Il valore di un incontro, cinquant'anni dopo

Nella Terra Santa non si ritrovano soltanto Pietro ed Andrea, ma anche Isacco e Ismaele

Roma, (Zenit.org) Alfonso M. Bruno, F.I. | 458 hits

Il mondo in cui avvenne mezzo secolo fa l’incontro di Gerusalemme tra Paolo VI e Atenagora era ben diverso dall’attuale, non già in quanto gli attuali conflitti fossero di là da venire, ma piuttosto perché è cambiata l’identità dei contendenti.

Tra i Cristiani vi è stata una evoluzione positiva: anche se il cammino dell’unità tra le Chiese, dopo gli entusiasmi iniziali, ha conosciuto rallentamenti ed ostacoli che allora non si potevano immaginare, si può dire che il progresso sia stato reale e ormai visibile: siamo infatti in procinto di superare lo scoglio costituito dalla ridefinizione dell’autorità petrina, e ciò grazie alla chiarissima pronunzia in favore della collegialità nel suo esercizio espressa da Bergoglio fin dal momento dell’elezione, quando si definì immediatamente come “il Vescovo di Roma”.

Se Pietro ed Andrea si considerano più che mai fratelli, per giunta sempre più uniti e sempre meno separati, diverso è il discorso tra altri due fratelli, né germani, né uterini, ma soltanto consanguinei, e cioè Isacco ed Ismaele. Qui il racconto biblico può ben spiegare le radici del conflitto: Abramo, quando sua moglie Sara miracolosamente concepì Isacco, l’erede destinato a succedergli nel patto con Dio e nel diritto sulla Terra Promessa, cacciò nel deserto Agar e Ismaele. L’Onnipotente lo avvertì tuttavia che anche tale discendenza, quella degli Arabi, sarebbe stata nobile e sacra, e fece sgorgare dal deserto una fonte miracolosa da cui la donna ed il figlio poterono dissetarsi.

Secondo l’Islam, il Profeta Maometto fece sgorgare di nuovo l’acqua della fonte detta di Zamzam, che abbevera i pellegrini musulmano durante il Pellegrinaggio alla Mecca. Grazie a questo miracolo, la discendenza da Abramo, che per gli Arabi è fisica, si estende a tutti i Musulmani quale discendenza spirituale.

Al tempo del viaggio di Papa Montini, si fronteggiavano nella Terra Santa due nazionalismi, che erano stati coalizzati contro l’imperialismo turco, ma poi subito si divisero nella contesa territoriale per lo stesso territorio, per gli uni Terra di Israele e per gli altri Palestina. Di lì a poco il conflitto, sorto sotto il mandato inglese, sarebbe sfociato nella più pericolosa delle sue periodiche guerre, quella detta dei “sei giorni”, che rappresentò insieme il culmine della contesa nazionalistica e l’inizio di quella religiosa.

La frustrazione degli Arabi per l’inettitudine, se non per il tradimento consumato dai loro capi politici e militari mise infatti le basi della radicalizzazione dell’Islam. Se i nazionalismi, ed in particolare quello egiziano di Nasser, erano stati – almeno a parole – violentemente antioccidentali, è anche vero che questa stessa tendenza politica rifletteva l’influenza, e quindi l’egemonia culturale, dell’Europa: gli intellettuali arabi, di scuola francese od inglese, avevano scoperto Mazzini con un secolo di ritardo, e comunque ben dopo che Theodor Herzl, fin dal 1897, nel pieno dello “affaire Dreyfus”, aveva concepito il nazionalismo ebraico.

Per progredire, bisognava andare più indietro, più addentro nella cultura ancestrale, rivalutandone la radice religiosa. Con il consolidarsi del dominio – prima soltanto “de facto”, poi concepito via via sempre più come “de jure” – sull’intera Terra di Israele, anche lo Stato ebraico, ed ancor più la stessa società israeliana, si andavano a loro volta trasformando in confessionali, lasciando da parte l’eredità laica e socialista, ma in sostanza nazionalista, dei fondatori del Sionismo. Ed allora Isacco ed Ismaele si scoprivano non più divisi dall’origine etnica e dall’identità culturale, bensì piuttosto dalla differenza di religione.

Questo poteva certamente favorire la guerra, poteva radicalizzare la logica estremista del “noi o loro” del “tutto o niente”, ma poteva anche favorire la pace, nel nome della fede nello stesso Dio, che si era manifestato al padre comune Abramo.

Che cosa può dire il cristiano Bergoglio ai fratelli israeliti ed ai fratelli musulmani? Per la prima volta, viaggiano al seguito del Papa un rabbino ed un imam, entrambi capi religiosi - come lo era fino a poco tempo fa l’ex Arcivescovo - di Buenos Aires. Soprattutto, però, il patriota latino americano Bergoglio può rendere testimonianza di una lotta e di un aspirazione comune: quella per l’indipendenza ed il riscatto dei popoli ridotti in una condizione coloniale e mantenuti in una condizione semi coloniale.

Come capo religioso, il Vescovo di Roma può però ricordare che Gesù predisse, sia pure indirettamente, che un giorno, consumata la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, gli Ebrei vi sarebbero tornati: “Queste pietre saranno calpestate dai pagani finché i giorni delle genti saranno compiuti”. I giorni delle genti, cioè dei gentili, dei “goim”, di quanti non appartengono al Popolo di Israele. Con l’unificazione di Gerusalemme, la profezia si è realizzata, ed i giorni delle genti, dei gentili, dei “goim” appunto, si sono compiuti: il popolo dell’Alleanza ha riaffermato i suoi diritti, come aveva prefigurato a suo tempo l’Emancipazione.

Non è stato inutile l’Olocausto, inteso come l’estrema e più grave reazione a questo riscatto storico. Ora è giunto il momento di realizzare la profezia di Isaia: “ Alla fine dei giorni il Monte del Tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e si innalzerà sopra i colli e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: ‘Venite, saliamo sul Monte del Signore, al Tempio del Dio di Giacobbe perché ci indichi le vie e possiamo camminare sui suoi sentieri’. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore: egli verrà a giudicare tra le genti e sarà arbitro tra molti popoli”.