Il salto religioso della coscienza

La Teologia morale fondamentale di Maurizio Chiodi

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 307 hits

Il volume Teologia morale fondamentale di don Maurizio Chiodi apre una nuova collana dell’Editrice Queriniana intitolata Nuovo Corso di Teologia Morale. Il libro, come fa intuire il titolo, funge da introduzione generale ai fondamenti della riflessione teologico morale in generale, evidenziandone le strutture portanti, mostrandone le sfide passate ed attuali e tracciando un primario (ma non per niente primitivo!) quadro sistematico. Il lavoro di Chiodi è attraversato dall’attenzione che distingue una corretta riflessione teologica che non trascura né l’esperienza antropologica né la matrice teologica.

Il libro si suddivide in due parti. La prima riprende il percorso storico della teologia morale, iniziando la riflessione con uno sguardo attento alla cultura contemporanea, post-moderna, che non si pone soltanto come sfida teorica, ma come condizione pratica e come sfida vitale e pragmatica. La nostra epoca si contraddistingue per essere un’età secolare dove la domanda religiosa non è scomparsa, ma si è trasformata divenendo opzionale, spesso confusa e indistinta (cf. Charles Taylor). La privatizzazione della coscienza è stata non di rado accompagnata da una privazione della stessa. Assieme a questo fenomeno, l’epoca contemporanea è stata ed è tuttora testimone di una regressione emotiva della coscienza che le fa assumere tonalità narcisistiche. Questi cambiamenti hanno le loro radici nelle trasformazioni dell’epoca moderna che possiamo riassumere in avvenimenti come la rivendicazione illuminista dell’autonomia morale, nella critica nietzschiana della morale.

Nel presentare la tradizione teologico-morale, Chiodi distingue quattro periodi che hanno contribuito alla delineazione delle categorie teoriche per interpretare le forme dell’esperienza morale credente: il periodo patristico, l’epoca dei penitenziali, la formalizzazione concettuale della Scolastica e la nascita della theologiamoralis propriamente detta. Questa presentazione è seguita da una dettagliata  considerazione della fede e morale nell’AT e del suo compimento cristologico nel NT.

La seconda parte del libro è dedicata alla tematizzazione delle questioni teoriche implicate nell’analisi storica e nell’ermeneutica scritturistica. La sfida che l’autore si propone qui è l’articolazione dell’esperienza morale con l’esperienza religiosa trovando il punto d’intreccio tra antropologia e teologia, tra coscienza e Dio. La riflessione di Chiodi in questa parte comincia con una considerazione della coscienza quale “categoria centrale dell’esperienza morale”. La riflessione sulla coscienza passa attraverso un confronto con le categorie che l’accompagnano come il magistero, la cultura, la norma, il peccato, la conversione, le virtù, ecc.

La coscienza: santuario di Dio?

Parlare della struttura religiosa della coscienza non significa compromettere la sua autonomia. Chiodi osserva, infatti, che già la stessa ingiunzione etica della coscienza è una prima attestazione della sua qualità religiosa. Pertanto, il profilo teologico/religioso della coscienza è rinvenibile nella sua capacità di riconoscere «un’istanza di assolutezza e irriducibilità inscritta nell’esperienza morale, che non è riducibile a invenzione del soggetto».

È proprio a tale istanza irriducibile che il soggetto morale riconosce esplicitamente una qualità religiosa e sacrale. La coscienza, in altri termini, si scopre “anticipata” da una trascendenza che la precede e la orienta. Questo rapporto a quanto la precede, lungi dall’essere un’ingerenza contro la sua autonomia, è il suo fondamento costitutivo. La coscienza si costituisce e si configura nel suo legame, rapporto, dipendenza e fedeltà al ab-soluto che la pre-cede ed ec-cede.

È giusto riconoscere comunque che tale riconoscimento non è dimostrabile in forza di una necessità logica costringente, è piuttosto un atto di riconoscimento che sfocia anche nella riconoscenza e nella relazione. È far spazio riconoscente all’Altro quale istanza fondativa, definitiva e definente del mio essere: «Non posso dire me senza dire Dio» (p. 463).