Il trono e la croce per dominare il male e alimentare la pace

Messaggio di mons. Giuseppe Fiorini Morosini, vescovo di Locri-Gerace, all'inizio dell'Avvento

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di Eugenio Fizzotti 

ROMA, lunedì, 3 dicembre 2012 (ZENIT.org).- «L’inizio dell’Avvento non esclude affatto la consapevolezza che l’itinerario del nuovo anno liturgico offre numerose occasioni di feste straordinarie e si conclude con la festa di Cristo Re, grazie alla quale sono presentati due simboli, che si sovrappongono a più riprese uno sull’altro, come in una dissolvenza cinematografica: la croce e il trono, che spiegano l’uno all’altro il significato che acquistano in relazione alla festa stessa: se compare il trono, esso viene spiegato con la croce; viceversa, se compare la croce, si dice che quello è il trono di Cristo, perché il titolo di re egli se l’è guadagnato morendo sulla croce». 

È notevolmente originale e attuale questo inizio di un messaggio di mons. Giuseppe Fiorini Morosini, vescovo di Locri-Gerace, il quale dopo aver citato che in apertura dell’Apocalisse Giovanni ha scritto che Gesù è «il testimone fedele, il primogenito dai morti e il principe dei re della terra» ed è soprattutto «colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue (Ap 1, 5)», riporta l’informazione che «la scritta in tre lingue, fatta apporre da Pilato sulla croce, recitava: Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv 19, 19-20)» e nel cielo, come riporta l’Apocalisse, «gli angeli cantano all’Agnello immolato seduto accanto al trono di Dio (Ap 22, 3)», essendo «degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione (Ap 5, 12). 

Tematica specifica del messaggio è dunque l’accettazione da parte di Gesù di aprire il discorso sulla sua regalità solo nel confronto con Pilato durante la passione: Tu sei re? Sì, io lo sono. Tutte le altre volte, infatti, egli aveva evitato di affrontare questo tema  (Gv 6 15ss.), proprio per evitare confusioni sul suo messianismo, che non era di natura politica, come molta gente si aspettava. 

Con estrema chiarezza Mons. Morosini sottolinea che «nell’affrontare il discorso con Pilato Gesù dice chiaramente che il suo regno non è di questo mondo. Reso impotente dagli uomini, che gli avevano tolto finanche la libertà di muoversi, Gesù davanti a Pilato attesta la verità del nuovo modo di governare e dominare, che era venuto a predicare agli uomini: l’amore sino al dono della vita, il servizio umile e generoso, l’abnegazione di se stessi». 

Metodologicamente risulta di notevole opportunità riferire le parole esatte di Gesù: * Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20, 26-28). * Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). * Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 27-35). 

E avvalendosi di tale precisa documentazione, Mons. Morosini riferisce che «il cartiglio fatto apporre da Pilato sulla croce acquista un significato profetico. Esso finisce per essere non solo la motivazione della condanna, ma, profeticamente, anche l’interpretazione vera della regalità di Cristo, come recita un antico inno della liturgia: Regnavit a ligno Deus (Dio regnò dalla croce). I sacerdoti e i capi del popolo avevano intuito l’equivocità della frase, che poteva essere interpretata nel senso che quell’uomo crocifisso era il re dei Giudei. Corsero, pertanto, da Pilato per farla cambiare. Ma conosciamo la lapidaria risposta di Pilato, che inchioda per la seconda volta su quella croce l’immagine del re dell’universo: quod scripsi, scripsi (ciò che ho scritto, ho scritto) (Gv 19, 21-22)». 

La conoscenza fornita dalla formazione biblica consente di rilevare che Pilato «involontariamente svelava al mondo l’identità di Gesù e il senso della sua regalità». E con semplicità Mons. Morosini riferisce che «solo Giovanni porta questo particolare della scritta. Ed è solo lui che riporta le parole di Pilato nel presentare Gesù flagellato alla folla: Ecce homo (Ecco l’uomo) (Gv 19, 5) e solo lui coglie in queste parole, al di là del significato immediato, il valore anche profetico, presentando Gesù come l’ideale dell’uomo nuovo, proprio nel momento dell’umiliazione e della soggiogazione per amore dell’umanità». 

E il collegamento con l’inizio dell’Avvento consente a tutti di comprendere che «la scritta sulla croce e la frase pronunciata da Pilato vanno ricondotte al significato più profondo del mistero dell’Incarnazione (Gv 1, 14)». E giorno per giorno si avrà la possibilità di approfondire la prospettiva che il Verbo, diventando uomo,  si è messo a servizio dell’umanità attraverso la condivisione e la compartecipazione della misera e fragile condizione dell’uomo, indicata da S. Paolo con due  immagini: «lo svuotamento della dignità di Dio per apparire nella fragilità della condizione umana sottoposta all’obbedienza (Fil 2, 5-11), e la rinuncia alla ricchezza per essere povero come gli uomini (2Cor 8,9)». 

Venuto nel mondo per servire l’uomo, assumendone il peccato in tutte le forme e situazioni di vita fino alla tragedia della morte, Gesù «lega il retto funzionamento della vita degli uomini, sia individuale che associata, al servizio e al dono della vita» con la conseguenza particolarmente significativa che i cristiani di tutti i tempi sono educati al bene comune, alla responsabilità nel compiere il proprio dovere, alla solidarietà verso i più deboli, alla condivisione dei propri beni, all’umanizzazione della vita politica ed economica. 

E riconoscendo che purtroppo molte volte gli uomini hanno dimenticato questo grande principio del servizio e hanno dato vita a soprusi, violenze, abbandoni, contestazioni e guerre, Mons. Morosini conclude il suo messaggio invitando tutti a riconoscere con estrema disponibilità e responsabilità lo stile di vita proposto da Gesù, grazie al quale si riuscirà a «dominare il male dentro di noi ed essere così in pace con noi stessi. Resi liberi da ogni forma di egoismo, saremo capaci di contribuire alla costruzione di una società basata sul rispetto dell’altro e sull’accettazione del bene comune come guida per ogni scelta da fare».