Il primato della coscienza

La singolare sintonia tra papa Francesco e l'insegnamento di don Luigi Giussani

Roma, (Zenit.org) | 413 hits

Papa Francesco, nell'intervista concessa a padre Antonio Spadaro, direttore di "Civiltà Cattolica", afferma che «Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile». Quest’ultima affermazione – da non confondere con altre simili ma diverse, attribuite erroneamente al Papa, ma in realtà elaborazione personale di qualche giornalista – richiama quanto presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n.1790): «L'essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza. Se agisse deliberatamente contro tale giudizio, si condannerebbe da sé. Ma accade che la coscienza morale sia nell'ignoranza e dia giudizi erronei su azioni da compiere o già compiute».

Tale richiamo insistente da parte di papa Francesco all’importanza della coscienza trova una singolare sintonia con l’insegnamento di don Luigi Giussani, come dimostra quanto scrive Alberto Savorana, Vita di don Giussani, Milano 2013, p. 171.

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Scambi dialettici di questo genere sono frequenti nelle aule e lungo i corridoi del Berchet. Al termine di una lezione in seconda D, durante la quale ha sostenuto che per la Chiesa cattolica il criterio ultimo della morale è quello della coerenza con la propria coscienza, facendo discutere molti degli studenti, uscito un po’ stanco dalla classe e appoggiato alla finestra del ballatoio del secondo piano, Giussani vede avvicinarsi il professore di storia e filosofia, Andrea Daziano, comunista accanito, e subito gli esprime il suo «cordoglio per la lezione passata, per il dibattito, e l’ignoranza dei cristiani, perché non si rassegnavano a capire che per la Chiesa cattolica l’ultima misura della morale è la coerenza con la coscienza». Di fronte alle parole di Giussani, Daziano fa un balzo indietro ed esclama: «Questa è un’eresia, questo lo dico io, non lo potete affermare voi!». Allora Giussani gli dice di meravigliarsi di lui, che in classe parla sempre di cristianesimo e non ne conosce neanche i dati elementari: «Infatti gli ho detto che il testo della teologia aveva come primo principio morale la coerenza del soggetto con la propria coscienza. Poi, siccome lui continuava a meravigliarsi, io continuavo a insistere sullo stesso punto, e sostenevo che questa struttura dei testi di teologia – diffusi in tutti i seminari del mondo – risale addirittura al secolo decimo settimo».