Il ritiro del Papa con la Curia, gli Esercizi ignaziani e la coscienza

Intervista con padre Mark Rotsaert, superiore del Centro di Spiritualità Ignaziana e professore all'Università Gregoriana

Roma, (Zenit.org) H. Sergio Mora | 383 hits

Papa Francesco taglia il traguardo del primo anno di pontificato nel silenzio di un ritiro spirituale, accompagnato da cardinali, vescovi e sacerdoti della Curia Romana. Stanno svolgendo gli esercizi di Sant’Ignazio? In cosa consistono gli esercizi spirituali secondo il fondatore della Compagnia di Gesù? Che senso hanno per chi è già religioso? Che ruolo gioca la coscienza? Sono un lavaggio del cervello? Essendo un gesuita, in che modo Bergoglio ha compiuto l’accettazione del papato? Infine nell’agere contra ignaziano, non c’è un certo rischio di pelagianesimo?

Per approfondire la tematica e la spiritualità di papa Francesco, ZENIT ha intervistato uno specialista, il padre gesuita belga Mark Rotsaert SJ, superiore del centro di spiritualità ignaziana e professore alla Pontificia Università Gregoriana, autore di vari libri, tra cui Il discernimento spirituale nei testi di Sant’Ignazio.

Cosa significa svolgere un ritiro spirituale? È una realtà che nasce con Sant’Ignazio o già esisteva prima?

Padre Rotsaert: Quelli che attualmente si chiamano esercizi spirituali sono nati con Sant’Ignazio, tuttavia già in precedenza si tenevano ritiri o momenti di spiritualità, pur non strutturati secondo il modello ignaziano. Il santo scrisse gli Esercizi spirituali a partire da una doppia esperienza: una personale di Dio, dopo la conversione del Loyola, leggendo la vita di Gesù e dei santi, ecc.; la seconda fu durante il soggiorno a Manresa, una località spagnola in cui si fermò per circa undici mesi, un’esperienza per aiutare le anime. Allora Ignazio era ancora laico, sebbene non più militare al servizio del re di Spagna ma in cerca di Gesù. Poi si spostò a Barcellona e, da lì, divenne pellegrino in Terra Santa. Scrisse gli esercizi spirituali non per gli uditori ma per i predicatori. Infatti gli esercizi spirituali necessitano dell’orientazione del predicatore, non possono essere realizzati individualmente.

Cosa sono quindi gli esercizi spirituali?

Padre Rotsaert: Sono una novità del XVI secolo: ho studiato il tema e non ho trovato opere simili. Durano un mese, quattro ore al giorno, più un’ora la notte. L’originalità è nel ricorso pedagogico, perché questa preghiera di quattro settimane aiuta a discernere una decisione sulla propria vita, la migliore per ciascuno.

La novità consiste nella rilettura della preghiera. Dopo aver pregato per un’ora, devo riesaminare cosa sia successo in questa mia preghiera. Mi ha toccato, mi ha trasmesso gioia, che emozioni mi ha suscitato? Perché questo moto interiore è il modo in cui Dio ci parla e in cui noi lo ascoltiamo. Per questo l’accompagnatore deve aiutare chi conduce gli esercizi, in merito a questi momenti positivi di consolazione ed allegria e che, alla fine del ritiro, propongono la direzione da prendere.

Tale rilettura si può fare su due livelli. Il primo livello: se non è andata bene, va compreso il motivo. Il secondo, però, è il più importante: capire in che termini la rilettura mi ha toccato. Per questo Sant’Ignazio dice che il predicatore non deve spiegare troppo il Vangelo, per fare in modo che l’esercitante lo incontri nella sua preghiera, perché non si tratta tanto di sapere, quanto di sentire e degustare interamente.

Si riscontra molto in Francesco una relazione personale con Gesù. È così?

Padre Rotsaert: Sì, è proprio così. Un’altra cosa che si nota parecchio è quando Ignazio dice che alla fine dell’orazione è necessario fare un colloquio con Gesù, come se fosse un amico.

Sono quattro settimane, la prima per entrare in relazione con Dio, pregare, riflettere sui propri peccati e sulla misericordia di Dio. Quanto più abbia sentito la gravità del peccato, tanto più si comprenderà meglio la misericordia di Dio. Questa prima settimana si conclude con queste domande: Che sto facendo? Cosa devo fare, per andare incontro alla fine del ritiro con lui?

La seconda settimana serve a contemplare, vedere le persone, ascoltare quello che dicono, vedere quello che fanno. Lo si fa per entrare nella visione di Sant’Ignazio, in modo che la persona entri in relazione con Cristo, non come qualcuno di duemila anni fa ma come un contemporaneo. La seconda settimana – che è la più lunga – riguarda la vita pubblica di Gesù, la terza la Passione, la quarta la Resurrezione.

Quante volte nella vita, i gesuiti fanno gli esercizi?

Padre Rosaert: Durante il primo anno di noviziato e, una seconda volta, durante il terzo anno di noviziato, con un curriculum già compiuto di studi di filosofia, teologia, ecc. Ignazio chiama questo terzo anno la schola affectus.

I ritiri si svolgono fuori dal luogo di lavoro, come sta avvenendo ad Ariccia?

Padre Rotsaert: Non sempre ma preferibilmente. Inoltre, quando la persona vive nello stesso luogo del ritiro, può finire per realizzare alcune attività. Esiste anche un altro metodo che permette di fare gli esercizi in un altro anno, nel quale la persona, ogni giorno in casa prega e riflette sulla rilettura e con un accompagnatore che si incontra una volta alla settimana. Ciò è previsto da Sant’Ignazio. A un certo momento, questo sistema è caduto in disuso ed è stato recuperato all’inizio degli anni Sessanta da un padre della mia provincia in Belgio ed approfondito dal padre Cusson, anche lui di questa università, con un buon successo. Attenzione, seguire gli esercizi alla lettera, così come sono esposti nel libro, significa non essere fedeli a Sant’Ignazio, perché vanno sempre adattati alla persona.

Non è mancato chi qualifica gli esercizi di Sant’Ignazio come un “lavaggio del cervello”…

Padre Rotsaert: Ciò mi fa sorridere perché ho scritto un breve saggio in francese sugli esercizi, nella cui introduzione, ho sottolineato la sorprendente contraddizione apparente tra il ginnastico e lo spirituale come “un tentativo di lavaggio del cervello”. Qui sorgono due fattori: con un buon predicatore e il normale esercitante non è così. Però, in compenso, è sicuro che Sant’Ignazio trovò un modo in cui la fede della persona può giocare un ruolo abbastanza determinante perché possa liberamente scegliere.

Francesco pone frequentemente il problema della coscienza, nella quale la persona ascolta Dio. Come avviene questo per un gesuita?

Padre Rotsaert: La Chiesa ha sempre detto che l’ultimo criterio per prendere una decisione è la coscienza. Lo stesso avviene su temi già consolidati come il matrimonio, nei quali il fedele deve studiare per sapere perché la Chiesa decide questo, sebbene la decisione finale spetti alla coscienza. Questa è la differenza per la quale il linguaggio del Papa è più pastorale. Non che il dicastero della Dottrina della Fede non debba fare il proprio lavoro, tuttavia il Papa sottolinea che esiste questa verità stabilita teologicamente, però anche la vita ed ognuno si confrontano con questo.

Dottrina e legge naturale non sono in contraddizione. La retta coscienza porta a comprendere la dottrina?

Padre Rotsaert: Di fatto nella storia della Compagnia di Gesù, della Chiesa, i gesuiti hanno più volte mostrato una particolare apertura teologica, rispetti a Pascal o ad altre scuole più rigide. Anche su questo  Sant’Ignazio fornisce criteri e il gesuita deve comprendere come applicarli alla persona, al luogo, al tempo, ecc. Ha posto regole sui candidati che possono entrare nella Chiesa, ma anche le possibilità di eccezioni, se esistono ragioni veramente importanti.

Quando il Papa parla con la gente, si ha l’impressione che cerchi quel lato buono della coscienza, anche in quelle di cui si direbbe che non c’è nulla…

Padre Rotsaert: È un po’ la nostra spiritualità ma non solo la nostra.

Parlando della coscienza, i gesuiti, avendo un voto di obbedienza al Papa, non potrebbero esserlo. Nel caso di Bergoglio abbiamo a che fare con questa libertà di coscienza?

Padre Rotsaert: Nella Compagnia abbiamo i tre voti dei religiosi, più un quarto di obbedienza al Papa, oltre a dei voti minori sulla povertà e sull’ambizione. Infatti Sant’Ignazio aveva notato che a Roma vi sono due tentazioni, che erano le più pericolose per la Chiesa. Ci impegniamo a non cambiare mai le regole sulla povertà volute da Sant’Ignazio, a non renderle più severe, cosa che chiaramente non è mai accaduta. Il voto sull’ambizione implica di non accettare incarichi episcopali e simili. È chiaro che storicamente ciò è avvenuto, perché, ad esempio, alcune missioni sono state iniziate da un gesuita e non vi era nessun altro che potesse fare da vescovo. E Sant’Ignazio chiaramente non ha mai pensato ad un papa gesuita, come se non potessero essere vescovi…

E Bergoglio ha accettato di essere papa, però, in quanto tale ha dovuto chiedere una dispensa…

Padre Rosaert: Già ebbe la dispensa per essere vescovo, tutto il resto è conseguenza…

A volte nei religiosi, c’è un certo “buonismo” che crea loro difficoltà a dire “no”. Con Francesco non è così. Deve vedere l’agere contra, decisioni come quella di vivere a Santa Marta…

Padre Rosaert: Saper dire di no, è importante. Intanto la formula agere contra va contestualizzata. Gli esercizi sono un metodo per comprendere come seguire Gesù ed è chiaro che, potendo scegliere, uno preferisce essere ricco piuttosto che povero, quindi nella preghiera e nel dialogo con Gesù, si può chiedere il contrario ma è un dono che si chiede, non c’è nulla di volontario.

Quelli che il Papa e la Curia Romana stanno facendo ad Ariccia, sono esercizi ignaziani?

Padre Rosaert: In senso stretto non lo sono, ma è altrettanto chiaro che sono profondamente caratterizzati dal metodo di Sant’Ignazio.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Luca Marcolivio]