Il rapporto tra Chiesa e modernità alla luce del Concilio Vaticano II

La "lectio magistralis" del cardinale Piacenza all'inaugurazione dell'Anno Accademico dell'Istitutum Marcianum di Venezia

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di Luca Marcolivio

VENEZIA, venerdì, 9 novembre 2012 (ZENIT.org) – Il tema del rapporto tra Chiesa e modernità, in special modo alla luce dei documenti del Concilio Vaticano II, rimane “uno dei più dibattuti e probabilmente irrisolti”.

Lo ha detto oggi pomeriggio il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, nel corso della sua lectio magistralis, dal titolo Essere Chiesa nell’epoca moderna: il contributo del Concilio Vaticano II, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Institutum Marcianum di Venezia.

La modernità è un dato di fatto, ha affermato il porporato nella sua premessa, e “la Chiesa non può eliminarla”, né ignorarla. Cos’è tuttavia la modernità? Essa, ha spiegato il cardinale Piacenza, è un concetto “amplissimo” che comprende tanto la modernità “storica”, che quella “filosofica” e, comunque vi si può aggiungere la definizione di “post-modernità”, coincidente, a livello sociologico con la cosiddetta “società liquida”.

Le premesse del Concilio Vaticano II, che si prefiggeva, nelle parole del Beato Giovanni XIII di approfondire ed esporre la “dottrina certa e immutabile” della Chiesa, “secondo quanto è richiesto dai nostri tempi”, pongono una domanda impegnativa: “È davvero possibile mutare il linguaggio, senza, in fondo, mutare qualcosa anche del contenuto essenziale del dato rivelato?”.

Una prima prospettiva analizzata da Piacenza è quella della modernità come questione gnoseologica, ovvero riferita a quella branca della filosofia che si occupa dello studio della conoscenza. In quest’ottica l’illuminismo, pur determinando inizialmente una “ipertrofia della ragione”, di fatto si è risolto in un esito “mortificante per l’intelligenza umana”, in quanto pretende di ridurre “la conoscenza umana ai soli dati empirici” o “scientifici”, non permettendo, quindi, alla conoscenza di “relazionarsi con la realtà, secondo la totalità dei suoi fattori”.

Un’ulteriore deriva è rappresentata dall’idealismo, con cui l’uomo “si auto-confina in una oggettiva impossibilità di rapportarsi con altro-da-se-stesso”. Questo atteggiamento precede la “resa della ragione”, determinata storicamente dalle due guerre mondiali, che ha prodotto due speculari archetipi: il “mito infondato del superuomo” e, in tempi più recenti, la situazione “altrettanto infondata del più radicale relativismo”.

In base a queste ultime ideologie, l’uomo rimarrebbe confinato nello “stretto e asfissiante orizzonte delle proprie emozioni, della propria istintività, veicolata dalla corporeità”, produttrici di un “dirompente edonismo”, del “narcisismo” e del “pansessualismo”.

A fronte di tale scenario, la Gaudium et Spes contrappone le “realtà immutabili” del cristianesimo. Trent’anni più tardi il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito la tendenza naturale dell’uomo a cercare la verità, non solo per le sue utilità ma con l’obiettivo di “spiegare il senso della vita” (Fides et Ratio, 33).

È ancora la Gaudium et Spes a mettere in luce la secolarizzazione come fenomeno ormai di massa ed identificato da molti come “esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo” (GS, 7). Ecco dunque il vero nucleo della questione, individuato dal cardinale Piacenza: “la modernità, con il grande limite gnoseologico che la caratterizza, è compatibile con l’Avvenimento cristiano?”.

L’idea di progresso pone l’uomo di fronte a un bivio: può “aprire l’uomo alla relazione con il Mistero”, oppure degenerare in una “utopistica auto-affermazione” dell’uomo stesso. È come se “l’intero comportamento umano fosse determinato dal momento storico”, come se la morale e il cuore dell’uomo dovessero obbedire ad un meccanicismo determinista”, con la drammatica conseguenza ultima della “eliminazione della libertà personale e della volontà di aderire al bene”.

Sintetizzando si può affermare, ha proseguito Piacenza, che il compito della Chiesa nell’epoca moderna è quello di “restituire all’uomo la capacità di conoscere il reale” e ad entrare in rapporto con esso. Le “derive gnoseologiche” degli ultimi tre secoli, al contrario, hanno “volontariamente reso evanescente” questo rapporto con la realtà che è in definitiva il luogo nel quale “il Logos Eterno si è manifestato”.

Un uomo la cui conoscenza del reale è confinata in un “metodo di conoscenza di tipo scientifico-positivo” è una sorta di “uomo amputato” che non corrisponde nemmeno a “ciò che esso stesso sente profondamente di essere”.

Lungo questa linea di pensiero, procede anche il magistero di Benedetto XVI, come dimostrano tra l’altro, il celebre discorso di Regensburg, dove il Papa evidenzia il “legame oggettivo tra crisi gnoseologica e crisi antropologica” e il più recente Motu Proprio Porta Fidei, in cui denuncia la riduzione della razionalità all’ambito delle “conquiste scientifiche e tecnologiche” (n°12).

Nella sua azione evangelizzatrice, la Chiesa deve respingere qualunque approccio “storicista” che neghi, in modo più o meno esplicito, la “validità perenne del vero, presentandolo come condizionato dalle contingenze storiche”.

Da evitare anche lo “scientismo” e la pretesa che “le affermazioni ed i contenuti della Rivelazione possano parlare all’uomo moderno, solo se superano il vaglio del metodo scientifico-positivo”. Un ulteriore pericolo è rappresentato dall’affermazione di una “presunta precedenza della promozione umana sull’evangelizzazione”.

Non è quindi la storia che determina il cammino della Chiesa, in quanto, ha concluso il cardinale Piacenza, essa “è stata definita, una volta per sempre, da Cristo suo Capo ed è continuamente rinnovata, resa giovane ed attuale dallo Spirito, che dinamicamente la guida nella storia”, con i successori di Pietro, sempre saldi al timone.

[Il testo integrale della lectio magistralis del cardinale Mauro Piacenza sarà pubblicato su Zenit in quattro parti oggi, domani, domenica 11 e lunedì 12 novembre. Leggi prima parte]