Immigrazione: tre ragioni per il grido di "vergogna" del Papa

Editoriale di monsignor Bruno Forte pubblicato su "Il Sole 24 Ore" di domenica 20 ottobre

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 727 hits

Riprendiamo di seguito l'editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato sull'edizione di domenica 20 ottobre del quotidiano Il Sole 24 Ore (pp. 1 e 17).

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C’è una parola, uscita dalla bocca e dal cuore di Papa Francesco con singolare energia, su cui mi sembra importante ritornare: quella che, visibilmente colpito, pronunciò nell’apprendere la notizia della tragedia nelle acque di Lampedusa, dove il naufragio di una delle carrette del mare, impiegate per l’attraversamento del Mediterraneo, provocò la morte di centinaia di profughi alla ricerca di un futuro degno della persona umana. Quella parola, non da tutti compresa, perfino malintesa o rifiutata, fu: “Vergogna!”. È una parola forte, che mi sembra giusto approfondire per il messaggio decisivo che porta con sé. Poiché ci si vergogna o di qualcosa che si è fatto o di qualcosa che di dovrebbe fare e non si è ancora fatto, comunque sempre e necessariamente nei confronti di qualcuno (come fa capire l’etimologia del termine, che deriva dal latino “verecundia”, da “vereri”, “aver rispetto”, “riverire”), mi sembra di poter cogliere nell’espressione del Papa almeno tre livelli di significato, capaci di aiutare la riflessione di tutti sulla sfida dell’immigrazione e sulla necessità di raccoglierla a partire dalla dignità degli immigrati.

In un primo senso, la parola si riferisce al senso di colpa che tutti - nessuno escluso - dovremmo provare di fronte a simili tragedie. La motivazione di questa presa di coscienza è presto detta: se siamo tutti fratelli in umanità, la morte di centinaia di innocenti in fuga dalla violenza delle guerre e dal bisogno della povertà ci riguarda tutti. Chiudere gli occhi di fronte alle situazioni drammatiche, che sono all’origine dei flussi migratori, non solo non ci deresponsabilizza, aggrava anzi la nostra parte di responsabilità. Il sistema di forte sperequazione che governa l’ordine economico mondiale, il semplice fatto che la mancanza di beni di alcuni giochi a favore del loro sfruttamento, e quindi dell’avidità e del benessere di altri, è colpa di cui dobbiamo prendere coscienza senza alibi e senza difese pregiudiziali.

È come dire che il Nord del mondo deve vergognarsi della miseria di tanta parte del Sud del mondo e che – se non si metterà mano a una coraggiosa azione internazionale che intervenga sull’ordine economico mondiale - simili tragedie non potranno essere evitate. Sentirsi parte della famiglia umana vuol dire anche dar forza a quelle voci che chiedono una svolta nelle politiche economiche dei singoli Paesi e della Comunità dei Popoli. È tempo che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si dia norme e strumenti che le consentano di agire efficacemente in questo ambito, anche con l’esercizio di un potere decisionale nei confronti dei singoli Paesi e delle relazioni fra di essi. È tempo che i Grandi della terra si facciano carico di decisioni che siano finalmente a favore degli ultimi, anche con sacrificio di egoismi nazionali.

Se in questo primo senso il termine usato da Papa Francesco è una denuncia delle responsabilità che coinvolgono tutti, in un secondo senso la parola costituisce un appello e uno sprone all’agire illuminato e responsabile di ciascuno. Chi prova vergogna per una colpa di cui prende coscienza, se vuole che le cose cambino, deve impegnarsi positivamente e attivamente al servizio della posta in gioco. Ognuno deve fare la sua parte, ai vari livelli: in modo particolare, l’Europa non può considerare Lampedusa una sorta di fortino dimenticato di fronte al “deserto dei Tartari”. Se lo facesse, potrebbe trovarsi presto nell’amara condizione del personaggio centrale dello splendido romanzo di Dino Buzzati, sfidato all’azione quando ormai per lui è troppo tardi. Una politica di rimandi e di alibi, un agire da struzzi che chiudono gli occhi e calano il becco nella sabbia delle più svariate ipocrisie, non è degno della grande casa europea e dei valori di civiltà e di umanità di cui essa è stata portatrice nella storia, a cominciare da quello della dignità di ogni persona umana.

Naturalmente, il doveroso rimando alle responsabilità europee non esime il nostro Paese dal fare la sua parte: non basteranno dichiarazioni o gesti retorici. Occorre coniugare la disciplina dell’accoglienza al rispetto della dignità di chi viene a noi per fuggire dalla violenza e dalla fame. Un accogliere senza regole è parimenti sbagliato che un atteggiamento di incivile rigetto o di semplice difesa, che faccia “tout court” del clandestino un criminale. E finalmente, è ogni organismo intermedio che sia coinvolto a dover offrire il meglio di sé, educando anzitutto i cittadini a una cultura capace di vedere nell’altro il fratello in umanità, che tanto somiglia ai nostri antenati immigrati in giro per il mondo, cui è stata data la possibilità di costruirsi una nuova vita, pur con tanti sacrifici. In questa direzione, mi sembra che non pochi segnali positivi vengano dall’azione della Chiesa e delle sue Caritas, quella nazionale e quelle diocesane.

Infine, nel grido di Francesco va colto un invito a porci davanti a un giudizio che ci trascende: la vergogna si prova davanti a qualcuno, e questi nella visione del Papa è anzitutto la vittima delle colpe personali e collettive, è poi in particolare ciascuno dei nostri ragazzi e giovani, cui stiamo dando un pessimo esempio di come vivere la solidarietà e l’accoglienza fra gli uomini, ma è anche e certamente il Dio della vita e della storia, misura ultima del giudizio sui nostri comportamenti, Padre universale di fronte a cui riconoscerci famiglia umana, solidale e corresponsabile per vocazione. Per chi crede, il giudizio divino non è solo un orizzonte lontano, ma un’imminenza che sovrasta e che raggiunge gli abissi del cuore. Anche chi non crede, però, ha la voce della coscienza da ascoltare, lì dove sono inscritte le verità espresse dalle parole del Decalogo destinate a tutto l’uomo, a ogni uomo.

Chiamare in causa la coscienza e il giudizio di Dio non è dunque operazione di parte, ma scelta che aiuta tutti a trovare ragioni che motivino all’impegno per l’altro, soprattutto se povero o indifeso, nella maniera più radicale e ineludibile. Allora ciascuno potrà sentire rivolte a sé le parole di Colui che si è fatto esule e pellegrino per amore di tutti: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-37). Diversamente, a fallire sarà la nostra umanità e la qualità stessa del futuro di tutti.