"Il sacerdote non è padrone, ma servo del gregge"

Spunti per l'omelia a cura della Congregazione per il Clero per la XXIV Domenica del Tempo Ordinario - C. Preghiera dei fedeli

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) | 432 hits

Citazioni: 

Ez 32,7-11.13-14: www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9abulq5.htm  
1Tim 1,12-17: www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9asskra.htm
Lc 15,1-32: www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9abthco.htm  
                 www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9ard4qo.htm

Nella domenica in cui leggiamo le celebri parabole lucane della misericordia, l’insieme delle tre letture bibliche della Liturgia della Parola ci permette una speciale applicazione di tale insegnamento alla figura ed al ministero del sacerdote.

Il brano evangelico, innanzitutto, introduce la figura del pastore che va in cerca della pecora smarrita nel deserto, rivelazione della misericordia del Padre in Cristo, ma anche indicazione chiara dell’attitudine di ogni sacerdote, chiamato a cercare e a trovare coloro che si allontanano dal gregge della salvezza. La parabola successiva non fa che ripetere lo stesso insegnamento.

Nella seconda parte del brano evangelico, Gesù narra la più bella delle sue parabole: quella del padre misericordioso e del figlio prodigo. Di essa notiamo soltanto un aspetto: il figlio prodigo è in casa del padre, ma non vuole vivere da figlio, vuole sostituirsi al padre: per questo gli chiede di poter gestire la sua fetta di patrimonio e, ottenutala, parte per poter vivere da padrone di se stesso e anche di coloro che incontrerà, sui quali eserciterà il proprio influsso utilizzando a sproposito la ricchezza ricevuta. Però, mentre egli era in casa, sotto la sapiente guida del padre, poteva usufruire di tutti i vantaggi della sua posizione di figlio; ora invece dilapida tutto, finisce in miseria e i presunti amici e compagni lo abbandonano, perché erano legati a lui solo dal proprio tornaconto, di poter sfruttare ciò che il figlio prodigo aveva tra le mani.

È questa l’amara vicenda anche di ogni sacerdote che nella casa di Dio, che è la Chiesa, vuole agire non da figlio, ma da padrone. Il figlio prodigo è immagine – come è chiaro – di ogni peccatore e, tra questi, è inclusa anche la figura del sacerdote che non si ritiene e non si comporta come ministro di Dio (minister, in latino, vuol dire servo). Così egli vuole tenere il potere nelle sue mani: lui decide! E magari potrà anche far sì che una parte delle persone si leghi a lui, per qualunque ragione, eccetto quella giusta: camminare insieme verso il Signore. Ma, alla fine, cosa resta nelle mani di un sacerdote che imposta la sua vita in questo modo? La miseria di una vita e di un ministero falliti. Egli deve allora rinsavire e tornare dal Padre, per essere suo figlio e suo servo. Deve rimanere nella casa, sottomesso a Dio, e solo così potrà far fruttificare i beni di famiglia e prosperare.

Già nella prima lettura tale insegnamento è adombrato. Il popolo pecca e Dio, forse per mettere alla prova Mosè, gli dice: «Il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito». Dinanzi a questa situazione, Mosè avrebbe potuto decidere di risolvere la questione da sé, con le proprie forze e con decisioni autonome: “ho fatto uscire questo popolo dall’Egitto, ora esso non ha ascoltato le mie indicazioni, risolverò il problema in questo modo...”.

Ma Mosè è uomo di Dio e servo di Dio: egli sa che il popolo non è suo; egli sa di essere un mediatore tra Dio e il popolo, un ministro di Dio presso il popolo, che è e resta del Signore e non suo. Perciò risponde: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?». Mosè risponde bene: è stato Dio a fare uscire il popolo, non lui; ed il popolo stesso è del Signore e non suo. A seguito di questa saggia risposta, Dio interviene. Siccome il popolo è suo, Egli correggerà l’errore, perdonerà il peccato e indicherà la strada per ricominciare il cammino verso la terra promessa.

Il sacerdote non è padrone, ma servo del gregge: le pecorelle sono di Dio, appartengono a Lui e il Signore le guida, anche se si degna di farlo concedendo una vera autorità ai suoi ministri sulla terra, che per questa ragione meritano di essere ascoltati, obbediti e anche riveriti. Tutto ciò non implica, tuttavia, che essi possano orgogliosamente ergere se stessi su un ideale piedistallo e ritenere di possedere quelle chiavi della scienza, a motivo delle quali essi non entrano e non lasciano entrare nemmeno quelli che lo vorrebbero (cf. Lc 11,52).

Ciò che aiuta molto il sacerdote a rimanere umile e a riconoscere la grandezza del dono ricevuto senza indulgere ad alcuna superbia, è la costante meditazione sulla propria pochezza umana, la regolare e attenta analisi della propria coscienza e la pratica regolare della Confessione sacramentale, la quale, anche in assenza di peccati gravi, è da raccomandare come antidoto alla superficialità ed alla supponenza. Nella seconda lettura S. Paolo accusa se stesso come peccatore, proprio nel momento in cui riconosce la grandezza del carisma apostolico ricevuto da Cristo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. [...] Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io». È di fondamentale importanza che il sacerdote ripeta spesso queste o simili parole: “Cristo mi manda a trovare le pecorelle smarrite, a salvare i peccatori, ma di questi il primo sono io! Siccome mi è stata usata misericordia, anche io andrò incontro ai fratelli portando con me la misericordia del Signore”.

Alla luce della odierna Parola di Dio, rinnoviamo il nostro impegno di preghiera fervente e continua per i sacerdoti, perché, consapevoli sia della pochezza umana che dello straordinario dono di grazia ricevuto, cerchino sempre con zelo affascinato le pecorelle del gregge di Cristo e le conducano ai pascoli sempreverdi della vita immortale.

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PREGHIERA DEI FEDELI 

INTRODUZIONE DEL CELEBRANTE

La nostra famiglia parrocchiale è riunita insieme per pregare nell’unità della fede e della carità. 

1.    O Dio Padre tu rinnovi per noi la grazia della misericordia e dell’accoglienza. Donaci di ricevere il tuo perdono nel sacramento della Confessione,

 Ti preghiamo: SIGNORE ASCOLTA LA NOSTRA PREGHIERA

2.    Donaci o Signore di camminare dietro a te nella via della pace, seguendo la parola e la testimonianza di Papa Francesco. Ti preghiamo per la Siria e per tutto il Medioriente,

Ti preghiamo: SIGNORE ASCOLTA LA NOSTRA PREGHIERA 

3.    In comunione con Maria Addolorata ti affidiamo o Signore quanti partecipano alla croce di Cristo attraverso la persecuzione, l’esilio, la malattia. Rendici participi con la preghiera e la carità.

Ti preghiamo: SIGNORE ASCOLTA LA NOSTRA PREGHIERA 

4.    Ti affidiamo o Signore le nostre comunità parrocchiali: rinnova per tutti noi lo spirito di comunione e l’apertura della missione,

 Ti preghiamo: SIGNORE ASCOLTA LA NOSTRA PREGHIERA 

CONCLUSIONE DEL CELEBRANTE

O Signore Gesù Ti affidiamo attraverso il cuore di Maria Addolorata, tua Madre, la nostra preghiera per noi e per tutti.