In 14 Paesi del mondo “gravi limitazioni legali alla libertà religiosa”

Rivela il “Rapporto 2008 sulla Libertà Religiosa nel mondo” di ACS

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di Roberta Sciamplicotti

ROMA, venerdì, 24 ottobre 2008 (ZENIT.org).- E' stato diffuso il “Rapporto 2008 sulla Libertà Religiosa nel mondo” dell'associazione caritativa Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che analizza la situazione mondiale dividendola in cinque settori a seconda che nei Paesi si verifichino “gravi limitazioni legali alla libertà religiosa”, “limitazioni legali alla libertà religiosa”, “episodi di repressione legale”, “violenze da intolleranza sociale” e “conflitti locali”.

Il Rapporto è stato illustrato questo giovedì alla stampa a Roma dal presidente, padre Joaquín Alliende. Presentazioni in contemporanea si sono svolte in Francia, Spagna e Germania.

Il settore relativo agli Stati in cui si riscontrano “gravi limitazioni legali alla libertà religiosa” comprende 14 Paesi: Bhutan, Cina, Cuba, Iran, Corea del Nord, Laos, Maldive, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Sudan, Turkmenistan e Yemen.

In Cina, spiega il Rapporto, “le religioni che vengono aiutate, finanziate e sostenute sono il confucianesimo (una dottrina morale, più che una religione), il buddismo, il taoismo”.

La Chiesa cattolica è “una sola”, perché sia i cattolici sotterranei (non riconosciuti dal Governo) che quelli ufficiali (riconosciuti dal governo) sono uniti alla Santa Sede. E' oggetto di numerose discriminazioni, e spesso i suoi presbiteri e Vescovi vengono arrestati.

Le comunità religiose di Taiwan godono invece di piena libertà religiosa. “Le relazioni diplomatiche con Taiwan – ricorda ACS – sono spesso citate e criticate dalla Repubblica popolare cinese come uno dei due ostacoli per le relazioni diplomatiche fra Pechino e Santa Sede”.

A Cuba, la Costituzione del 1976 proclama di fatto l'ateismo dello Stato, anche se la visita di Giovanni Paolo II nell'isola caraibica nel 1998 ha rappresentato “il presupposto di un'apertura e di un parziale disgelo”.

Le restrizioni alla libertà religiosa “contribuiscono a impoverire la presenza dei giovani tra i fedeli cattolici e a far sì che, perfino tra i praticanti, il livello di appoggio alle misure morali come l'opposizione all'aborto e al divorzio, o il gesto di sposarsi in chiesa, non sono seguiti neanche dalla metà della popolazione”.

Nonostante questo, nella Settimana Santa del 2006 ad alcuni Vescovi è stato permesso di trasmettere per radio un messaggio di 12 minuti; era la prima volta, in 46 anni di governo comunista, che succedeva qualcosa di simile.

Una situazione di discriminazione religiosa si riscontra anche in Iran, dove l'islam sciita si identifica con la stessa struttura dello Stato.

Tra le minoranze religiose presenti nel Paese, lo Stato islamico riconosce solo cristiani, ebrei e zoroastriani. Alcune minoranze – sunnite, bahai, ahmadi... – “subiscono di fatto discriminazione e spesso violenze”, altre – come buddisti e indù – non sono riconosciute, ma non subiscono violenze pur vivendo “in una totale precarietà giuridica”.

La Chiesa cattolica, sia orientale (armena e caldea) che latina, gode di una qualche libertà di culto, perché ha chiese dove radunarsi e riti a cui partecipare, ma non può esprimere la propria fede “fuori di tali luoghi e fuori dalle loro comunità”. È proibita qualsiasi azione missionaria, “bollata come proselitismo”, e ogni espressione pubblica.

“Anche se il presidente Ahmadinejad vanta che la minoranza cristiana “gode di uguali diritti”, le comunità sono ridotte a minoranze etniche ghettizzate”, denuncia ACS.

Il problema più grave riguarda tuttavia i convertiti dall’islam, di fatto “illegali”. Sono musulmani convertiti alla fede cristiana o cristiani “pentiti”, che ritornano alla fede originaria dopo essersi formalmente convertiti all’islam (nel caso di un matrimonio misto), oppure sono figli di coppie islamo-cristiane. Molto spesso “devono tenere nascosta la loro nuova fede perfino alla famiglia, oppure devono decidersi ad emigrare per poterla rendere pubblica”. L’apostasia viene condannata con la morte, comminata spesso dagli stessi parenti del convertito.

In Corea del Nord è permesso soltanto il culto del leader Kim Jong-Il e di suo padre Kim Il-Sung.

Il regime impone ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal Partito, e dalla sua instaurazione nel 1953 sono scomparsi circa 300 mila cristiani e non vi sono più sacerdoti e suore, forse uccisi durante le persecuzioni. Attualmente circa 80.000 persone si trovano nei campi di lavoro sottoposti “a fame, torture e perfino alla morte”.

Nel Myanmar, denuncia ACS, la situazione della libertà religiosa e dei diritti umani nel 2007 “ha subito un netto peggioramento”.

“Tra agosto e settembre monaci buddisti si sono messi a capo di un movimento pacifico contro i soprusi e le politiche repressive del regime militare che dal 1962 regge il Paese con il pugno di ferro. Seguendo i monaci, sono scesi in piazza migliaia di cittadini e a fine settembre la giunta, non potendo tollerare oltre, ha dato il via ad una feroce repressione che ha colpito in modo particolare i bonzi e i monasteri buddisti”.

La libertà religiosa è inoltre gravemente compromessa in Nigeria – dove tra gli atti di intolleranza e discriminazione religiosa nei confronti delle varie comunità cristiane figurano “false accuse di blasfemia contro l'islam”, “rapimenti e conversioni forzate di adolescenti, soprattutto ragazze”, “discriminazione ai danni dei cristiani negli impieghi pubblici e nella fornitura di servizi pubblici”, “intimidazioni e minacce di morte ai musulmani che si convertono al cristianesimo” –, in Arabia Saudita, dove la polizia religiosa incarcera spesso membri dei gruppi di minoranza, che vengono liberati solo dopo aver firmato un documento in cui abiurano la loro fede, e in Sudan, dove l'apostasia è punita con la morte.