Il Salvatore di Castelnuovo di Porto

Un'analisi della Cappella della Collegiata di S.Maria Assunata nel territorio della diocesi di Porto-S.Rufina

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di Maria Franca Tricarico

ROMA, sabato, 22 settembre 2012 (ZENIT.org) - Nella parte alta del borgo di Castelnuovo di Porto, l’antico Castrum Novum come viene denominato nella Bolla di Gregorio VII (XI sec.) e che oggi insiste sul territorio dell’antica Diocesi Suburbicaria di Porto-S. Rufina, sorge la Collegiata di S. Maria Assunta, una Chiesa a una sola navata che per le tante trasformazioni lungo il corso dei secoli si presenta arricchita di elementi barocchi.

Al suo interno, alquanto interessante è la seconda cappella di sinistra dedicata al Ss. Salvatore. Questa cappella è patronato di una nobile famiglia del posto - i Degli Effetti - che, come risulta da antichi documenti e da una lapide in latino murata nella parete destra di questa stessa cappella, si prodigò per arricchire il territorio di Castelnuovo.

Sull’altare è collocato un trittico ligneo risalente al 1501 che, seppure con alcune riserve, viene attribuito ad Antoniazzo Romano. Nella parte centrale del trittico campeggia imponente la figura del Salvatore che siede su un seggio affrescato come se fosse di marmo. Con una mano benedice, con l’atra sorregge il Libro del Vangelo, la sua parola, su cui è scritto ego svm lvx mvndi via veritas et vita.

L’atteggiamento della mano benedicente alla greca racchiude un significato simbolico: rivela il nome di Cristo. Nell’Ερμηνεία τῆς ζωγραϕικῆς τέχνης (tradotta in italiano con il titolo Ermeneutica della Pittura) di Dionisio da Furnà, un monaco pittore del monte Athos, si legge: “quando rappresentate la mano che benedice, non congiungete insieme le tre dita, ma incrociate il pollice con il quarto dito in modo che l’indice rimanga dritto e il medio un po’curvato a formare il nome di Gesù (IC). Il pollice si incroci con il quarto dito e il quinto rimanga un po’curvato a formare il nome di Cristo (XC)”.

I grandi occhi del Cristo esprimono la sua grande misericordia. A Lui, il Misericordioso, si rivolge l’iscrizione, non totalmente leggibile, che accompagna il dipinto e che potrebbe essere interpretata cosi: O DEUS ALPHA PR[primus] LUS[salus] ENTIBUS OMNIBUS ET O[omega] / STANT CUI VERA FIDES SPESQ[uae] FIDELIS AMOR / PER TE XPI[christe] COLU[colimus] DINIARE IGNIOSCERE CULPIS / SANCTORUM SANCTU[sanctum] IUDICIOQU[uae] PIUM 1501 (O Dio principio primo e fine, salvezza per tutti gli esseri, per te (in te) ci sono la vera fede e la speranza, l’amore  fedele. O Cristo ti veneriamo Santo dei Santi, e pio nel giudizio, degnati di perdonare gli errori).

Nei due sportelli laterali, suddivisi in quattro riquadri, sono rappresentati a figura intera:

- in alto a sinistra, Maria; indossa una veste rossa e un mantello azzurro che la indicano come la creatura divenuta, per la sua obbedienza, Madre di Dio;

- sotto è rappresentato S. Giovanni Evangelista; sorregge il libro del vangelo scritto da lui, e un calice;

- in alto a destra, c’è S. Giovanni Battista, il profeta che ha annunciato Cristo, l’Agnello di Dio;

- in basso, c’è S. Sebastiano, il martire che ha testimoniato Cristo durante la persecuzione di Diocleziano (IV sec.).

Simbolicamente, in questi personaggi vi leggiamo la Chiesa (di cui Maria è figura) e l’evangelizzazione (richiamata da S. Giovanni Evangelista); l’annunciatore (il Battista) e il testimone (S. Sebastiano).

Solitamente questo trittico è chiuso con un altro che risale al XVII sec. Al centro è raffigurato Cristo attorniato dagli angeli. Siede sulle nubi, Signore dell’universo, Signore dei signori e Re dei re (cf Ap 17,14). Gesù stesso ha detto di sé: «Io sono Re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo» (Gv 18,37). E dopo la sua risurrezione, Gesù rivela ai discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,28).

Lateralmente ci sono San Giovanni Battista che indica Gesù, e San Giovanni Evangelista. L’atteggiamento dell’evangelista, in un certo senso potrebbe essere un riferimento all’inizio del libro dell’Apocalisse dove Giovanni scrive: «rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente» (Ap 1,10). Allora Giovanni si volse per “vedere” la voce che gli parlava (cf Ap 1,12).