Il “ritorno” del padre e il suo rapporto con la vita nascente (Parte I)

Intervista ad Antonello Vanni, educatore e studioso di bioetica

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ROMA, lunedì, 8 novembre 2004 (ZENIT.org).- In una società in cui si registra un progressivo allontanamento – se non una totale assenza – dei padri nel rapporto con i loro figli, a farsi sentire maggiormente è l’esigenza di una profonda sensibilizzazione sulla sacralità della relazione tra il padre e la vita concepita.



Antonello Vanni, educatore e studioso di bioetica perfezionatosi presso l’Università Cattolica di Milano, analizza queste ed altre tematiche nel suo nuovo libro dal titolo “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (Francesco Nastro Ed., 2004, pp. 64, Euro 8 ).

Questo saggio mira, in particolare, a commentare, alla luce degli insegnamenti contenuti nella Evangelium Vitae e negli altri documenti magisteriali della Chiesa cattolica, il Documento per il padre redatto nel dicembre 2001 da un gruppo di intellettuali al fine di dare una forte scossa all’atteggiamento svalutante nei confronti del ruolo della figura paterna cui si assiste al giorno d’oggi.

"Se quello che i mortali desiderano, potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre", affermava Telemaco, il figlio di Ulisse, nell'Odissea. Quanto è forte e avvertita oggi questa esigenza del "ritorno" del padre?

Antonello Vanni: Quanto più sta aumentando la consapevolezza, anche scientifica, del danno provocato dall’assenza del padre negli ultimi decenni nelle più ricche società occidentali, tanto più si sta manifestando l’esigenza del suo “ritorno”.

E’ importante però soffermarci sul richiamo all’Odissea in quanto questa vicenda narrativa oltre al desiderio del ritorno del padre contiene anche precise indicazioni su come farlo tornare: Telemaco, ormai considerato un orfano, a seguito della benevolenza divina è spinto ad agire e a partire alla ricerca del padre per affrontare poi un vero viaggio iniziatico in cui incontrerà, tra l’altro, Nestore e Menelao, uomini depositari di un’antica saggezza, che gli insegneranno il valore sacro del legame familiare e gli consegneranno, come un seme da coltivare, la memoria del padre.

Questo vuol dire che l’esigenza del ritorno del padre deve essere accompagnata da almeno tre elementi: l’azione, cioè l’attivazione secondo la propria sensibilità e le proprie competenze, di un’attenzione educativa, sociale e politica per riavvicinare il padre alla vita dei figli; la necessità di individuare un percorso pedagogico appropriato per un sano sviluppo dell’identità maschile verso la maturità, compito a cui per millenni, come Nestore e Menelao, hanno assolto gli uomini maturi nei confronti degli adolescenti attraverso i riti di iniziazione, oggi scomparsi in quanto la maggior parte di coloro che dovrebbero iniziare i giovani ai valori della comunità preferiscono una vita vissuta in modo edonistico, da “eterni adolescenti”, senza responsabilità e passione per il benessere delle nuove generazioni; infine il bisogno di tornare a seminare per insegnare la sacralità dei legami familiari: paternità, maternità e coniugalità. Solo così sarà possibile creare radici salde per la famiglia, fondanti un sentimento paterno attento al valore della vita.

Ha raccolto racconti personali che testimoniano il desiderio del ritorno del padre?

Antonello Vanni: In quanto educatore posso esprimere innanzitutto lo sconcerto personale di fronte alla disgregazione della famiglia e alla lontananza del padre (a volte neppure conosciuto) dai figli: molti ragazzi mi segnalano che il loro padre preferisce stare sul divano a guardare lo sport anziché occuparsi della loro vita scolastica, altri segnalano il clima di silenzio totale che pervade la loro cena che di solito si svolge solo con la madre e i fratelli.

Eppure questi ragazzi parlano del padre sempre con amore, segnalando la necessità di una considerazione e di un dialogo che raramente si avvera.

Oltre a queste dolorose realtà è però opportuno anche segnalare il grande interesse e la partecipazione che caratterizza gli incontri in cui si parla del “caso serio della paternità”: nei seminari, nei corsi e nelle conferenze a cui mi capita di partecipare, o che direttamente tengo, è possibile rilevare una forte esigenza di parlare di questo tema.

Di cosa tratta il suo libro “Il padre e la vita nascente”?

Antonello Vanni: Il saggio vuole commentare, nel riferimento alle indicazioni dell’Evangelium Vitae e di altri documenti del Magistero Cattolico, il Documento per il padre .

Questo documento, sottoscritto e pubblicato nel dicembre 2001 da un gruppo di docenti universitari, scienziati, giornalisti e professionisti, è una proposta di modifica dell’atteggiamento verso il padre nella cultura corrente e nelle norme di legge.

Il Documento per il padre viene illustrato come proposta che ben risponde all’invocazione fatta dal Santo Padre che, nell’Evangelium Vitae, di fronte ai delitti consumati ogni giorno anche con l’autorizzazione dello Stato e il favore di alcuni strati dell’opinione pubblica, chiedeva da subito la nascita di iniziative di animazione sociale e impegno, di progetti culturali politici e legislativi volti ad edificare una società capace di promuovere e difendere la vita.

Nondimeno lo stesso Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio, riconoscendo il valore della paternità e la necessità di rinnovato impegno per valorizzarla, aveva affermato: “Soprattutto là dove le condizioni sociali e culturali spingono facilmente il padre ad un certo disimpegno rispetto alla famiglia o comunque ad una sua minor presenza nell’opera educativa, è necessario adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il compito del padre nella e per la famiglia sono di un’importanza unica e insostituibile”.

Quali sono state le prime iniziative legate alla pubblicazione del Documento per il padre?

Antonello Vanni: Una prima iniziativa ha riguardato la richiesta di una revisione della legge 194/78 ( Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) con l’obiettivo di dare maggior riconoscimento ed aiuto al padre desideroso di veder vivere il proprio figlio concepito (laddove si intenda ricorrere all’aborto) e quindi disposto ad assumersi ogni responsabilità ed onere di fronte al concepito e alla madre.

Come è noto la legge 194/78 non prevede il coinvolgimento del padre nelle decisioni riguardanti la vita e il destino del figlio: la legislazione italiana di fronte alla prospettiva di un’interruzione di gravidanza esclude l’intervento del padre, che può eventualmente essere ascoltato solo laddove la donna lo consenta. Le adesioni al Documento sono state molto numerose e quotidianamente avvengono nuove registrazioni.

Il problema dell’ingiusta esclusione del padre è tornato all’attenzione tanto che recentemente Noi Genitori&Figli, allegato di Avvenire, il 31 ottobre 2004, ha pubblicato la testimonianza di un padre che non è riuscito a garantire la tutela del figlio concepito, destinato alla morte, neppure rivolgendosi alle maggiori istituzioni.

Secondo lei la tutela del padre nei suoi diritti verso il concepito è un servizio reso non solo a favore della vita ma anche della famiglia e della società?

Antonello Vanni: La tutela del padre, desideroso di salvare la vita del figlio sul quale incombe il pericolo dell’aborto, è innanzitutto un servizio reso alla vita e questo è un fatto che interpella, come una domanda, la coscienza cristiana: come ha detto l’Arcivescovo Caffarra (3 novembre 2004) l’essere umano oggi è in pericolo e ha bisogno di essere difeso perciò queste “sono domande che devono abitare soprattutto nella mente dei discepoli di Cristo ai quali il tema del ‘pericolo per l’uomo’ richiama immediatamente il tema centrale della loro fede: la redenzione dell’uomo, la sua salvezza eterna”.

In secondo luogo è un servizio reso nei confronti della famiglia: se oggi si lamenta l’assenza del padre e la sua lontananza dalla vita dei figli, è importante riconoscere, apprezzare e stimolare le manifestazioni dell’autentico sentimento paterno caratterizzato da desiderio di protezione, premurosa custodia e sollecitudine nei confronti della vita indifesa.

Ogni uomo al quale sarà permesso di salvare la vita del figlio concepito sarà fondamentale esempio per tutti i padri ed invito ad assolvere in ogni famiglia questa “generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre”.

Infine è un servizio reso in favore della società in quanto la possibilità di testimoniare accoglimento e dono, soprattutto in un’epoca che vede le relazioni umane solo in termini consumistici o di profitto, sarà senz’altro portatrice di frutti culturali e morali inaspettati e improcrastinabili.

Cosa consiglia per far riavvicinare i padri alla vita nascente e quotidiana dei figli?

Antonello Vanni: Alle agenzie educative chiedo di prendere in seria considerazione la possibilità di attivarsi per educare alla paternità: oltre al ben avviato servizio dei corsi per fidanzati in preparazione al matrimonio, un’occasione da non trascurare ci viene offerta anche dall’ “ora di religione”.

Proprio in questi giorni l’Arcivescovo Tettamanzi, sottolineando il preoccupante assenteismo degli allievi, spesso favorito dagli stessi genitori, dall’ora di religione ha osservato che questo momento educativo rappresenta “lo spazio per far emergere la domanda religiosa che fa parte della persona e dell’esperienza della persona. E questo non tanto per amore della religione quanto per amore dell’uomo e della sua verità”.

Un’ipotesi potrebbe essere quella di presentare in questa sede la sacralità della relazione tra il padre e la vita concepita, sacralità che nasce dal fatto che la paternità consiste nella comunicazione di un dono che ha il suo fondamento nella paternità divina.

In genere i giovani sono sempre molto attenti a queste tematiche, essendo coinvolti direttamente nelle problematiche della sessualità: non resta che offrire loro le ragioni antropologiche cristiane dell’amore e della dignità/inviolabilità della vita.

[La seconda parte dell’intervista verrà pubblicata martedì, 9 novembre]