Il racconto di "sessant’anni di dolore e di speranza" di un sopravvissuto ad Auschwitz

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LIONE, martedì, 13 settembre 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo martedì da Benjamin Orenstein, un ebreo polacco scampato ai campi di concentramento di Auschwitz, in occasione della Cerimonia finale della XIX Incontro di preghiera per la Pace nel mondo tenutosi a Lione.



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Signor Senatore, Presidente del Consiglio Generale del Rodano,
Eminenza Cardinale Primate delle Gallie,
Illustre Fondatore della Comunità di Sant’Egidio,
Signore, Signori, cari Amici,

Auschwitz, sessant’anni dopo, sessant’anni di dolore e di speranza: dolore per aver subito l’orrore e perso i miei, speranza che questo non si ripeta mai. Sono nato il 4 agosto 1926 a Annopol, piccolo villaggio polacco. Mio padre era commerciante. Ero l’ultimo di una famiglia di cinque figli, di cui quattro maschi. Il mio villaggio, abitato soprattutto da ebrei, era regolarmente bersaglio di pogrom.

Nel giugno ’41 ho chiesto di prendere il posto di mio padre che era stato internato in un campo di lavoro a 7 km dal nostro villaggio. Tra il 1941 e il 1944, sono stato trasferito cinque volte per poi finire il 4 agosto 1944, giorno del mio diciottesimo compleanno, a Auschwitz-Birkenau. Nel gennaio 1945 ho preso parte alla marcia della morte e sono stato liberato l’11 aprile 1945.

Durante questi quattro anni, quando avevo tra i quattordici e i diciotto anni, sono sceso progressivamente, con i miei compagni, per i gradini dell’inferno. Noi ebrei polacchi sapevamo dalla nascita che gli ebrei non erano amati, che erano disprezzati, ma chi poteva immaginare che un giorno si sarebbero create fabbriche di morte per sterminarli tutti? Chi avrebbe potuto immaginare che gli esecutori di una politica razzista sarebbero arrivati così facilmente ad occultare, a negare “l’uomo” nell’essere che avevano l’incarico di distruggere?

Una volta tornato, insediato qui, tra cittadini civili, questo sembra impossibile. Eppure tutto ciò è stato immaginato e realizzato. Come abbiamo potuto noi sopravvissuti continuare a vivere dopo questa umiliazione, questa negazione, questa morte organizzata? Come abbiamo potuto noi sopravvissuti avere di nuovo fiducia nell’altro? Come cerchiamo noi sopravvissuti di testimoniare i valori del rispetto dell’uomo, della sua differenza, i valori di pace e di tolleranza?

Per sopravvivere nei campi e sopravvivere anche al ritorno, ci è stato necessario o lanciarci nell’azione, come personalmente ho fatto, andando in Palestina per partecipare alla creazione dello Stato di Israele, o cercare di dimenticare. Abbiamo sepolto la nostra sventura: nessuno desiderava sentir parlare dell’indicibile, nessuno voleva sentirsi responsabile di averlo ignorato.

A questo silenzio si è aggiunta la vergogna di essere vivi e spesso l’odio per quelli che ci avevano fatto tanto male. Gli anni sono passati e, grazie a quelli che hanno operato per raccogliere e trasmettere la storia della Shoah, la verità è finalmente venuta alla luce. Sì, i campi e i loro boia sono stati un male assoluto, ma certo anche molti ebrei francesi sono stati salvati dalla deportazione perché sono stati protetti e nascosti da compatrioti non ebrei.

Sì, gli aguzzini dei campi hanno cercato di ridurre a niente la parte di umanità degli uomini e delle donne che riempivano di percosse e di umiliazioni; ma ci sono state anche piccole cellule familiari che sono rimaste solidali, amicizie indefettibili che si sono rivelate e resistenze che si sono organizzate. E’ certo da questa constatazione che noi sopravvissuti abbiamo potuto trovare la forza di ripartire. E’ anche in questa constatazione e nel riconoscimento del nostro martirio che abbiamo attinto la forza di riflettere su questo passato e di sperare nel futuro.

Usiamo ormai tutta la nostra energia per portare questo messaggio di speranza. Per questo, i miei compagni ed io, partecipiamo tutti, attivamente, a tutte le manifestazioni che possono suscitare nei giovani una riflessione sull’intolleranza e l’odio. Interveniamo, finché possiamo, nelle scuole medie e nei licei per raccontare il nostro percorso.

Accompagniamo gruppi di adolescenti e gruppi di adulti ad Auschwitz. Rispondiamo a tutte le sollecitazioni di conferenze e dibattiti. Cerchiamo, ancora e sempre, di mostrare a quale incredibile eccesso può portare il disprezzo della differenza, l’odio razziale e xenofobo.

Cerchiamo, ancora e sempre, di sensibilizzare i giovani al rispetto della differenza, di invitarli a vedere nell’altro prima la sua umanità, la sua originalità, la sua individualità, la sua eguaglianza. Cerchiamo, ancora e sempre, di persuaderli che il dialogo è la sola arma degna degli uomini e che, se lo si vuole, ci si può capire.

Auspichiamo che questo messaggio sia ascoltato e che i “testimoni dei testimoni”, che sono tutti i giovani che incontriamo, lo trasmettano a loro volta. Per concludere, vorrei pronunciare una sola parola che è molto cara alla maggior parte degli uomini e delle donne di questa terra: la parola PACE – SALAM – SHALOM.

[Testo distribuito dalla Comunità di Sant’Egidio ]