Il rinnovamento della pastorale giovanile in Calabria

Notevole contributo di Ivan Rauti dell'Archidiocesi di Catanzaro-Squillace

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, domenica, 15 luglio 2012 (ZENIT.org).- Avvalendosi di un’abbondante bibliografia di taglio storico, sociologico, psicologico, teologico e giovanile Ivan Rauti, docente di Teologia Pastorale all’Istituto Teologico S. Pio X di Catanzaro e attuale delegato di Pastorale Giovanile dell’Archidiocesi di Catanzaro-Squillace, nel suo volume Accogliere la sfida. Il rinnovamento della pastorale giovanile in Calabria di fronte alle provocazioni della pietà popolare (ED INSIEME, Terlizzi, 2010) offre una lettura chiara, ben giustificata e ampiamente comprensibile delle scelte operative che possono e devono essere fatte per favorire la maturazione della fede tra i giovani della Calabria che, a partire dai primi secoli del cristianesimo, costituisce un territorio fortemente sensibile, ricco di numerose testimonianze nelle antichissime popolazioni dell’esperienza religiosa e soprattutto della pietà popolare, consistente in manifestazioni liturgiche che «riguardano la “grandezza” di Gesù: la divinità, l’eternità, la figliolanza divina, l’onnipotenza, la sovranità sul cielo e la terra, l’Incarnazione, l’amore per l’uomo» (p. 46).

Consapevole che «il popolo ha sempre voluto esprimere la propria fede non semplicemente con la parola, che rimane ovviamente il veicolo principale, ma anche con gesti, musiche ed elementi figurativi che aiutino, in qualche modo, a sentire e manifestare maggiormente la profonda devozione che alberga nel suo cuore» (p. 49), l’autore prende in esame le tre espressioni artistiche principali della pietà popolare, consistenti nell’architettura, nella pittura e nella scultura. Infatti sono numerose e bellissime in tutta la Calabria le chiese e le cappelle votive costruite in stile romanico, barocco e bizantino, le tele che con raffigurazioni sacre si trovano in esse come ornamento e le statue che raffigurano personaggi nei cui confronti la devozione è straordinaria soprattutto perché ne riconosce la virtuosità dei vissuti.

Una particolare attenzione è anche rivolta ai numerosi e ben qualificati documenti che i singoli vescovi o vari convegni ecclesiali regionali hanno elaborato per aiutare i fedeli a maturare la loro fede attraverso la comprensione significativa delle manifestazioni religiose popolari per la cui realizzazione vengono anche fornite delle norme che puntano a farne riconoscere e valorizzare la schiettezza, la spontaneità e la sincerità.

Particolarmente interessanti sono le pagine nella quali l’autore riporta le interpretazioni della religiosità popolare effettuate da sociologi della religione i quali ne mettono in evidenza l’emotività, la fantasia, il collegamento con condizioni di povertà, di arretratezza e di emarginazione e talvolta, affermando la mancanza di autonomia o il rapporto con un’egemonia religioso-borghese, la vedono come «un tentativo di compensazione e autoassicurazione fantastica da parte di chi vive in situazioni di debolezza economica, psicologica e sociale senza sbocchi reali» (p. 71) e talvolta mettono in evidenza anche il rapporto con la superstizione e il ricorso frenetico a pratiche magiche.

Essendo frutto del Concilio Ecumenico Vaticano II l’emergenza del valore straordinariamente significativo della pietà popolare, l’autore opportunamente prende in esame i quattro principali documenti che i vescovi di tutto il mondo elaborarono e che richiamano la visione del «Popolo di Dio» e «Dio del popolo» (p. 103) e, sottolineando il ruolo dei laici nella costituzione gerarchica della Chiesa, evidenziano l’impegno a realizzare e vivere la comunione, così come fanno comprendere in che modo la liturgia deve «essere riconosciuta come fonte della pietà popolare» (p. 113) per riservare tempo abbondante alla lettura e all’approfondimento della Parola di Dio che ha come obiettivo la «purificazione, smascherando le ambiguità; il consolidamento dei valori fondamentali (fratellanza, solidarietà, identità) e la crescita nella fede, orientando in modo adeguato il modus orandi et credendi e, di conseguenza, il modus vivendi» (p. 123).

All’orizzonte teologico di una nuova pastorale giovanile è dedicato il quarto e ultimo capitolo del volume con riferimento esplicito al contesto calabrese, caratterizzato da motivazioni specifiche riguardanti l’istruzione, il rinvigorimento della speranza, la solidarietà e le finalità educative, raggiungibili attraverso piste progettuali da attuare all’interno delle singole comunità e che, grazie all’accurata formazione del clero, tengono conto delle distinzioni «in base all’età, alla condizione sociale, al tipo di studi, allo sfondo familiare» (p. 169) e non trascurano l’avamposto della ’ndrangheta (nome dato alla mafia locale), la carenza di lavoro con la conseguenza che molti sono costretti a lasciare la loro terra per ricercare altrove la possibilità di mettere a frutto le proprie capacità, le forme di devianza, di aggressività e di violenza e soprattutto la necessità di favorire un clima relazionale intenso, sincero e ricco di proposte che consentano di vivere nella pratica quotidiana la responsabilità e la ricerca del senso della propria esistenza.