Il segreto del Cavaliere senza macchia e senza paura

Lorenzo Del Boca ha scritto un libro da leggere a scuola, per capire e amare la storia

Roma, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 436 hits

È nato in Piemonte ma ha servito per tutta la vita i reali di Francia. Quasi sconosciuto in Italia, in Francia è un eroe che se la batte in popolarità con Giovanna D’Arco e Napoleone Bonaparte. Guido Gerosa, nel suo libro su Carlo V, lo ha definito  “il più nobile di tutti i guerrieri cristiani” e ancora “l'angelo sterminatore della spada”. Giosuè Carducci, nella Sacra di Enrico Quinto, lo menziona come “il cavaliere più celebre”. Al Musée de l'Armée di Parigi è conservata un'armatura a lui attribuita. In svariate città francesi, tra cui Grenoble e Charleville-Mézières, sono presenti statue commemorative.

Discendeva da una famiglia della piccola nobiltà di spada del Delfinato, i cui membri avevano combattuto per i re di Francia, durante la Guerra dei cent'anni cinque di questi erano morti in battaglia. Il padre Aymon lo introdusse, ancora fanciullo, alle regole dell'ordine cavalleresco alle quali poi egli rimase costantemente fedele per tutta la vita.

Affascinò molti artisti e scrittori che gli tributarono statue, dipinti e opere teatrali, ammantando di leggende molte delle sue prodezze compiute.

È stato il campione di due re francesi e il più celebrato cavaliere del suo tempo, tanto che anche il Papa Giulio II chiese invano i suoi servigi. Stiamo parlando di Pierre Terrail de Bayard, un cavaliere e condottiero francese vissuto tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI secolo. In italiano è conosciuto come “il Baiardo”. Le sue gesta gli valsero diversi soprannomi tra cui "Il cavaliere senza macchia e senza paura" e il "buon cavaliere". Grandissimo combattente, stratega sopraffino ed efficace, coraggioso e generoso. Onesto e caparbio. Adorato dai soldati, temuto dai superiori. Sempre il primo quando si attaccava, sempre l’ultimo quando ci si ritirava.

Viene considerato a ragione l'ultimo grande rappresentante della cavalleria medievale. A far conoscere in Italia le gesta, la storia, i segreti e le vicende del Baiardo ci hanno pensato Lorenzo Del Boca e Giuseppe Ruga, con il libro Il mistero del Cavaliere, edito da Piemme.

Lorenzo dal Boca è giornalista e saggista di grande spessore, già Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, attuale vicepresidente del Salone e del Libro di Torino, autore di libri di grande diffusione come Maledetti Savoia, L’Italia Bugiarda, Indietro Savoia e Polentoni, tutti editi da Piemme. Ha raccontato Del Boca che era 1486 quando il Baiardo venne assunto come paggio alla corte dei Savoia. Nessuno avrebbe scommesso un soldo su Pierre Terrail di Bayard, figlio minore di una famiglia della piccola nobiltà francese, fatalmente destinato al mestiere delle armi.

Pierre era solo un ragazzino che tutti prendevano in giro. Tuttavia dovettero ricredersi in fretta: abilissimo cavallerizzo, spadaccino invincibile, stratega geniale, il timido rampollo dei Bayard si trasformò sotto gli occhi meravigliati dei suoi signori in un’autentica macchina da guerra. E la storia premeva alle porte del piccolo regno piemontese. Un immenso conflitto tra le potenze europee stava per travolgere l’Italia. La Francia e l’Impero si preparavano a fronteggiarsi in uno scontro feroce che modificherà per sempre il destino del continente.

In questo contesto il Baiardo, il “cavaliere senza macchia e senza paura”, divenne una leggenda. Intrepido nel combattimento, devoto a Dio e alla patria, generoso con i nemici, Bayard fu l’ultimo erede della più gloriosa tradizione cavalleresca. La sua vita nascondeva un segreto. Un mistero che circondava la parte più intima della sua vita. Chi è la nobile dama che gli ha dato una figlia e perché Pierre si ostina a non volerne rivelare l’identità?

Il libro di Del Boca risponde in maniera certa alle domande e svela il mistero. Sullo sfondo fosco e terribile delle Guerre d’Italia, mentre nuove armi tecnologiche fanno piazza pulita di ogni codice d’onore, anche l’invincibile Bayard va incontro al proprio destino. Ucciso da un colpo di archibugio. La schiena spezzata da quelle armi da fuoco che il Baiardo considerava vili, perché i contendenti non si guardavano in faccia e non si confrontavano cavallerescamente, ma potevano essere uccisi da colpi sparati dietro le spalle e da località nascoste.

Il libro, presentato a San Benedetto del Tronto martedì 22 luglio, è espressione di un modo moderno di raccontare la storia. Niente di accademico. L’informazione è vasta e approfondita, il racconto scorre chiaro e incisivo, in un contesto di battaglie, aspirazioni, ambizioni di conquista, intrighi di corte influenza di mogli e amanti. I diversi personaggi vengono analizzati a tutto tondo, non solo nei loro titoli e incarichi e nelle loro qualità e virtù, ma nelle relazioni con la fede, l’ambizione, il potere, il denaro, le donne. Il libro è un tentativo riuscito di raccontare la storia in maniera efficace, reale e affascinante. Senza mai relativizzare la qualità delle conoscenze Del Boca si comporta come un cronista del tempo che racconta la storia in tutte le sue sfaccettature.

Non stupisce quindi la proposta che è emersa nel corso dell’incontro a San Benedetto del Tronto, di introdurre testi come questi nelle scuole al fine di appassionare e coinvolgere le nuove generazione nello studio vivo della storia. Le vicende guerriere del Baiardo si svolgono nel contesto di un’Europa dove, francesi, spagnoli e imperiali germanici, si combattono continuamente tra di loro sul suolo italiano.

Un Italia non ancora nazione, divisa tra reami e città che cambiano continuamente riferimento e alleanze al fine di sopravvivere per non essere travolte dai saccheggi e massacri di truppe diverse e mercenari brutali. A guardare il quadro storico di quel periodo sono diverse le suggestioni e le domande che emergono. Stupisce vedere reali e condottieri credenti compiere le nefandezze peggiori, combattere e tradire,  sbudellando, uccidendo e massacrando persone, pur mantenendo una fede cristiana. Pregando e frequentando le chiese prima e dopo gli scontri militari. Certamente una caratteristica dei quei tempi.

Difficile capire come facessero gli italiani ad alimentare un fecondo rinascimento artistico, letterario, scientifico, agricolo, commerciale, mentre francesi, spagnoli e germani guerreggiavano e derubavano. È evidente che dietro al detto “Spagna e Francia, purché se magna” c’è molto di più di una capacità di arrangiarsi di fronte alle difficoltà. Anche i quei tempi popolo italiano reagì alle difficoltà con fede, genialità, arguzia.