Il triste destino dei figli del "fuco"

La fecondazione artificiale e le sue conseguenze sullo sfondo del romanzo di Susanna Manzin

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 547 hits

C’è un’umanità dolente al giorno d’oggi di cui si parla molto poco: quella rappresentata dai bambini e dai ragazzi nati dalla fecondazione eterologa e dalle loro famiglie.

Realtà sul piano strettamente numerico ancora marginale in Italia (la legalizzazione è avvenuta tramite sentenza della Corte Costituzionale lo scorso 9 aprile), l’eterologa è comunque al centro del dibattito da molti anni ed ad essa è stata dedicata una massiccia pubblicistica, sia in senso favorevole che contrario.

Mai però questo tema è stato oggetto di una fiction o di un’opera narrativa, fino alla pubblicazione de Il destino del fuco (D’Ettoris, 2014) di Susanna Manzin, al suo primo romanzo, dopo una vita dedicata alla promozione di eventi nell’ambito di varie associazioni culturali e religiose.

Vi si narra dell’incontro tra tre famiglie: una “tradizionale” e due “monoparentali”. Nel loro agriturismo, Riccardo e Marianna, genitori di una ragazza di 12 anni e di un bambino di 8, fanno conoscenza con Anita, accompagnata dalla figlia Greta, e Carlo, accompagnato dal figlio Ludovico.

Greta e Ludovico, entrambi diciannovenni, sono due giovani con forti disagi esistenziali e, anche per questo hanno legato. La loro amicizia non è però mai diventata amore.

Nati da fecondazione eterologa, entrambi hanno patito l’assenza del padre, sebbene Ludovico, nei primissimi anni di vita, abbia avuto al suo fianco Carlo che, però, dopo la separazione dalla madre, è diventato come un estraneo per lui.

Resosi conto di non provare alcun affetto per quello che è sempre stato soltanto un “figlio per la legge”, Carlo è sempre stato escluso dalla moglie nell’educazione di Ludovico ed ora è tentato dal chiedere il disconoscimento di paternità.

È in particolare Riccardo a prendersi a cuore delle vicende tormentate dei suoi quattro insoliti clienti. Quando poi scopre che Greta e Ludovico sono nati entrambi 19 anni prima da inseminazione artificiale, viene preso da sgomento. Proprio allora, infatti, Riccardo, ancora scapolo, aveva venduto il proprio sperma ad una banca del seme all’estero: un segreto mai svelato alla moglie.

Per una serie di circostanze, Riccardo riesce poi a risalire al luogo dove sono stati artificialmente concepiti gli embrioni di Greta e Ludovico, ottenendo poi la prova che i due sono suoi figli.

In lui nasce una profonda lacerazione interiore: da un lato non vuole prendersi carico della paternità di quei due ragazzi – due figli già li ha – dall’altro ha la prova che Greta e Ludovico sono fratelli e si sente in dovere di rivelare loro la verità per scongiurare un eventuale incesto.

Verità che, alla fine, verrà fuori proprio per volontà di Riccardo, che ne renderà partecipe anche la moglie, sconvolgendo ulteriormente uno scenario già precario.

Un romanzo breve, dall’intreccio tanto paradossale quanto drammatico, che si legge d’un fiato. Evitando inutili moralismi, l’autrice mette in luce lo scotto da pagare per la maternità ridotta a capriccio e resa possibile da un uomo ridotto a puro “fuco”, senza alcuna dignità paterna.

È proprio sulla figura del padre, sulla sua eclissi, rimozione e stravolgimento, che è imperniata l’intera storia, emblema dei tempi confusi che viviamo: con tutta l’infelicità che ne deriva.