Il “ritorno” del padre e il suo rapporto con la vita nascente (Parte II)

Uno studioso di bioetica analizza le risposte della società a queste problematiche

| 710 hits

ROMA, martedì, 9 novembre 2004 (ZENIT.org).- Nel suo ultimo libro intitolato “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (Francesco Nastro Ed., 2004, pp. 64, Euro 8), Antonello Vanni, educatore e studioso di bioetica, approfondisce la ricerca sulle cause che hanno allontanato il padre dalla vita concepita, e sui gravi effetti familiari e sociali provocati da questo allontanamento.



In questa intervista concessa a ZENIT lo studioso sottolinea le responsabilità dei media, spesso veicoli di messaggi contro “la sacralità della vita”, che tendono a trasformare gli uomini e le donne, “in oggetti di consumo privati di valore ed autenticità”, e dello Stato in scelte di politica economica e del lavoro che creano insicurezza e instabilità nella vita familiare.

La prima parte di questa intervista è stata pubblicata nel Servizio Giornaliero dell’8 novembre 2004 .

Siamo in una società in cui l'allontanamento del padre dalla sua naturale funzione è dovuto spesso allo svuotamento o alla confusione dei ruoli fra donna e uomo, incoraggiati dai media, dai costumi se non dai governi, ed espressione di una cultura che non guarda più alla "sacralità della vita”. Condivide questa analisi?

Antonello Vanni: Certamente la questione della paternità è anche la “questione maschile”. Non a caso la mia proposta nasce all’interno di un’approfondita ricerca che si sta svolgendo da anni nella riflessione proposta da Claudio Risé (www.claudio-rise.it ) scrittore dei libri Il padre, l’assente inaccettabile e Il mestiere di padre (San Paolo Ed.).

Questo studioso ha chiarito da subito che questione maschile e paternità sono due realtà fondate in un’unica e comune esperienza: il dono. Non è possibile disgiungere la ricerca dell’una dall’altra. D’altro canto i media, la televisione e la pubblicità sono tra i principali attori di un vero e proprio disastro antropologico che ha trasformato uomini e donne, “maschio e femmina”, in strumenti per produrre denaro o in oggetti di consumo privati di valore ed autenticità.

Questo meccanismo distruttivo e altamente persuasivo è la prigione in cui sono abbandonati i nostri figli laddove la famiglia, il padre o la madre sono assenti. In questa prigione i bambini sono sottoposti ai messaggi della “cultura della morte” che appunto ha distrutto la sacralità della vita ed ha come principali suggerimenti: l’indifferenza, la tolleranza nei confronti degli abusi contro la vita, il rifiuto, il disprezzo, l’assolutizzazione della libertà individuale.

Si comprende che in questo orizzonte non è certo facilmente percorribile l’itinerario verso un’identità matura, anche dal punto di vista dell’identità di genere: il dono del padre e la capacità di cura e accoglimento della madre sono l’ultimo dei valori, a meno che servano per vendere un’automobile più grande o qualche prodotto alimentare.

Esistono corsi che preparano al matrimonio ma nessuno che prepara in maniera specifica alla paternità o alla maternità. Crede si senta sempre di più, nei tempi attuali, l'esigenza di una più efficace pastorale familiare e anche di una educazione ad hoc al riguardo?

Antonello Vanni: Effettivamente è difficile trovare sussidi destinati alla preparazione dei fidanzati al matrimonio capaci di trattare la questione della paternità in modo approfondito (la maternità è invece più considerata).

Di grande importanza invece sarebbe dedicare in questi strumenti un maggiore spazio alla paternità e alla relazione del padre con la vita per combattere l’irresponsabilità, il materialismo e l’edonismo che banalizzano la sessualità e la deformano moralmente.

Tuttavia esistono spazi adeguati in cui potrebbe essere inserita una prospettiva educativa a riguardo: ad esempio nella diocesi di Milano, in cui risiedo, il principale riferimento è il sussidio In cammino verso il matrimonio (Centro Ambrosiano 2000) che si presenterebbe già in grado di accogliere questa integrazione, ad esempio nel capitolo Aperti alla vita e nell’Appendice destinata a trattare tematiche antropologiche.

Esistono istituzioni politiche e scientifiche impegnate in tal senso?

Antonello Vanni: Purtroppo l’impressione è che lo Stato non stia facendo molto per agevolare lo sviluppo di un maturo sentimento della paternità e della coniugalità: la direzione anzi sembra contraria.

Pensiamo alle proposte di divorzio veloce, di affido disattento dei figli con scarsa considerazione dell’importanza del ruolo educativo paterno, ma anche alle disattenzioni di politica economica e del lavoro: ci sono padri degni di ammirazione e stima per l’amore che nutrono verso i loro figli ma che, sottoposti alle vessazioni delle nuove forme contrattuali (ad es. gli apparentemente superati Co.Co.Co), devono cercare di recuperare disperatamente una quantità di lavoro sufficiente per dare da mangiare ai figli, sottraendo tempo prezioso per l’educazione degli stessi.

E non parliamo, in questi casi, di congedi di paternità o di assegni familiari. Il futuro, poi, per loro è un incubo mentre guardano gli occhi dei bambini al ritorno a casa e non sanno se anche l’anno seguente avranno lo stesso contratto.

Per quanto riguarda le istituzioni scientifiche non abbiamo ancora rilevato sufficienti segnali. La nostra prima proposta è quella di chiedere al Comitato Nazionale di Bioetica, alla Pontificia Accademia per la Vita ed al Ministero della Sanità di intraprendere una seria ricerca sulle cause che hanno allontanato il padre dalla vita concepita, nonché sui gravi effetti familiari e sociali provocati da questo allontanamento.

Siamo poi interessati ad interloquire con il Forum delle Associazioni Famigliari, e con le altre organizzazioni che attualmente stanno lavorando sulla riforma della legge che ha istituito i Consultori Familiari, affinché si consideri la possibilità di guardare con maggiore attenzione e fiducia alla figura paterna nei consultori stessi e nei Centri di Aiuto alla Vita. Con l’obiettivo di offrire, attraverso il dialogo e la riflessione, un’ulteriore possibilità di salvezza al bambino

Cosa pesa di più nel rapporto padre-figlio di oggi: un'assenza inaccettabile o un insostenibile confronto?

Antonello Vanni: L’assenza inaccettabile è un’evidenza di per sé già sufficientemente pesante. Per quanto riguarda il confronto, esso non deve essere insostenibile: al contrario deve essere sostenuto, se supportato da una visione della vita diversa e fondata su ben altri valori da quelli proposti dal padre.

Se, come appunto ha detto Claudio Risé, la “società senza padri” ha come caratteristica la passività e l’incapacità di confrontarsi con la norma imposta, possiamo guardare con occhi fiduciosi alcuni fermenti che pervadono il mondo giovanile: ad esempio i giovani del Movimento per la Vita hanno pubblicato un manifesto contro la legge 194.

Questi giovani stanno dicendo “no” ai loro padri che hanno lasciato in eredità una legge mortifera e indesiderata. Sono alla ricerca di un altro tipo di padre, capace di amare e rispettare la vita.

Infatti al secondo punto del loro Manifesto, dopo la richiesta di assoluta tutela del concepito, chiedono che venga riconosciuta la possibilità di coinvolgimento del padre che deve essere informato della gravidanza e consultato nelle decisioni riguardanti la vita del figlio.

Infine qual è la "proposta alla coscienza cristiana" espressa nel suo volume?

Antonello Vanni: Quella di testimoniare senza timore l’amore per la vita e per la famiglia, con la stessa forza, fiducia e attenzione con cui ogni giorno il Padre segue la nostra vita nel palmo della sua mano.