"Il Signore doni al Medio Oriente servitori di pace e di riconciliazione"

Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa al City Center Waterfront di Beirut, davanti a mezzo milione di fedeli

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di Luca Marcolivio

BEIRUT, domenica, 16 settembre 2012 (ZENIT.org) – In occasione della Celebrazione Eucaristica di questa mattina al City Center Waterfront di Beirut, papa Benedetto XVI ha rinnovato l’appello alla pace ai leader libanesi e di tutto il Medio Oriente.

Giunto sul luogo della celebrazione, il Santo Padre ha ricevuto le Chiavi della Città dal sindaco di Beirut. È poi iniziata la Santa Messa cui hanno partecipato 300 vescovi e circa mezzo milione di pellegrini e fedeli, provenienti dal Libano e da paesi limitrofi.

La Celebrazione è stata introdotta dal saluto del Patriarca di Antiochia dei Maroniti, Sua Beatitudine, Béchara Boutros Raï, O.M.M., Presidente dell’A.P.E.C.L. e dell’Assemblea dei Patriarchi Cattolici del Medio Oriente.

Nel ringraziare Benedetto XVI per la sua presenza, Boutros Raï ha salutato la sua visita pastorale come un “segno di pace, una pace a cui aspira il nostro mondo in generale e il Medio Oriente in particolare”.

Il viaggio del Papa e la sua firma dell’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente, “affermano formalmente una presenza del Soglio di Pietro in questa regione del mondo, che ha consacrerà una presenza cristiana lunga duemila anni”, ha aggiunto il Patriarca.

Commentando il Vangelo odierno (Mc 8,29), il Santo Padre ha meditato sull’identità di Gesù, sulla quale il maestro interroga i discepoli. Le varie risposte ottenute – “Giovanni Battista, Elia, un profeta”… - sono approcci che “senza essere necessariamente falsi, rimangono insufficienti”.

Persino la risposta di Pietro, che ha individuato in Gesù il Messia, è “giusta, senza alcun dubbio, ma ancora insufficiente”. Cristo, infatti, “intravede che la gente potrebbe servirsi di questa risposta per dei disegni che non sono i suoi, per suscitare false speranze temporali su di lui. Non si lascia intrappolare nei soli attributi del liberatore umano che molti attendono”.

Preannuncia quindi ai discepoli la sua morte violenta e la sua resurrezione. Gesù è “un Messia sofferente, un Messia servo, e non un liberatore politico onnipotente”.

Per Pietro è impossibile accettare un destino così crudele ed incomprensibile e Gesù, con severità, gli “fa capire che chi vuol essere suo discepolo deve accettare di essere servo, come Lui si è fatto Servo”.

Porsi alla sequela di Gesù significa quindi “prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del potere o della gloria terrena, ma quello che conduce necessariamente a rinunciare a se stessi, a perdere la propria vita per Cristo e il Vangelo, al fine di salvarla”.

Il Santo Padre ha quindi ricordato ai fedeli libanesi l’ormai prossimo Anno della Fede (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013) - un’occasione perché “ogni fedele possa impegnarsi in maniera rinnovata su questa via della conversione del cuore” - e li ha incoraggiati “vivamente ad approfondire la vostra riflessione sulla fede per renderla più consapevole e per rafforzare la vostra adesione a Cristo Gesù e al suo Vangelo”.

La gloria di Gesù è qualcosa che si rivela nei momenti di massima umanità e debolezza, in particolare “nell’Incarnazione e sulla croce”, in cui, più che mai, “Dio manifesta il suo amore, facendosi servo, donandosi a noi”. Si tratta di un “mistero straordinario, talvolta difficile da ammettere, tanto più che lo stesso Pietro “non lo comprenderà che più tardi”.

Nella seconda lettura, ha proseguito il Papa, San Giacomo ci ricorda che la sequela di Gesù, per essere autentica, esige “atti concreti”, a partire dalla giustizia e dalla pace che, “in un mondo dove la violenza non cessa di estendere il suo corteo di morte e di distruzione”, rappresentano “un’urgenza al fine di impegnarsi per una società fraterna, per costruire la comunione”.

La preghiera del Pontefice è quindi andata al Medio Oriente perché possa il Signore possa donare a questa regione “dei servitori della pace e della riconciliazione, perché tutti possano vivere pacificamente e con dignità. È una testimonianza essenziale che i cristiani debbono dare qui, in collaborazione con tutte le persone di buona volontà”.