Il Vaticano II nella mia vita (Prima Parte)

La testimonianza di un sacerdote salesiano su come il Concilio abbia inciso sui suoi studi, sul suo ministero e sulla sua fede

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di padre Pier Giorgio Gianazza, sdb

ROMA, domenica, 23 settembre 2012 (ZENIT.org) - Trovarsi a Roma a 19 anni, quando nulla te lo aveva prospettato, può dare un nuovo senso alla vita. È stato come un fulmine a ciel sereno, perché, essendo arrivato solo tre anni prima in Libano, nel 1961, come missionario, ancora agli inizi della formazione salesiana e del cammino verso il sacerdozio, quella svolta nella mia vita non me la sarei mai aspettata.

Eppure, quella proposta dell’ispettore (così i salesiani chiamano il provinciale) don Francesco Laconi me la ricordo bene: “Te la sentiresti di continuare a Roma gli studi, prendere una specializzazione in filosofia? Questo fa prevedere che dovrai essere a disposizione dei superiori per essere inserito nei quadri formativi dell’ispettoria”.

Quale la mia prima reazione interiore, se non quella di pensare ai giovani: “Dovrei così in futuro lasciare l’apostolato fra i ragazzi e i giovani che tanto ho sognato? E l’essere missionario, e il darmi ai poveri...”. “Certamente no, sarai disponibile anche per questo. Ma il tuo primo compito saranno i candidati alla vita salesiana e al sacerdozio, nel campo dell’insegnamento e della formazione. Ti ricordo quello che diceva Pio XI: “Il dedicarsi alla formazione delle vocazioni è l’apostolato degli apostolati”.

Più o meno convinto da questo, ero ancor più convinto che l’obbedienza ai superiori era dovuta, tanto più che l’avevo promessa con voto a Gesù. E l’ispettore continuava: “Andrai quindi a Roma, al PAS (Pontificio Ateneo Salesiano; ora UPS, Pontificia Università Salesiana) per prendere la licenza in filosofia. Capisci che andare a Roma e starci per tre anni è un tesoro immenso, un privilegio che tocca a pochi. Sarà una grazia da sfruttare e poi da far fruttare”.

All’allora sede del PAS, Roma, in via Marsala, numero 42, appena fuori della Stazione Termini, cominciava la mia avventura romana come chierico salesiano di 19 anni, studente di filosofia. E cominciava anche la mia «avventura conciliare», perché il mio soggiorno romano è stato fortemente segnato dal Concilio Vaticano II.

Il mio primo compito, come studente universitario, era quello degli studi filosofici. Il mio primo impegno, come salesiano consacrato, era quello di coltivare attentamente la formazione e di prepararmi alla professione perpetua. Come aspirante al sacerdozio, tutto doveva tendere a prepararvisi il meglio possibile. E infine, come missionario, non dovevo perdere i contatti e l’interesse per il Medio Oriente. Sentivo interiormente che il Signore, con le sue vie misteriose, mi aveva condotto a Roma anche per realizzare questi scopi. Ambiente migliore non potevi offrirmi, da cogliere come occasione unica.

La Roma cristiana aveva un fascino speciale per me. Cuore della Chiesa cattolica, perla del cristianesimo, sede del Papa, gloriosa per il sangue dei martiri, colma della testimonianza di santi, centro di pellegrinaggi, disseminata di chiese... Oltre a tutti questi doni, la novità e la rarità di un concilio ecumenico, il Vaticano II, iniziato nel 1963, proprio un anno prima del mio arrivo.

A Roma si respirava l’aria del concilio. Il suo vento mi aveva toccato presto e cercavo di lasciarmene pervadere, un po’ come il vento impetuoso degli apostoli nel cenacolo, invasi dal fuoco dello Spirito. Cercavo di seguire quel grandioso evento ecclesiale. Proprio al PAS, che con tutte le sue Facoltà di allora (Teologia, Diritto Canonico, Filosofia e Pedagogia) era tutto concentrato negli edifici dell’istituto salesiano di via Marsala, avevo la fortuna di poter ascoltare alcuni docenti che erano inseriti da vicino nel mondo conciliare.

Non erano tra i 2.600 ca. padri conciliari, ma erano fra i periti rispettivamente nel loro campo: teologia, diritto canonico, liturgia, filosofia... Alcuni erano miei diretti professori di filosofia, come don Vincenzo Miano, don Giulio Girardi. Altri, come don Emilio Fogliasso e don Armando Cuva, potevo avvicinarli fuori della scuola.... Era un piacere passeggiare con l’uno o con l’altro, in gruppetto alla sera dopo cena nel cortile dell’istituto, e sentire dalle loro labbra le tematiche del concilio con tutti i loro risvolti, e cogliere dal loro cuore il clima di speranza, di apertura, di dialogo e di rinnovamento che si andava profilando nella Chiesa.

Altre volte alcune tradizionali «buonenotti», che, secondo la tradizione salesiana, facevano seguito alle preghiere della sera recitate insieme nell’ampia cappella dalle tre comunità (preti, teologi e filosofi: circa 200 in tutto), vertevano su argomenti ed eventi conciliari. Altre volte ancora era invitato uno o l’altro vescovo, o padre conciliare, a tenerci una conferenza.

Allora erano anche i tempi in cui ritornava il rito della «concelebrazione eucaristica» nella Chiesa cattolica. Era stato concesso un periodo di prova, prima di una prevista data ufficiale della sua reintroduzione. Una dozzina di sacerdoti delle tre comunità residenti al PAS (preti studenti, teologi, filosofi), ogni giorno officiava la messa concelebrata nella cosiddetta «stanza del vescovo». Gli altri chiamavano quei sacerdoti e professori «il gruppo del concilio» e io ben volentieri andavo a servire la messa come ministrante.

Non so come e perché, ma forse per il numero ristretto, forse per la stessa calma nel dover compiere riti nuovi, forse per l’intimità di essere tutti intorno a un grande tavolo, mi sembrava di partecipare meglio alla santa messa. Era già un preludio della cosiddetta «messa conciliare». Questa mi ha trovato ben preparato e disposto, oltre che un suo devoto e convinto assertore.

Per quanto potevo, cercavo di seguire gli eventi conciliari. Ero particolarmente desideroso di leggere i nuovi documenti del concilio, i discorsi del papa. Il 1964 è stato anche l’anno dell’enciclica Ecclesiam suam. Me la sono letta più volte, cercando di immedesimarmi nel pensiero del papa Paolo VI e nella sua ansia di apertura della Chiesa verso tutti.

Presentava il dialogo come desiderio e metodo di avvicinamento a tutti gli uomini di buona volontà, a partire dalla situazione concreta di ogni gruppo e comunità: Chiesa cattolica, Chiese cristiane, mondo e ogni suo ambito... Ti trascinava nella corrente di dialogo e annuncio, ti spingeva a camminare sui passi di san Paolo verso tutti, superando le mille difficoltà e accettando le sfide ricorrenti.

[La seconda parte della testimonianza di padre Pier Giorgio Gianazza sarà pubblica domani, lunedì 24 settembre]