Il rivoluzionario Tintoretto di Venezia

Una mostra che rende giustizia ad uno dei principali interpreti della pittura italiana del Cinquecento

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di Maria Cristina Fiocchi e Antonio Gaspari

ROMA, sabato, 31 marzo 2012 (ZENIT.org) - Audace, geniale, moderno, dinamico, mai domo, un uomo e un artista che è riuscito ad emergere per il suo talento tra i giganti del tempo, e che ha segnato la storia dell’arte.

Stiamo parlando di Jacopo Robusti, conosciuto come il Tintoretto, le cui opere sono esposte a Roma nelle Scuderie del Quirinale* in una mostra che è iniziata il 25 febbraio e che si concluderà il 10 giugno.

La mostra è organizzata in maniera mirabile, si apre e si conclude con due significativi autoritratti di Tintoretto.

Il primo mostra un giovane arguto, volitivo, determinato, che veste un abito povero e indistinto.

Il secondo mostra il Tintoretto anziano, con lo sguardo ancora volitivo, ma con il viso più rilassato, saggio, vestito in abiti sfarzosi, quasi fosse un Doge.

Figlio di un tintore di stoffe, da qui il nomignolo “Tintoretto”, con una preparazione da autodidatta, Jacopo Robusti si firmava maestro grazie ad uno studio indipendente svolto presso la scuola di Campo san Cassian.

Vissuto in una Venezia al massimo del suo splendore, quando la città lagunare era il principale porto dell’Adriatico e la prima città industriale d’Italia, con il primato nella produzione di panni di lana e seta, vetri, saponi , spezie, libri e quadri, il giovane Tintoretto sembrava non avere nessuna possibilità di emergere a causa della presenza di giganti come Tiziano e Veronese.

Ma come si evince dallo sguardo del suo autoritratto giovanile, il Tintoretto era combattivo e creativo.

Per emergere, far conoscere le sue capacità e trovare commissioni, Tintoretto escogitò una tecnica che spiazzò tutti i concorrenti.

Cominciò a dipingere anche grandissime tele facendosi pagare pochissimo e addirittura offriva opere gratis, regalava quadri, oppure si faceva pagare solo tele e colori.

Per questo modo di fare fu inviso agli altri artisti. Un critico d’arte suo conterraneo Boschin lo ha descritto come un “praticon di man”, ma l’autorevole Roberto Longhi ha parlato di Tintoretto come di “natura geniale, grande inventore di favole drammatiche da svolgersi dentro coreografie di luci e ombre vibranti …”.

In affetti a vedere la grande tela del “San Marco che libera lo schiavo dal supplizio della tortura” si rimani stupiti, non solo dalla maestria con cui l’intera scena è costruita, con i personaggi tutti diversi e tutti in movimento, con lo sfondo di architetture diverse.

Ma quello che più colpisce è la posizione di San Marco sospeso in aria e non si riesce a capire a quale prospettiva faccia riferimento.

Come gli autori della mostra hanno suggerito tutta l’opera di Tintoretto “è concepita come un grande spettacolo con soluzioni sperimentali che hanno tagli prodigiosamente cinematografici”.

Esemplare il modo in cui il Tintoretto agiva per far splendere la sua genialità.

Nel 1564 la Scuola Grande di San Rocco bandì un concorso per assegnare la pittura di un quadro sul soffitto della sala dell’Albergo.

Tra i Partecipanti insieme a Tintoretto c’erano artisti del calibro di Veronese , Zuccari e Giuseppe Salviati. A ognuno di loro la Scuola chiese di presentare un bozzetto.

Tintoretto non presentò il bozzetto, ma dipinse un quadro e lo donò alla Scuola. Il concorso non ebbe più luogo e la Scuola affidò a Tintoretto di dipingere non solo il resto del soffitto, ma le pareti della sala superiore, di quella inferiore e dell’altare.

E’ alla Scuola grande di San Rocco che Tintoretto dedicò gran parte del suo lavoro, dipingendo tra l’altro il ciclo della Passione e la Resurrezione, la “Vergine Maria in meditazione” e la “Vergine Maria in lettura”, queste ultime esposte nella mostra.

Un altro grande pregio di Tintoretto è la versatilità, non c’è tecnica che non conosca, né dipinto che non sappia fare: ritratti, affreschi, tele gigantesche, pale d’altare e arredi sacri. Passa con disinvoltura dai temi religiosi a quelli profani. E’ capace di una produzione sterminata. Serve dogi e cardinali, mercanti e borghesi . La sua bottega divenne un’impresa che continuò a produrre arte per più di 52 anni dopo la sua morte.

Complimenti ai curatori della mostra: Vittorio Sgarbi, Giovanni Morello, Giovanni C.F. Villa e Melania G. Mazzucco, per essere riusciti a raccontare le vicende e la grandezza di un tale artista nel suo contesto culturale e storico con una esposizione chiara ed essenziale.

www.scuderiequirinale.it