Il Vaticano II nella mia vita (Seconda parte)

La testimonianza di un sacerdote salesiano su come il Concilio abbia inciso sui suoi studi, sul suo ministero e sulla sua fede

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di padre Pier Giorgio Gianazza, sdb

ROMA, lunedì, 24 settembre 2012 (ZENIT.org) - I primi documenti emanati dal concilio portano la data del 4.12.1963 (Sacrosanctum Concilium, Inter Mirifica) e del 16-21.12.1964 (Lumen Gentium, Unitatis Redintegratio, Orientalium Ecclesiarum). Mi davo da fare non solo per averne una copia personale, ma per procurarne anche una per tutti gli studenti della nostra facoltà di filosofia.

Quel primo mio anno, 1964-65, eravamo in tutto 47 studenti, suddivisi in tre corsi. Anche se ignaro o quasi di teologia (intendo: quella sistematica) e materie collegate, cercavo di leggere quei documenti (copertina color giallo), uno a uno, con molto interesse. Erano abbastanza corti e ciò mi spingeva a leggerli più di una volta. Erano ovviamente densi, e perciò mi sforzavo di rileggerli con calma, per penetrarli per quanto potevo.

La rilettura spesso diventava meditazione, illuminata dalla Bibbia. Provavo entusiasmo nel leggerli. Vi trovavo novità, bellezza, pensiero, pratica, spunti di meditazione e di vita. E mi meravigliavo che i miei compagni (almeno più d’uno fra loro) non provavano lo stesso entusiasmo, non li leggevano, non li sottolineavano, e tanto meno ne parlavano.

A me piacevano tanto che anche quando prendevo i mezzi di trasporto pubblico portavo con me quei librettini e ne leggevo qualche brano. Leggevo con l’occhio per scorrere le parole, con la mente per capire il senso, con la penna o la matita per sottolineare alcune frasi, con il cuore per farne tesoro, con la preghiera per renderle vita.

A tutto questo si aggiungeva la grazia di poter visitare Roma non di corsa, ma in modo programmato. Mi attraeva e mi interessava più la Roma cristiana che quella antica e imperiale. Specialmente nel primo anno mi ero proposto di visitare con cura i maggiori luoghi sacri legati al cristianesimo: basiliche, chiese, catacombe, monumenti, resti... Ovunque incontravo il Signore e sentivo la sua presenza.

Avevo la fortuna di avere alcuni bravi compagni che, conoscendo bene la città, mi accompagnavano volentieri e mi facevano da guida. E inoltre, non mancava la mappa turistica della città e nemmeno la guida stampata. Ogni giovedì pomeriggio avevamo quattro o cinque ore a disposizione per il passeggio. Uscivano insieme in gruppetti (il minimo a tre a tre; questa era la norma, ma… non sempre la pratica) e ci prefiggevamo un itinerario e alcune mete. Ci si accordava sui particolari: itinerari, trasporti, visite, soste. La merendina entrava anch’essa nel «menu».

Che gioia e stupore visitare e sostare in preghiera e ammirazione nella basilica di San Pietro per la prima volta! E chi conterà le altre volte? E via via a sostare nelle basiliche minori e maggiori, contemplando i misteri di Cristo, la vita di Maria, gli atti degli apostoli, anche attraverso tutti i tesori di arte e di bellezza conservati in quelle chiese meravigliose e negli stessi edifici architettonici.

E così si susseguivano le visite interessanti a tante altre chiese dedicate alla Madonna, ai martiri, ai santi, alle sante. E poi la carica di fede e di emozione data dalle catacombe, con il loro mistero di vita, di morte e di risurrezione. Tutto suscitava e accresceva in me un forte senso ecclesiale, una grande venerazione e ammirata invidia per i martiri, uno stimolo all’emulazione dei santi. Sentivo che l’appartenenza alla Chiesa era un grande dono di Dio, che mi univa al passato e al futuro, alla terra e al cielo, a Roma e al mondo, ai santi e ai peccatori.

L’evento conciliare che si svolgeva proprio in quegli anni aggiungeva fuoco e ardore a questo sensus ecclesiae. Mi era facile cogliere e vivere le quattro caratteristiche fondamentali della Chiesa, come una, santa, cattolica e apostolica. Non facevo che ringraziare il mio Gesù per l’immenso dono di avermi fatto figlio della sua Chiesa.

Nell’estate del 1965 avvenne il trasferimento del PAS alla nuova sede di zona Monte Sacro, allora in via Cocco Ortu, poi via Ateneo Salesiano. Nuovo anno, nuovi studi, nuovi programmi, nuova sede con spazi amplissimi; per me, nuovo ardore! L’attenzione al concilio non aveva perso nessuna tensione, anzi, aumentava man mano che mi si svelava nella sua ricchezza e grandiosità. Era veramente un evento unico!

Quello precedente, il Vaticano I, si era svolto quasi 100 prima, nel 1969-70. Quando sarebbe venuto quello prossimo? Quale pioggia di grazie lo Spirito Santo stava dando alla Chiesa con questa nuova pentecoste? Attento agli eventi conciliari, continuavo ad essere desideroso di leggere i nuovi documenti del concilio e i discorsi del papa. Man mano che uscivano i testi, mi facevo un impegno personale di leggerli personalmente più di una volta.

Che gioia scoprire il mistero della Chiesa nella sua meravigliosa realtà! Sentirmi membro vivo, in comunione con gli angeli e i santi del cielo, con le sante anime purganti, con i fratelli e sorelle della terra, con i profeti, i dottori, i martiri del passato, con tutti quelli del presente. E così approfondire nella Chiesa e vivere con la Chiesa tutte le sue meravigliose realtà: la bellezza della liturgia, la forza dell’apostolato, lo slancio della missione, la dignità e il servizio pastorale del vescovi, l’ansia e lo sforzo per l’unità cristiana, la luce sulle Chiese orientali, la stima e il dialogo con le religioni, la radicalità della vita consacrata, l’inserimento cristiano in tutte le realtà mondane per impregnarle del lievito di Cristo...

La grazia di Dio operava in modo che tutti i temi dei documenti conciliari trovassero in me una mente accogliente, un cuore vibrante e un’eco profonda. Mi infondevano tanto coraggio e tanto entusiasmo a vivere in pienezza la mia vita cristiana e la mia consacrazione religiosa.