Il silenzio e la parola per meglio comunicare

Solo insieme parola e silenzio ci consentono di comunicare, come buio e luce di vedere

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ROMA, sabato, 16 giugno 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la prefazione di monsignor Domenico Pompili al libro di Michele Zanzucchi, Il silenzio e la parola. La luce, ascolto, comunicazione e mass media, edito da Città Nuova.

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di Domenico Pompili 
Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana e Direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali

Questo testo esce in perfetta sintonia con il messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che ha per tema il silenzio.

Un tema che ci invita, forse anche grazie alla “lezione” che la rete ci ha impartito negli ultimi anni, a rivedere la nostra idea di comunicazione: dall’emittenza all’incontro, dai fiumi di parole che inondano e travolgono l’altro all’allestimento di uno spazio accogliente, e quindi non troppo ingombro, per facilitare, prima ancora del transito del messaggio, la relazione stessa.

Il capovolgimento cui il Papa ci invita (la prima “mossa” della comunicazione è il silenzio; il protagonista della comunicazione non è l’io che parla, ma il tu a cui l’io si apre) trova qui un interessante laboratorio di sperimentazione.

Intanto, il tema del silenzio è declinato non con il linguaggio tecnico dei tradizionali saggi sulla comunicazione, né nella forma un po’ paternalistica del trattato, ma attraverso il linguaggio “ospitale” della poesia (che ospita l’essere, come ci ricordava Heidegger, ma anche la libertà interpretativa di chi la riceve) e la forma densa e stimolante della citazione, che non fornisce ricette, ma apre finestre.

Un testo che a prima vista può apparire più simile a un mosaico che a un saggio, con un andamento più “a spirale” che lineare; un testo certamente impegnativo, che non si può leggere in modo passivamente ricettivo, ma che obbliga il lettore a uno sforzo, lo stimola eventualmente a cogliere e approfondire, dei tanti spunti presenti, quelli più vicini alla sua sensibilità e alla sua storia.

Ma in questo percorso il lettore non è lasciato solo, bensì accompagnato da una presenza autorevole che attraversa tutto il testo, una sorta di Virgilio che ci aiuta a orientarci attraverso i gironi, a volte anche abbastanza infernali, della comunicazione di oggi: Marshall McLuhan, uno studioso che ci ha lasciato strumenti di straordinaria attualità per capire i media, e che non a caso era cattolico.

Il cattolico, come lui stesso amava dire, è “l’uomo della consapevolezza integrale”, che non si accontenta di saperi settoriali e parcellizzati, ma ha a cuore l’umanità nella sua integrità. I media non sono strumenti, ma sono nostre estensioni e parte del nostro ambiente.

Hanno a che fare con la nostra esperienza e la nostra vita, col modo in cui percepiamo il mondo. E per capirli dobbiamo anche saperne prendere le distanze; staccarci, almeno qualche momento, dal loro abbraccio pervasivo.

Per questo anche McLuhan, quasi cinquant’anni fa, ammoniva sull’importanza del silenzio, che sta alla parola come la notte al giorno, come il buio alla luce.

Se non ci fermassimo nel sonno non potremmo vivere.

Se ci fosse solo luce non vedremmo nulla, resteremmo abbagliati, così come nel buio totale saremmo ciechi e brancolanti. Solo insieme parola e silenzio ci consentono di comunicare, buio e luce di vedere.

Con uno sguardo nuovo, che ci apre ai “possibili inauditi”, e che Ungaretti ci descrive nei suoi versi “Il segreto del poeta”:

Solo amica ho la notte.
Sempre potrò trascorrere con essa
d’attimo in attimo, non ore vane;
ma il tempo in cui il mio palpito trasmetto
come m’aggrada, senza mai distrarmene.
Avviene quando sento,
mentre riprende a distaccarsi da ombre,
la speranza immutabile
In me che fuoco nuovamente scova
e nel silenzio restituendo va,
a gesti tuoi terreni
talmente amati che immortali parvero,
Luce.