Il secondo Festival della Dottrina Sociale della Chiesa

Il direttore de La Società propone di riscoprire il buono, il bello, il vero

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di Claudio Gentili,

Direttore de “La Società”

ROMA, sabato, 4 agosto 2012 (ZENIT.org) - Nel periodo tra il primo e il secondo Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, che si svolgerà a Verona dal 14 al 16 settembre, (http://www.festivaldsc.it/news/gallery/) sono accadute molte cose nel nostro Paese. La crisi è peggiorata, il Governo è cambiato, la disoccupazione giovanile è arrivata a livelli mai visti, la Nazionale di calcio è stata la sorpresa agli Europei e i nostri ricercatori hanno dato un contributo fondamentale per scoprire il Bosone di Higgs.

In tutti questi cambiamenti, spesso burrascosi e neanche facilmente prevedibili, molti cattolici sono rimasti nell’ombra, almeno in apparenza, presi a discutere di partiti, nomine, strategie e programmi per un futuro poco chiaro. L’onnipresente dibattito sui giornali ormai è più un bollettino delle voci di corridoio che una discussione aperta e onesta sul ruolo (e sulla rilevanza) dei cattolici in questa pesante crisi, prima antropologica che economica.

Non serve ragionare per pochi seggi in più, ma ricostruire il disegno di un umanesimo che coinvolga l’intera società. Il tracollo finanziario sta minando quella che è la caratteristica più “umana” di tutte: la relazione. Ed è sulla relazione che i cattolici possono e devono dare il loro contributo, prima di pensare a tutto il resto.

La seconda edizione del Festival (14-16 settembre) ci dà una grande occasione: vivere la relazione tra cattolici, tra famiglie, tra giovani, tra italiani, tra operatori del bene comune. Alla luce della DSC. È curioso che arrivi adesso, dopo un’estate di dibattiti sull’abolizione delle festività a beneficio di ben 1 punto di PIL. Fare festa non è perdere ricchezza, se si fa festa per ritrovarsi assieme.

La festa non è una colpa, non è una fonte di spesa. Chi fa festa non è la causa dell’Italia che non funziona. Ogni volta che c’è un problema nel nostro Paese si fa a gara a puntarsi il dito contro. Tra tutti questi dati, tra tutte queste leggi, ci troviamo di fronte ad un sistema che quasi vuole convincerci che siamo noi cittadini i colpevoli di tutto, come fu per il kafkiano Signor K.

I cattolici devono uscire da questo circo dei numeri e ragionare sulla persona, senza accusati né accusatori. Passare dal senso di colpa alla corresponsabilità. Bisogna essere come il Padre Brown di Chesterton: avere la capacità di comprendere i mali della società moderna e sentirsi corresponsabili nella loro soluzione. Padre Brown insegna che bisogna “entrare dentro l’uomo” per risolvere i problemi. Gli steccati, i moralismo e le inquisizioni vanno abbattuti, anche tra cattolici.

A Verona saranno tutti i benvenuti, perché tutti sono necessari per avere un pensiero diverso. Non ci saranno cattedre o tavolini ma piazze, spazi aperti, luoghi condivisi e non luoghi comuni. Crisi, significati, riferimenti, saranno passati in rassegna per proporre qualcosa di nuovo rispetto a quanto sentiamo tutti i giorni, rispetto ai forti momenti di solitudine che sperimenta chiunque agisca in un tessuto sociale sfilacciato.

Va creata una forte soluzione di continuità col passato per riaffermare la “convenienza” di un’economia al servizio dell’uomo, di uno sviluppo solidale e coerente degli interessi personali, di una società che si riscopre viva e a misura d’uomo. A ciascuno di noi è dato il compito di andare oltre la crisi, di passare dalla centralità dello spread alla centralità della persona. 

Tutti coloro che partecipano al Festival hanno il compito di rispondere e di “comunicare” la DSC in tutte le sue forme. Nel nostro Paese l’urgenza di una nuova generazione di politici ci fa spesso dimenticare quella altrettanto grave di una nuova generazione di comunicatori. 

La Chiesa ci illumina presentandoci la testimonianza di Mons. Fulton John Sheen, vescovo e tele-predicatore americano che presto sarà proclamato Beato. Quando Mons. Sheen andava in TV, in prima serata, gli Stati Uniti si fermavano per seguirlo. Ironia, competenza, profondità di pensiero caratterizzavano tutte le sue uscite. Non smetteva di scherzare ma sapeva far riflettere. Raccontava le Scritture ma esortava all’agire. Quanti cattolici sono in grado di farlo oggi? Quanti cattolici riescono a mantenere viva nelle loro azioni la connessione Fede e DSC?

Provvidenzialmente il Festival DSC arriva alla vigilia del Sinodo sulla nuova evangelizzazione che inaugurerà l’Anno della Fede, una Fede resa “adulta” dalla DSC che rappresenta la via da percorrere rimanendo in comunione con l'Uomo Nuovo, Gesù Cristo, mediante una robusta spiritualità ed esperienza di Chiesa.

Non a caso a Verona accorreranno i “terminali” dell’esperienza ecclesiale: comunità parrocchiali, famiglie, ONLUS, cooperatori, associazioni e movimenti; perchè solo da questi terminali, accompagnati da vescovi attenti ed illuminati, può nascere un nuovo inizio per l’esperienza della Chiesa in Italia e nel mondo. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, le buone premesse ci sono tutte.

Il Festival DSC sarà la chance, forse una delle ultime, per riscoprire e comunicare al nostro Paese il buono, il bello, il vero. Riscoprire il buono: è la fine delle perbeniste giustificazioni che eliminano il confine tra il bene e il male e il senso di responsabilità.

Riscoprire il bello: è la fine di notizie e relazioni che piuttosto che semplificare un messaggio lo esagerano, distorcono, manipolano. Riscoprire il vero: è la fine del relativismo, del “tutti hanno ragione”, delle minoranze creative, delle maggioranze omologanti, dei falsi profeti, dei catto-confusi e delle religioni ad personam.