Il sacrificio di don Giuseppe Morosini

Il sangue dei sacerdoti per salvare la civiltà umana

Roma, (Zenit.org) Giovanni Preziosi | 792 hits

Sulla scia delle Celebrazioni per il Centenario della nascita del giovane sacerdote vincenziano, don Giuseppe Morosini (19 marzo 1913 – 3 aprile 1944), che si concluderanno a Ferentino il prossimo ottobre sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica, per impedire che l’incedere del tempo possa sbiadire i ricordi e spazzare via la memoria del sacrificio di questo giovane sacerdote, appena trentunenne, chi scrive ha realizzato, con dovizia di particolari, un circostanziato articolo pubblicato, nell’edizione del 4 aprile 2013, sul quotidiano della Santa Sede “L’Osservatore Romano”, intitolato “Primula rossa in tonaca”, nel quale si dà conto della luminosa figura di Sacerdote e Partigiano di don Giuseppe Morosini, barbaramente trucidato dai nazi-fascisti presso il Forte Bravetta, proprio il 3 aprile di sessantanove anni fa, dopo l’ignominiosa condanna a morte spiccata ai suoi danni dal Tribunale di guerra tedesco, il 22 febbraio di quello stesso anno. Qui di seguito vi proponiamo un breve stralcio, rimandando alla versione integrale dell'articolo per poter meglio contestualizzare e approfondire questo episodio.

All’indomani dell’Armistizio, infatti, aveva aderito alla banda “Fulvio Mosconi” di Monte Mario alle dirette dipendenze del Fronte clandestino militare di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, incaricandosi di trasportare armi, viveri e consegnare messaggi nelle borgate delle vie Cassia, Appia e Casilina. Tuttavia, proprio per questa sua attività, il 4 gennaio del 1944, subito dopo che aveva celebrato la S. Messa presso il collegio Leoniano, era stato tratto in arresto dai nazisti. L’arresto fu reso possibile grazie ad una soffiata di un infiltrato della Gestapo tra i partigiani di Monte Mario, tale Dante Bruna, un giovane commerciante che, aveva ritenuto più redditizio in quei tempi di crisi, intraprendere il “mestiere” di delatore, insieme al S. Ten. della P.A.I. Domenico Campani. Di conseguenza, la mattina del 4 gennaio 1944, il perfido delatore, su imbeccata della Gestapo, eseguì dettagliatamente le direttive che aveva ricevuto dal capo dell’organizzazione spionistica, il giudice Alfredo Leboffe, allacciando i primi contatti con don Morosini e Bucchi col pretesto di voler vendere loro un mitragliatore, in modo da trovare un valido capo d’accusa per poterli poi denunciare alle autorità tedesche. Appena eseguito l’ordine ricevuto, provvide ad avvertire telefonicamente le SS che alloggiavano presso l’albergo Plaza, dove, tra l’altro, aveva stabilito la sua dimora anche Alfredo Leboffe, che poi sarà il magistrato che condannerà alla pena capitale il giovane prete vincenziano. A quel punto il piano, ordito fin nei minimi particolari da Kappler già dal mese di settembre del 1943, poteva finalmente scattare. Di conseguenza, verso le ore 11.45, mentre don Giuseppe e il sottotenente d’artiglieria Marcello Bucchi, al ritorno dall’abitazione di Dante Bruna situata in via Pompeo Magno a poca distanza dal Collegio Leoniano, si accingevano a varcare la soglia dell’istituto religioso, furono circondati e fermati da un drappello armato di tutto punto delle S.S. al comando del tenente Haut,che intimò loro di fermarsi per accertarsi delle loro generalità. Senza battere ciglio trascinarono il malcapitato sacerdote a bordo di una vettura Lancia-Aprilia, sotto lo sguardo esterrefatto del superiore del collegio don Giuseppe Zeppieri, mentre il sottotenente Bucchi fu fatto salire su di una camionetta militare che si dileguò rapidamente verso via Lucullo.

Nel frattempo, il pomeriggio del 5 gennaio, mentre don Giuseppe Morosini si accingeva ad affrontare il suo lungo calvario, il Collegio Leoniano fu messo completamente a soqquadro dalle perquisizioni delle spie e della polizia tedesca – al cospetto della Guardia Nobile di Sua Santità, D. Enzo di Napoli Rampolla – che si protrasse fino al 7 gennaio quando, finalmente, trovarono, meticolosamente occultate nella biblioteca, ben 17 mitragliatrici, tre valige contenenti pistole e bombe a mano, le copie dei messaggi trasmessi e ricevuti agli alleati e al governo Badoglio a Brindisi, nonché il cifrario adoperato da don Giuseppe Morosini. Per questo motivo il giovane sacerdote vincenziano fu accusato di aver “esercitato traffico d’armi e spionaggio” a beneficio degli Alleati e recluso nella cella numero 382 del terzo braccio di Regina Coeli.

In virtù di questa deprecabile delazione, Dante Bruna ricevette dai nazisti una lauta ricompensa che, come si è scritto da più parti ammontava a ben 70 mila, tanto che il giorno dopo l’ignobile misfatto, senza alcun ritegno, pensò bene di festeggiare l’avvenimento con un luculliano pranzo in una nota trattoria romana in compagnia della “pantera nera” – così com’era nota in quegli ambienti la principessa siriana Hamada Ikbar, segretaria e amante di Alfredo Leboffe – e un agente della P.A.I. dopodiché, un mese prima della fucilazione di don Morosini, si affrettò a far perdere le proprie tracce abbandonando precipitosamente la capitale per raggiungere il nord Italia.

In quel periodo, in realtà, prosperavano all’ombra del nazismo vari gruppi che, come Dante Bruna, erano al servizio dell’ufficio di controspionaggio hitleriano, con sede operativa in via Flavia, che era alle dirette dipendenze del maggiore della riserva della Wehrmarcht, Ferdinand Thun Von Hofenstein. Proprio grazie alle informazioni carpite abilmente da questo ufficiale tedesco, il Superiore Generale dei Salvatoriani, P. Pancrazio Pfeiffer, teneva costantemente aggiornato don Giuseppe Zeppieri sull’evolversi degli estenuanti interrogatori a cui veniva sottoposto don Morosini.

Tuttavia, ogni tentativo di salvargli la vita si rivelò vano anche dopo l’intervento di Pio XII, che e incaricò padre Pancrazio Pfeiffer di intercedere presso il feldmaresciallo Kesselring per evitare un inutile spargimento di sangue. Difatti, alle 8 in punto, dopo essere stato accuratamente bendato e legato ad una sedia, presso il Forte Bravetta, i militi della P.A.I. aprirono il fuoco contro di lui che in un istante si accasciò al suolo esanime. Questo gesto eroico suscitò un unanime consenso al punto che, a distanza di appena un anno, questo triste episodio fu rievocato perfino nel celebre capolavoro neorealista di Roberto Rossellini Roma città aperta, a cui prestò il volto l’indimenticabile Aldo Fabrizi in una delle sue magistrali interpretazioni.