Il significato umanistico della scienza

Ha senso una fantascienza antiscientifica e antitecnologica?

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di Antonio Scacco

ROMA, martedì, 29 maggio 2012 (ZENIT.org).- La scienza in tutte le sue ramificazioni: astronomia, fisica, geografia, ecc., non ha mai mancato di interessare, nel corso dei secoli, poeti e scrittori, che da essa hanno preso lo spunto per comporre opere didascaliche e protrettiche.

Chi non ricorda il De rerum natura di Lucrezio, dove i "foedera naturae" (la scienza epicurea) e la "callida Musa" (la poesia) sono indissolubilmente legati? E, prima del poema lucreziano, i Fenomeni di Arato, opera imitatissima nell'antichità, che ebbe l'onore di commenti scientifici da parte di famosi astronomi del passato?

Questo rapporto tra scienza e letteratura diventa ancora più stretto con la fantascienza o science fiction. Come sottolineava Michel Butor, ciò che distingue la fantascienza dagli altri generi del fantastico è «il tipo speciale di plausibilità che le è proprio. Questa plausibilità è direttamente proporzionale agli elementi scientifici solidi che l'autore introduce. Se essi mancano, la fantascienza diventa una forma morta e retorica»1.

Sulla stessa linea ed anche più circostanziato è il parere di uno scrittore autorevole come Isaac Asimov: «A uno scrittore di fantascienza non basta conoscere bene la propria lingua: deve conoscere anche la scienza. […] Non occorre essere scienziati o avere una laurea in scienze. Ma se gli studi che avete seguito sono stati carenti in materie scientifiche, allora è indispensabile che vi mettiate a studiare per conto vostro»2.

Tuttavia, se la scienza è indispensabile alla fantascienza, anche la fantascienza è indispensabile alla scienza. A riprova, basta citare le diverse invenzioni (l'elicottero di Igor Sikorsky, il sottomarino di Simon Lake) e imprese scientifiche (gli ardimentosi voli sull'Antartide dell'ammiraglio Byrd e le esplorazioni sotterranee dello speleologo Norman Casteret), ispirate o stimolate, per ammissione degli stessi protagonisti, dalla lettura di romanzi di science fiction.

Ai fini del nostro discorso, sottolineiamo il fatto che questo rapporto di interazione non si limita ai soli aspetti letterari e tecnologici, ma coinvolge anche la sfera umana e personale, come ci testimonia Arthur C. Clarke in nota al cap.XV del suo romanzo 3001: Odissea finale (3001: The Final Odissey, 1997): «Al ritorno dalla Luna mi hanno mandato [gli astronauti dell'Apollo 15] la splendida mappa in rilievo della zona d'atterraggio del modulo lunare Falcon, che ora occupa il posto d'onore nel mio studio.

Mostra le strade percorse dal veicolo lunare durante le sue tre escursioni, una delle quali sfiorava un cratere illuminato dalla Terra. La mappa porta l'iscrizione "Ad Arthur Clarke dall'equipaggio di Apollo 15 con molti ringraziamenti per le sue visioni dello spazio. Dave Scott, Al Worden, Jim Irwin". In cambio, adesso ho dedicato Earthlight […] "a Dave Scott e Jim Irwin, i primi uomini a penetrare in questa terra, e ad Al Worden che vegliò su di loro dall'orbita"».

Date le premesse, la conclusione ci sembra ovvia: non ha senso una fantascienza antiscientifica e antitecnologica. Ma, allora, come si spiega l'esistenza di romanzi avveniristici, ispirati, chi più chi meno, ad un'ideologia di tipo luddista?

Ci riferiamo ad opere come La macchina si ferma (The Machine Stops, 1909) di Edward M. Forster, in cui si descrive un'umanità relegata nel sottosuolo e i cui bisogni sono soddisfatti dalla "Macchina".

Quando questa si ferma, gli uomini muoiono, perché ormai hanno perso ogni capacità di iniziativa. Secondo alcuni studiosi, questo spirito antiscientifico è presente anche nell'artefice dell'Età dell'Oro della fantascienza, John W. Campbell, precisamente nei racconti delle "città alla fine del tempo", dove sterminate «metropoli immote e gelide, irte di macchinari incomprensibili e privi di scopo dopo la scomparsa dei loro creatori, sono ad un tempo la tomba dell'uomo ed il monumento funebre ad un tecnologismo privo di spirito, ad una scienza dissanguata che non ha saputo vedere altra realtà al di fuori di se stessa»3.

Per cercare di fare chiarezza sull'intricata questione e consentire alla fantascienza di uscire dall'impasse scienza amica/nemica dell'uomo, dobbiamo tenere presenti i due luoghi comuni che solitamente condizionano il nostro giudizio sulla scienza: o panacea o fonte di tutti i mali.

Fortunatamente, oltre alle due correnti di pensiero: una che inneggia alle "magnifiche sorti e progressive" e l'altra che innalza il vessillo del "vade retro tecnologico", ne esiste una terza: quella della scienza quale fattore di umanizzazione, messa in luce dallo scienziato atomico e filosofo Enrico Cantore S.J. nel suo saggio L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza4.

Siamo convinti che, nell'ottica dell'umanesimo sapienziale-scientifico, ogni contraddizione possa essere risolta e che la science fiction possa trovare la nuova linfa di cui, nell'attuale momento di crisi, ha un vitale bisogno.

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1 MICHEL BUTOR, Repertorio. Studi e conferenze 1948-1959, Il Saggiatore, Milano 1961, p.204. Il corsivo è nostro.

2 ISAAC ASIMOV, Consigli, in Guida alla fantascienza, "Urania Blu", Mondadori, Milano 1984, p. 23.

3 G.DE TURRIS-S.FUSCO, La polemica antiscientifica nella letteratura avveniristica, in C.D.SIMAK, La macchina dei sogni (Worlds without End, 1964), Fanucci Roma 1977, p.14.

4 Un'ampia esposizione del pensiero di P. Enrico Cantore è presente nel nostro libro Fantascienza umanistica (Boopen Editore, 2009). Chi è interessato, può richiedere una copia-omaggio, inviando un'email a futureshock@alice.it