Il "progresso", da Leone XIII a Giovanni Paolo II

Una riflessione firmata da Rodolfo Papa, docente di Storia delle Teorie estetiche presso l'Urbaniana

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 714 hits

Una coscienza molto forte delle valenze del termine “progresso” è presente nei documenti del Magistero della Chiesa [1]. Nell’enciclica dedicata alle tematiche sociali Rerum novarum, scritta da Leone XIII nel 1891, il termine “progresso” è usato in senso positivo, ovvero come crescita qualitativa: «Ricordiamo fatti e cose poste fuori di ogni dubbio: cioè che per opera del cristianesimo fu trasformata da capo a fondo la società; che questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano, anzi una risurrezione dalla morte alla vita morale, e un perfezionamento non mai visto per l'innanzi né sperabile maggiore per l'avvenire; e finalmente che Gesù Cristo è il principio e il termine di questi benefizi, i quali, scaturiti da lui, a lui vanno riferiti» [2].

Notiamo che al termine è associato l’aggettivo “vero”; dunque il “vero” progresso consiste nella trasformazione della società operata dal cristianesimo, dunque è un “perfezionamento”, ovvero un compimento, nei termini ultimi di “risurrezione”. Di contro, l’espressione “res novae”, tradotto in italiano con “novità”, si riferisce all’ambiguità del progresso: «L'ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall'ordine politico passare nell'ordine simile dell'economia sociale.

E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l'essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l'unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l'aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l'ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo» [3].  

Dunque l’ambiguità del progresso assomma aspetti positivi (i progressi delle arti, la maggiore coscienza, l’unione più intima dei lavoratori) ad aspetti negativi (concentrazione della ricchezza, estensione della povertà, costumi peggiorati). 

Paolo VI dedica un’intera enciclica al “progresso dei popoli”, inteso come “sviluppo”,  nel 1967: «E l'uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio progresso, in conformità con la natura che gli ha dato il suo Creatore e di cui egli assume liberamente le possibilità e le esigenze»[4]. L’uomo viene invitato ad essere autore del progresso non in termini volontaristici, futuristici, soggettivistici, ma in conformità con la natura gratuitamente ricevuta e liberamente seguita. Alla parola “progresso” è affiancato l’aggettivo “proprio” che sembra alludere a una dimensione personale –e personalistica- del progresso.

Il medesimo pontefice  nel 1971 scrive la Octogesima Adveniens, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Rerum novarum; la coscienza culturale della problematica è ormai evidente; viene messa esplicitamente in evidenza l’ambiguità del progresso, che viene “meglio criticato” e “messo in luce”: «Questa migliore conoscenza dell'uomo permette di meglio criticare e mettere in luce una nozione fondamentale che sta alla base delle società moderne, sia come spinta sia come misura e obiettivo: il progresso».

Il “progresso” viene collocato cronologicamente nel secolo XIX e geograficamente nell’Occidente, e definito come speranza in un rinnovamento indefinito. «A partire dal secolo XIX le società occidentali e parecchie altre al loro contatto hanno riposto la loro speranza in un progresso continuamente rinnovato, indefinito» Questa speranza si muove come ribellione verso la natura e verso ogni forma di necessità: «Questo progresso appariva loro come lo sforzo di liberazione dell'uomo nei confronti delle necessità della natura e delle coartazioni sociali; era la condizione e la misura della libertà umana». Il progresso si diffonde grazie al progresso stesso, associandosi al consumismo: « Diffuso dai mezzi moderni d'informazione e dallo stimolo del sapere e di consumi più estesi, il progresso diventa un'ideologia onnipresente».  E da qui nascono i dubbi e le domande; quest’ansia di aumenti quantitativi si rivela, infatti, letteralmente indefinita: «Tuttavia un dubbio nasce oggi sia sul suo valore sia sulla sua riuscita. Che significa questa caccia inesorabile d'un progresso che sfugge ogni volta che si è persuasi di averlo conquistato? Non dominato, esso lascia insoddisfatti».

Soprattutto appare evidente la necessità di crescite qualitative, propriamente umane, che costituiscano un “vero progresso”: «Senza dubbio si sono denunziati, a giusto titolo, i limiti e anche i danni d'una crescita economica puramente quantitativa, e ci si auspica di raggiungere anche obiettivi di ordine qualitativo. La qualità e la verità dei rapporti umani, il grado di partecipazione e di responsabilità sono non meno significativi e importanti per il divenire della società, che la quantità e la varietà dei beni prodotti e consumati.

Superando la tentazione di volere tutto misurare in termini di efficienza e di mercato, in rapporti di forza e d'interessi, oggi l'uomo desidera sostituire sempre più a questi criteri quantitativi l'intensità della comunicazione, la diffusione del sapere e della cultura, il servizio reciproco, la concentrazione per uno scopo comune. Non consiste il vero progresso nello sviluppo della coscienza morale che condurrà l'uomo ad assumersi solidarietà allargate e ad aprirsi liberamente agli altri e a Dio?».

Infine, il progresso non può non confrontarsi con la morte, con il mistero della Risurrezione e dunque con la verità di ogni progresso, che è la Speranza teologale, l’unica che non delude: «Per un cristiano, il progresso si imbatte necessariamente nel mistero escatologico della morte: la morte del Cristo e la sua risurrezione, l'impulso dello Spirito del Signore aiutano l'uomo a situare la sua libertà creatrice e riconoscente nella verità di ogni progresso, nella sola speranza che non delude (cf. Rm 5, 5)»[5].

A cento anni dalla Rerum Novarum, Giovanni Paolo II promulga l’Enciclica Centesimus Annus, dove il progresso viene delineato nel problematico contesto socio-politico. In modo particolare si evidenzia come il progresso scientifico, invece di contribuire al benessere, di fatto sia divenuto complice delle ideologie belliche: «Il progresso scientifico e tecnologico, che dovrebbe contribuire al benessere dell'uomo, viene trasformato in uno strumento di guerra: scienza e tecnica sono usate per produrre armi sempre più perfezionate e distruttive, mentre ad un'ideologia, che è perversione dell'autentica filosofia, si chiede di fornire giustificazioni dottrinali per la nuova guerra».

Occorre, allora, respingere un’idea di progresso imbevuta di elementi distruttivi: «bisogna ripudiare la logica che conduce ad essa, l'idea che la lotta per la distruzione dell'avversario, la contraddizione e la guerra stessa siano fattori di progresso e di avanzamento della storia».  Infine viene delineata la fisionomia del progresso autentico: «Nessun autentico progresso è possibile senza il rispetto del naturale ed originario diritto di conoscere la verità e di vivere secondo essa. A questo diritto è legato, come suo esercizio ed approfondimento, il diritto di scoprire e di accogliere liberamente Gesù Cristo, che è il vero bene dell'uomo»[6].

*

NOTE

[1] Per quanto segue, cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, cap. III.

[2] Leone XIII, Lettera enciclica Rerum novarum, 15 maggio 1891, n. 22b.

[3] Ibid., n. 1,

[4] Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967, n. 34.

[5] Paolo VI, Octogesima Adveniens,14 maggio 1971, n. 41.

[6] Giovanni Paolo II, Lettera Encicica Centesimus Annus,  1maggio 1991, nn. 18 e 19 – corsivo aggiunto.