Il “Servizio dei gesuiti per i rifugiati”, da 25 anni alla ricerca del volto di Cristo

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ROMA, venerdì, 28 ottobre 2005 (ZENIT.org).- Dalla sua fondazione, avvenuta 25 anni fa, il “Servizio dei gesuiti per i rifugiati” (Jesuit Refugee Service, JRS) si è consistentemente sviluppato e ha aumentato la sua attività dimostrando allo stesso tempo fedeltà alla visione originaria – servire e difendere i diritti dei rifugiati indifesi.



E’ quanto è emerso durante una conferenza stampa svoltasi a Roma il 21 ottobre scorso, durante la quale l’organizzazione ha lanciato due nuovi libri per condividere le proprie esperienze.

Il direttore di JRS International, il gesuita padre Lluís Magriñà, ha sottolineato in primo luogo che il numero e l’ampiezza dei servizi forniti dal JRS sono aumentati in modo così radicale nel corso degli anni perché “sono cresciuti i bisogni della gente”.

La chiamata originaria ad accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati del 1980 ad opera di padre Pedro Arrupe, ex Superiore Generale della Compagnia di Gesù, era una risposta alla situazione dei boat people vietnamiti. Ora, spiega padre Magriñà, il lavoro è cambiato perché sono cambiate le situazioni geopolitiche e la natura di ciò che significa essere un rifugiato.

“Allora era l’Asia ad avere il maggior numero di rifugiati, ora è l’Africa”, ha ricordato.

Osservando le statistiche tra il 1994 e il 2004, padre Magriñà ha notato come il numero di persone che si spostano nel mondo in cerca di lavoro o di una vita migliore sia aumentato da 40 milioni a più di 250. “E’ quintuplicato in 10 anni e questa tendenza sembra destinata a continuare”, ha constatato.

Il sacerdote ha proseguito nell’esporre alcuni cambiamenti, come il fatto che negli ultimi 5 o 6 anni il numero degli sfollati interni abbia iniziato a superare quello dei rifugiati e che ci sia un aumento delle persone senza alcuna identità nazionale chiamate “senza Stato”.

“Un’altra cosa che abbiamo constatato in questi 25 anni è come sia cambiata la gente con cui lavoriamo. All’inizio erano i rifugiati nei campi, poi li abbiamo trovati nelle città e dovevamo rispondere a questi bisogni”.

Il JRS lavora in più di 50 Paesi di tutti i continenti. Il suo staff comprende più di 1.000 persone e fornisce i suoi servizi ai rifugiati indipendentemente da razza, origine etnica e credenze religiose.

Passando in rassegna questi primi 25 anni di attività, il JRS ha deciso di pubblicare la sua esperienza e il suo ingrediente segreto per sforzi costruttivi – vedere in ciascuno il volto di Cristo.

Padre Pablo Alonso, SJ, uno dei principali autori dei libri, ha riferito a ZENIT l’importanza del ristabilire la dignità e la bellezza di questi nostri fratelli e sorelle spesso disperati.

“Il JRS ha riflettuto negli ultimi 25 anni sulla spiritualità o i valori spirituali che si possono condividere con il resto del mondo, dopo averli ricevuti dai rifugiati… questo testo vuole quindi essere uno strumento per aiutare a svelare queste persone, che spesso sono molto difficili da scoprire”.

Un libro, “God in Exile: Towards a Shared Spirituality with Refugees” (“Dio in esilio: verso una spiritualità condivisa con i rifugiati”), identifica chiaramente l’esperienza di fede nel contesto di circostanze simili.

“I nostri 30 contributi in questo libro provenienti da uomini e donne rifugiati, lavoratori laici, religiosi e sacerdoti delle 10 regioni in cui il JRS è presente nei cinque continenti spiegano che Dio è presente nelle situazioni peggiori”, ha spiegato padre Alonso, “perché, come leggiamo nei Vangeli, Gesù stesso è stato un rifugiato quando da piccolo è stato portato in Egitto dai suoi genitori e si è identificato con chiunque soffre, è in prigione, è affamato o migra”.

Padre Alonso crede di aver imparato più dai rifugiati con cui ha lavorato di quanto questi non abbiano imparato da lui. “ I rifugiati mi hanno aiutato ad approfondire la mia fede e ad imparare valori umani come l’ospitalità, l’impegno e il sevizio alla comunità, ma il beneficio più grande che mi hanno donato è la speranza”.

“Mi hanno insegnato che la speranza è un atteggiamento quotidiano che nasce dai legami umani, da questa ricerca comune della giustizia e dalle situazioni più difficili. Perdere tutto com’è accaduto a loro è un’esperienza terribile, ma quando li si incontra tendono a prendersi cura di te!”.

Direttrice del JRS Regno Unito, Louise Zanre, afferma che è la stigmatizzazione di cui sono oggetto i rifugiati che porta ad evitarli e ad emarginarli.

“Il nostro lavoro sta diventando più difficile perché penso che la gente abbia meno voglia di ascoltare”.

La Zanre sostiene che l’opinione pubblica è spesso confusa e bombardata da false informazioni sui rifugiati.

“Dopo aver ascoltato tutte queste bugie su come ‘questi stranieri illegali ci rubano il lavoro’, la gente si spaventa… è interessante vedere come ogni volta che presentiamo un richiedente asilo è un’esperienza che cambia la vita ad entrambe le parti e un momento di vero incontro personale”.

Secondo la Zanre, il fatto che il JRS sia basato sulla fede è di fondamentale importanza nella coordinazione delle attività di un servizio rifugiati più professionale. Con i suoi colleghi, sta esortando i Governi a promuovere una risposta simile.

“Abbiamo bisogno di riportare un senso di compassione e giustizia nella maniera in cui vengono regolate le questioni dell’immigrazione e dell’asilo in Occidente, perché è l’unico modo, in definitiva, in cui la situazione di tutti i nostri amici rifugiati può migliorare”, ha concluso.

[Per saperne di più: http://www.jrs.net/ ]