Il Vaticano II nella mia vita (Terza parte)

La testimonianza di un sacerdote salesiano su come il Concilio abbia inciso sui suoi studi, sul suo ministero e sulla sua fede

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di padre Pier Giorgio Gianazza, sdb

ROMA, giovedì, 27 settembre 2012 (ZENIT.org) - Ricordo che una volta, al secondo anno di filosofia (1965-1966), sul treno che mi portava dalla stazione Termini a Frascati per l’oratorio domenicale con altri due compagni studenti, mi sono messo a parlare del concilio con una giovane signora che era seduta di fronte a me. Non so come sia nata la conversazione. Forse, vedendomi col libretto in mano, mi avrà chiesto cosa stessi leggendo. Forse ho rotto io il silenzio.

Ed ecco che, avendo in mano non ricordo bene quale documento conciliare da poco pubblicato, mi sono a parlare della bellezza del sacerdozio dei fedeli, comune a tutti i cristiani, e dell’apostolato dei laici, qualche impegno non solo dei preti, ma di ogni cristiano. Ero conscio di parlare con entusiasmo e che la donna mi ascoltava interessata o forse incuriosita, forse impressionata più dal mio tono convinto ed entusiasta che da quello che io dicevo e che lei percepiva.

Che dire dell’anno della fede? Nel centenario del martirio dei santi Pietro e Paolo (68 d.C.), il papa Paolo VI aveva composto e pronunciato uno stupendo Credo del Popolo di Dio e aveva proclamato il 1967-1968 «anno della fede». L’ho preso come un forte impegno personale e per me è stato un incentivo e un’occasione per approfondire la mia fede, sia come contenuto dottrinale, ma soprattutto come attaccamento al Dio rivelato, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Meditavo su brani speciali della bibbia, leggevo qualche libro o libretto apposito; ma soprattutto cercavo di coltivare una fiducia totale nel Padre, un’amicizia intima con Gesù, un intenso amore allo Spirito Santo. I miracoli non mi parevano per nulla impossibili. “A Dio, tutto è possibile” (Mt 19, 26). E ripetevo spesso rivolgendomi a Gesù: “Credo, ma aumenta la mia fede” (Mc 9,23).

Quando potevo, partecipavo molto volentieri alle messe presiedute dal Santo Padre, o nella basilica vaticana o in altre basiliche romane. Ascoltando le omelie di papa Paolo VI, pendevo veramente dalle sue labbra. Mi attraeva la profondità di pensiero, la chiarezza di esposizione, la visione profetica, la bellezza dei contenuti. Ma era soprattutto il suo afflato che mi toccava, con quel non so di mistico e di calore nel tono della voce, di invitante e di penetrante nel proporre le verità evangeliche, di esortante nel seguire i passi del Divin Maestro. Sentivo che tutto il concilio risuonava nei suoi sermoni e batteva nel suo cuore.

Il 1966 è stato anche l’anno in cui ho scoperto veramente la Bibbia, l’ho scoperta come lettera d’amore di Dio per noi, per me. Quell’anno le Edizioni Paoline avevano lanciato il progetto della «Bibbia di mille lire»; evidentemente un’edizione a prezzo bassissimo, alla portata più possibile di lettori. È stato un successo editoriale formidabile. Anch’io, piccolo pesciolino, ho abboccato all’amo e mi sono comprato la mia Bibbia.

Era la mia prima Bibbia personale, che poi mi sarei tenuta ancora per tanti anni. Eppure non mi è stato facilissimo averla. Infatti (secondo la mentalità di allora…) non mi sarebbe spettata come studente, perché ero solo «filosofo» e non ancora «teologo»; non mi sarebbe spettata come «religioso»: il permesso per procurarmela non mi è stato dato facilmente, adducendo il motivo che non ero ancora in grado di leggerla con la comprensione dovuta, e quindi non mi sarebbe stata proficua. Insomma, non era una bibbia costosa, ma mi è costata; ma soprattutto l’ho ben ripagata, usandola molto.

Tutto questo sostrato e queste sostanze nutrienti sono penetrati nel campo della mia vita in modo stabile. Il concilio ha imbevuto il mio prato spirituale come una poggia benefica, lenta, regolare e continua. Negli anni di studio della teologia, sia nel quadriennio istituzionale sia nei quattro anni per la licenza e la laurea, i testi del concilio sono stati per me una ricca sorgente e un costante punto di riferimento. Ho letto molti libri e raramente ne ho riletti alcuni; ma solo i documenti conciliari, specialmente alcuni fra essi, li ho riletti più e più volte. E li ho anche sempre considerati, con la bibbia e la tradizione, come base del mio insegnamento, e similmente li ho sempre indicati come fonte e testimone della teologia odierna.

Ho sempre ringraziato il Signore, per aver disposto che i miei anni romani fossero vissuti all’insegna del Vaticano II e da questo temprati. Il concilio mi ha veramente segnato. Ha dato un taglio e un orientamento a tutto il mio studio in vista del sacerdozio e poi nella specializzazione dogmatica. Il concilio ha formato in me una mens ecclesiale, considerando la Chiesa come corpo mistico di Cristo. Anche come sacerdote, pastore, educatore, insegnante ha cercato di mantenere sempre questa mentalità conciliare, con tutte le sue dimensioni di fedeltà e di rinnovamento.

[La seconda parte della testimonianza di padre Pier Giorgio Gianazza è stata pubblicata lunedì 24 settembre]