"Il Signore ascolta i nostri lamenti"

Durante l'omelia a Santa Marta, papa Francesco ha esortato a pregare "con il cuore" per i più sfortunati

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 614 hits

Lamentarsi davanti a Dio e non davanti agli uomini non è peccato, anzi è una preghiera del cuore rivolta a Lui. Su questo tema è stata articolata l’omelia di papa Francesco durante la messa di stamattina a Santa Marta.

Hanno concelebrato il cardinale Antonio Cañizares Llovera, monsignor Cesare Pasini e monsignor Joseph Di Noia, alla presenza di alcuni membri della Congregazione per il Culto Divino e della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Commentando la Prima Lettura (Tb 3,1-11a.16-17a) di oggi, il Santo Padre ha ricordato la vicenda di due personaggi biblici, che, pur essendo persone giuste, sono perseguitate da un destino avverso. Tobi compie opere buone ma poi rimane cieco, mentre Sara sposa sette uomini che muoiono tutti prima della prima notte di nozze. Entrambi pregano quindi Dio di farli morire.

“Sono persone in situazioni limite – ha detto il Papa - situazioni proprio nel sottosuolo dell’esistenza, e cercano un’uscita. Si lamentano” ma “non bestemmiano”.

Francesco ha poi aggiunto che “lamentarsi davanti a Dio non è peccato”, anzi è una forma di preghiera. “Il Signore sente, ascolta i nostri lamenti”, ha detto il Santo Padre, ricordando che sia Giobbe (cfr. Gb 3) che Geremia (cfr. Gr 20), arrivano a dire: “Maledetto il giorno in cui sono venuto al mondo”. Si lamentano, quindi, e mandano una maledizione ma non al Signore: un atteggiamento “umano”, ha osservato il Papa.

Chi vive situazioni di estrema sfortuna sono, ad esempio, i bambini denutriti, i profughi, i malati terminali, ha sottolineato il Pontefice, menzionando poi il Vangelo del giorno (cfr. Mc 12,18-27), in cui i Sadducei presentano a Gesù il caso di una vedova di sette uomini.

“I Sadducei parlavano di questa donna come se fosse un laboratorio, tutto asettico”, come se si trattasse di un puro dato statistico o un “caso di morale”. Di tante situazioni di vita ai limiti dell’impossibile, si tende spesso a parlare “in maniera accademica e non umana”, ha denunciato papa Francesco.

Per persone così sfortunate, ha ricordato, bisogna innanzitutto “pregare”, perché “possano entrare nel mio cuore” ed “essere un’inquietudine per me”. La comunione dei Santi è quindi soprattutto pregare per gli altri e per le loro sofferenze. A tal proposito, il Pontefice ha esortato “pregare con il cuore”, perfino “con la carne” e “non con le idee”.

Tornando alla Prima Lettura il Santo Padre ha fatto notare come le vicende di Tobi e Sara non finiscono in tragedia, poiché il Signore ha accolto l’autenticità delle loro preghiere: non solo non li fa morire ma guarisce Tobi e dà finalmente un marito a Sara.

“La preghiera – ha spiegato – arriva sempre alla gloria di Dio, quando è preghiera del cuore”. Non tocca Dio, invece, quando è “un caso di morale” che “non esce da noi stessi” ma si riduce a un puro “gioco intellettuale”.

In conclusione, il Papa ha invitato a pregare per i fratelli più sfortunati e per coloro che, come Gesù in Croce, gridano: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?”.

[Fonte: Radio Vaticana]