Il relativismo morale che avvelena i diritti naturali

Il Vicario della Diocesi di Trieste per il Laicato e la Cultura spiega come e perché la Chiesa cattolica è fedele al Magistero

Roma, (Zenit.org) Monsignor Ettore Malnati | 1009 hits

Benedetto XVI il giorno dell’Epifania, nell’ordinazione dei nuovi vescovi, ha parlato di quel relativismo che è ormai penetrato in molti gangli della società occidentale, avvelenando così i “principi primi o etici” che sono i diritti naturali che dovrebbero guidare, indipendentemente da culture o religioni – come afferma il padre del giusnaturalismo Grozio – le coscienze dei singoli e delle comunità civili. Solo così si educa la persona e la società civile quale risposta alla verità antropologica nella sua dignità naturale.

Ora tra questi principi vi è il matrimonio che è tale solo tra un uomo e una donna. Altre “alchimie” non possono essere denominate matrimonio senza con ciò attentare alla natura del matrimonio stesso. Questa posizione di chiarezza oggettiva non può essere contrabbandata come omofobia.

La Chiesa cattolica non emargina affatto gli omosessuali come persone, ma dice che l’omosessualità è un disordine. Vi è un documento che la Chiesa cattolica ha voluto per una pastorale rivolta a questa persone e a questi cristiani che come tali hanno diritti e doveri nella Chiesa e nella società, confacenti ovviamente all’etica che riprende i diritti naturali e alla morale cristiana.

Circa l’accoglienza per le realtà matrimoniali in difficoltà, vi è da ricordare che già da tempo la Conferenza episcopale italiana nel Direttorio della Famiglia ha indicato e sottolineato quella attenzione pastorale che deve sempre accompagnare l’opera della Chiesa. Si deve dire però che la Chiesa non è “padrona dei sacramenti”, è fedele custode della volontà positiva di Cristo.

Se trascurasse ciò minerebbe l’efficacia stessa dei sacramenti. La medesima cosa vale per il ministero ordinato per le donne. È sempre la volontà di Cristo che fa da spartiacque. Non si tratta di un discorso sociologico o peggio. Ma semplicemente il criterio è legato a ciò che Cristo ha trasmesso.

Alla sequela di Cristo vi sono molte donne, ad una donna ha dato di annunciare ai Suoi l’evento cardine del cristianesimo che è la Resurrezione. Ma solo ai Dodici ha conferito il “ministero ordinato” dicendo in quell’ultima Cena: “Fate questo in memoria di me”.

Dal sorgere delle prime comunità cristiane chi presiede l’Eucarestia e guida la Comunità è un Apostolo o un discepolo. Certo vi è anche la diaconessa di cui fa menzione Paolo nella lettera ai Romani, ma non come responsabile della Comunità. Mai né la Chiesa Ortodossa né quella latina hanno avuto una ministerialità ordinata diversa da quella dei primi secoli. E non si tratta solo di una cultura legata a quel tempo.

Su questi argomenti la Chiesa cattolica si è interrogata a più riprese dal Concilio Vaticano II sino all’ultimo Sinodo dei Vescovi dell’ottobre scorso.

Il dire di no in ragione della verità oggettiva non è cattiva volontà, come non è mancanza di sensibilità togliere a qualcuno di mano un oggetto pericoloso.

La Chiesa cattolica nel suo Magistero ordinario e straordinario non può che essere fedele al suo Signore, certo nell’ascolto dei segni dei tempi che interpellano, come voleva Papa Giovanni XXIII e il Concilio stesso, la pastorale della Chiesa, ma che non possono mutarne la dottrina. Ciò a cui ogni pastore è tenuto a considerare è questo sapiente adagio latino: Amicus Plato sed magis amica veritas.