sé, ma per illuminare ciò che le sta intorno. «Il Signore è mia luce e mia salvezza» (Sal 26) abbiamo cantato nel Salmo: è Lui il Dio vicino che gli uomini aspettano e cercano. Solo se ci lasciamo prendere al Suo servizio rispondiamo alla Sua chiamata e possiamo dire il nostro totale e definitivo alla Sua elezione.

In tal modo nel ministero presbiterale incontriamo, in forma ancor più radicale, l’umanissima legge della vita cristiana: «io, ma non più io» (cf. Gal 2,20). Il ministero, infatti, sarà «la vostra luce», ma non vostra, bensì del«Padre vostro che è nei cieli» (Vangelo, Mt 5,16).

4. Eppure, carissimi, fare spazio totale al Signore nella nostra vita e nel nostro ministero – per questo avete scelto liberamente il celibato - ci rende a nostra volta luminosi. Lo esprime il libro dell’Esodo con parole di rara bellezza: «Gli israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante» (Prima Lettura, Es 34,35). La gloria di Dio sul volto di Gesù risplende anche sui volti di coloro che sono stati configurati con Cristo in forza dei sacramenti dell’iniziazione cristiana e dell’Ordine. Questo splendore donato è chiamato ad illuminare tutte le espressioni della la nostra esistenza. A questo si è sempre riferito l’insegnamento della Chiesa, come ci ha ricordato ancora Benedetto XVI, parlando dell’unità della vita del sacerdote. Citando le parole del decreto conciliare Presbyterorum ordinis - decreto che lungo l’Anno della Fede, insieme agli altri documenti del Vaticano II, vorrei fosse oggetto di studio e di meditazione sistematica da parte di tutto il presbiterio diocesano e dei seminaristi poiché il Concilio Vaticano II costituisce la stella polare della nuova evangelizzazione - il Papa ha affermato: «Cristo “rimane sempre il principio e la fonte della unità di vita dei presbiteri. Per raggiungerla, essi dovranno perciò unirsi a Lui nella scoperta della volontà del Padre e nel dono di sé per il gregge loro affidato (…) non c’è opposizione tra il bene della persona del sacerdote e la sua missione; anzi, la carità pastorale è elemento unificante di tutta la nostra persona e la nostra azione ecclesiale» (Benedetto XVI, Celebrazione dell’Ora Media, 2 giugno 2012).

Lo stesso Santo Padre ha messo poi in evidenza le due condizioni essenziali perché la nostra vita diventi luce per il mondo: l’unione con Cristo e il dono totale di sé perché cresca la comunione. Uomini di preghiera e uomini di comunione e, per questo, uomini per il bene del mondo, anche dell’affascinante e travagliato mondo post-moderno di oggi. Sono questi i collaboratori che Dio vuole per «guidare il popolo cristiano con il ministero dei sacerdoti» (Orazione all’inizio dell’Assemblea Liturgica).

5. Carissimi ordinandi, vi siamo grati per la scelta coraggiosa del presbiterato, lo siamo a tutti i vostri cari che continueranno a prendersi cura delle vostre persone rispettando il vostro ministero. Diciamo la nostra gratitudine alle persone, alle parrocchie da cui provenite e quelle nelle quali già state svolgendo il vostro ministero, alle comunità cristiane che vi hanno proposto la vita stessa come vocazione su cui è fiorita poi la vostra scelta. Ed il nostro grazie va soprattutto al Cardinal Dionigi Tettamanzi col quale avete dato inizio a questo prezioso cammino, va alla comunità del Seminario, al Rettore, ai Superiori e ai Docenti che lungo tutti questi anni vi hanno accompagnato fino a farsi garanti presso l’Arcivescovo e tutto il popolo di Dio del decisivo passo che ora state compiendo.

Di cuore, affidiamo le vostre persone alla protezione della Beatissima Vergine Maria e di tutti i Santi Pastori della nostra Chiesa ambrosiana, in modo speciale a sant’Ambrogio e a san Carlo. Vi consegniamo alla cura discreta e intelligente del presbiterio e del popolo cristiano, al quale siete inviati come servitori e perciò ministri.

E a tutti chiedo di pregare con insistenza il Signore perché non manchino sacerdoti alla Sua Chiesa per il bene del mondo. Amen.