Il virus dell'evangelizzazione timida

Quante persone si impegnano realmente per offrire ai giovani la bellezza della Parola di Dio?

Roma, (Zenit.org) Carlo Climati | 1445 hits

Che fine ha fatto l’evangelizzazione? Se ne parla tanto, ma chi se ne occupa realmente? Quante persone si impegnano concretamente per offrire ai giovani la bellezza della Parola di Dio?

Viviamo, purtroppo, in un’epoca di evangelizzazione timida, spaventata, complessata. Troppi cattolici hanno paura di essere testimoni del Vangelo. Si nascondono, si mimetizzano, si perdono in chiacchiere inutili.

L’evangelizzazione timida è un virus letale che sta creando danni gravissimi alla Chiesa. Colpisce anche quelli che dovrebbero essere autentici pastori per i giovani: i preti, le suore e i catechisti.

Non è raro incontrare sacerdoti che hanno paura d’affrontare temi scomodi. Li censurano nelle loro parrocchie perché temono d’essere considerati integralisti.

Il Magistero della Chiesa Cattolica, per loro, è come un menù. Scelgono i piatti che sono graditi e mettono da parte quelli che, secondo loro, potrebbero dare fastidio.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Basta fare un giro sui social network ed accorgersi dell’influenza negativa di certi cattivi pastori sulle nuove generazioni.

Ci sono giovani che frequentano la parrocchia, fanno volontariato e poi esultano perché negli Stati Uniti il matrimonio tra persone dello stesso sesso è stato equiparato a quello tra un uomo e una donna.

Questo accade perché alcuni argomenti scomodi sono letteralmente cancellati dalle nostre chiese: divorzio, aborto, teoria del gender, convivenze, vita sessuale disordinata, eutanasia, eugenetica, contraccezione, fecondazione artificiale, maternità surrogata.

Per alcuni sacerdoti è meglio non parlarne. Meglio non disturbare le coscienze e lasciare che la società sprofondi sempre di più nel relativismo morale.

Capita, a volte, di incontrare nelle parrocchie coppie di giovani che convivono senza essere sposati e che fanno regolarmente la comunione. Il parroco non dice nulla perché “ha paura che si allontanino dalla Chiesa”. La catechista di turno, quando li incontra, chiede loro: “Quest’estate dove andate in vacanza?”. Per lei, infatti, è normale che due giovani non sposati vadano in vacanza insieme.

Tutto questo viene erroneamente presentato come un segno di apertura della Chiesa, che così facendo aprirebbe le sue braccia a tutti. Ma siamo proprio sicuri che assecondare il peccato sia la strada giusta per avvicinare i giovani a Dio?

Tacere sul peccato e assecondare stili di vita sbagliati significa non avere stima dei giovani. Significa avere paura di comunicare la verità e di offrire una testimonianza del Vangelo.

Non si vive bene nel peccato. Evangelizzare significa anche aiutare le persone a vincere il peccato originale, con il Battesimo, e poi a vincere i peccati personali, nel corso della vita quotidiana.

Il virus dell’evangelizzazione timida, diffuso con la complicità di un clero rinunciatario, non può che produrre giovani tristi e malati. Chi vive costantemente nel peccato non può sorridere, non può essere felice. È per questo che non bisogna avere paura di comunicare tutta la verità ai giovani. Bisogna comunicarla con amore, ma senza sconti.

Se incontriamo un prete o un catechista “timido” proviamo a fargli notare, con cortesia, che non è questa la strada da percorrere.

Attraverso il dialogo, cerchiamo di risvegliare le coscienze di quei preti “a metà”, che vivono un Catechismo a mezzo servizio. Solo in questo modo i giovani potranno essere veramente felici, perché conosceranno l’intero messaggio del Vangelo.

Ricordiamo, infine, che l’evangelizzazione non è soltanto un compito di preti, suore e catechisti. È compito anche dei laici, che possono dare il buon esempio e mostrare concretamente ai giovani la bellezza di uno stile di vita cristiano.