Il vescovo è un "martire del Risorto" e deve "rendere credibile la Resurrezione"

Alla riunione della Congregazione dei Vescovi, papa Francesco si sofferma sulle virtù richieste ai successori degli Apostoli

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 360 hits

Il mandato di un Vescovo richiama quanto fece Gesù con i Dodici, chiamandoli a due a due (cfr. Mc 6,7). Lo ha detto stamattina papa Francesco, in apertura della riunione della Congregazione dei Vescovi da lui presieduta nella Sala Bologna del Palazzo Apostolico Vaticano.

Questa Congregazione, ha spiegato il Papa “esiste per aiutare a scrivere tale mandato, che poi risuonerà in tante Chiese e porterà gioia e speranza al Popolo Santo di Dio”, oltre che “per assicurarsi che il nome di chi è scelto sia stato prima di tutto pronunciato dal Signore”.

Il “compito più impegnativo” affidato alla Congregazione dei Vescovi è essenzialmente quello di “identificare coloro che lo stesso Spirito Santo pone alla guida della sua Chiesa”.

Ogni comunità cristiana della terra ha bisogno del suo vescovo, di qualcuno che “ci sorvegli dall’alto”, che guardi al suo popolo “con l’ampiezza del cuore di Dio”.

Non serve, ha proseguito il Santo Padre, un “manager”, un “amministratore delegato di un’azienda”, né uno che stia “al livello delle nostre pochezze o piccole pretese”, bensì un uomo che “sappia alzarsi all’altezza dello sguardo di Dio su di noi per guidarci verso di Lui”, perché “solo nello sguardo di Dio c’è il futuro per noi”.

Ogni comunità diocesana, in definitiva, ha bisogno di un pastore che “conoscendo l’ampiezza del campo di Dio più del proprio stretto giardino, ci garantisca che ciò a cui aspirano i nostri cuori non è una promessa vana”.

Non esiste, ha precisato il Papa, “un Pastore standard per tutte le Chiese”, dal momento in cui Cristo conosce le singole realtà particolari e sa di quale tipo di pastore ognuna di esse abbia bisogno.

Nella scelta dei ministri di Dio “non possiamo accontentarci delle misure basse”: dobbiamo piuttosto elevarci oltre “le nostre eventuali preferenze, simpatie, appartenenze o tendenze per entrare nell’ampiezza dell’orizzonte di Dio”.

Non servono “uomini condizionati dalla paura dal basso, ma Pastori dotati di parresia, capaci di assicurare che nel mondo c’è un sacramento di unità (Cost. Lumen gentium,1) e perciò l’umanità non è destinata allo sbando e allo smarrimento”.

Per la Chiesa Cattolica, la fonte di ispirazione, la luce per individuare i suoi pastori sta in tutto ciò che è “alto e profondo” e la sua altezza “si trova sempre negli abissi profondi delle sue fondamenta”. Il suo domani “abita sempre nelle origini”, con le quali c’è una “successione ininterrotta”.

Il vescovo, poi, essendo “testimone” della Resurrezione di Cristo, è anzitutto “un martire del Risorto”, non isolato ma “insieme con la Chiesa”. La sua vita e il suo ministero devono “rendere credibile la Resurrezione”.

Papa Francesco ha ripetuto poi per due volte che “la rinuncia e il sacrificio sono connaturali alla missione episcopale”, proprio perché l’episcopato “non è per sé ma per la Chiesa, per il gregge, per gli altri, soprattutto per quelli che secondo il mondo sono da scartare”.

Per individuare un buon vescovo “non serve la contabilità delle doti umane, intellettuali, culturali e nemmeno pastorali”, né “la somma algebrica delle sue virtù”. Sono richieste, invece, una “integrità umana” che assicuri la “capacità di relazioni sane, equilibrate, per non proiettare sugli altri le proprie mancanze e diventare un fattore d’instabilità”.

Un vescovo si distingue, inoltre, per “preparazione culturale” per dialogare con tutti, “ortodossia e fedeltà” alla verità custodita dalla Chiesa, “disciplina interiore ed esteriore”, “capacità di governare con paterna fermezza”, “trasparenza” e “distacco nell’amministrare i beni della comunità”.

Papa Francesco ha poi citato le parole del cardinale Giuseppe Siri: «Cinque sono le virtù di un Vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza».

Abbiamo bisogno, ha aggiunto, di vescovi “kerigmatici” che siano “custodi della dottrina non per misurare quanto il mondo viva distante dalla verità che essa contiene, ma per affascinare il mondo, per incantarlo con la bellezza dell’amore, per sedurlo con l’offerta della libertà donata dal Vangelo”.

Servono, inoltre, vescovi “oranti”, uomini “di preghiera”, che trattino con Dio “il bene del suo popolo, la salvezza del suo popolo”.

I vescovi devono, infine, essere “pastori”, ovvero “vicini alla gente, […] che non siano ambiziosi e che non ricerchino l’episcopato”, “sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra”.

Citando il Concilio Vaticano II, il Papa ha ricordato quanto la cura del gregge debba essere “assidua” e “quotidiana” (cfr. Lumen Gentium, 27), laddove questi aggettivi non vanno erroneamente associati alla “routine” o alla “noia”.

Trovare uomini di Chiesa certamente non è facile, tuttavia, Francesco ha infine auspicato che la Congregazione dei Vescovi conservi una “santa inquietudine” di continuare a cercarli, scrutando i “campi della Chiesa”.