In dialogo con Italo Mancini, vent'anni dopo (Terza parte)

Intervento di monsignor Bruno Forte al seminario di studi svoltosi a Urbino

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 403 hits

Riportiamo oggi la terza e ultima parte dell'intervento di monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, al seminario di studi “Giornata Italo Mancini”, tenutosi il 29 maggio scorso a Urbino.

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3. Davanti all’Eterno: la trasparenza donata

Al tema dell’amore, declinato sul versante della condizione decisiva di ogni autentico rapporto amoroso, che è la “trasparenza”, fu dedicato uno dei nostri dialoghi pubblici, svoltosi nel dicembre del 1988, riscaldato dall’entusiasmo di centinaia di giovani, che ci ascoltavano con passione e amore nella città di Francesco, il “poverello” trasparente d’Eterno. In quell’occasione, don Italo seppe tessere la trama incantata di un ideale percorso lungo le vie della trasparenza, secondo tappe che potrei scandire come quelle dell’“impossibile trasparenza”, della “trasparenza possibile” e della “trasparenza donata”. “Impossibile trasparenza” era per lui quella imbandita sulla mensa della modernità da voci tanto seducenti, quanto devastatrici: la presunta “innocenza del divenire” di Friedrich Nietzsche, per il quale tutto quanto diviene sarebbe esente da colpa per il solo fatto di divenire, si è tragicamente risolta nella giustificazione della follia strutturale dei totalitarismi moderni; la “trasparenza erotica” del Marchese di Sade, che pretendeva d’affrancare gli uomini dall’ossessione malefica del turbamento morale, è sfociata nelle schiavitù più orribili dell’egocentrica volontà di sopraffazione dell’altro; la “trasparenza concettuale” di Hegel, che aveva inteso raggiungere “la calma quiete del pensiero semplicemente pensante”, ha prodotto la presunzione ideologica di cambiare il mondo e la vita col concetto, piegando la realtà alle devastanti forzature dell’ideale, al punto che “la terra interamente illuminata risplende di trionfale sventura”1. La “trasparenza” appare così impossibile in questo esistere umano, campo dei “doppi pensieri”, che s’affacciano ovunque, anche nell’agire o pensare più elevato.

A questa impossibilità don Italo non intendeva, però, arrendersi, invitando anzi a cercare le vie di una “trasparenza possibile”, anticipatrice del Regno di Dio in questo mondo: nel nostro incontro d’Assisi ne volle indicare tre. La prima è il ritorno dei volti, la riscoperta del prossimo concreto, immediato. Contro il predominio dei principi astratti, contro il privilegio - accordato ancora da Heidegger - all’orgoglioso “essere-presso” rispetto all’umile “essere-con”, si tratta di riconoscere come norma e misura etica l’altro, così come s’incarna nella nuda concretezza del volto. È la lezione di Lévinas, che don Italo aveva fatto sua, cogliendone le profonde risonanze evangeliche: è il riscoprire l’altro nella sua irriducibile dignità, nella fondatezza dei suoi bisogni reali, che sono anche i suoi diritti nei confronti del chiuso totalitarismo dell’io. Questa riscoperta esige l’abbandono del fanatismo maschilista per i principi astratti, e l’attenzione nuova, feconda a ciò che don Italo chiamava il principio femminile. Si apriva qui per lui una seconda via verso la “trasparenza possibile”: dove il maschile è nella tradizione occidentale il super-io intollerante, altezzoso, il principio femminile introduce “un prevalere dell’attenzione all’equità e alla logica del corpo e della terra, senza perfettismi astratti e blocchi normativi, che scendano implacabili dall’alto”2. Il “principio femminile” è un “correttivo” contro ogni astrattezza e generalità: “contro la tesi che mette l’ordine universale al di sopra dell’ordine interindividuale”, esso insegna che “l’individuo offeso deve essere sempre placato, accostato e consolato individualmente” e che “il perdono di Dio... non si può concedere senza che l’individuo sia rispettato”3.

È grazie al principio femminile che diventa possibile aprirsi a un’ulteriore via verso la “trasparenza possibile”, quella delle ritrovate convergenze etiche, di cui in maniera struggente si avverte il bisogno in questo tempo di maschera e di disgregazione: la donna è capace di tessere le trame dell’incontro, di attingere nei suoi ritmi arcani - “ancestralità, prerazionalità, giustizia non scritta”, “per entro la rete del sangue materno” - le radici di quel “regno della notte e della misteriosità insondabile”4, dove si scoprono con freschi legami le ragioni del vivere e del vivere insieme. Nell’opera monumentale L’ethos dell’Occidente don Italo aveva voluto consegnare questo messaggio quasi a sigillo dell’intera sua vicenda umana e spirituale: la linea del concetto, tesa a far coesistere nel mondo vita giuridica e vita morale, deve coniugarsi alla linea della speranza, volta a tracciare il volto che dovrà assumere l’ethos per avere un futuro. Egli avvertiva l’urgenza di questa impresa per la nostra civiltà, più che mai bisognosa di anima e di senso per vivere e per morire dopo il crollo dei mondi ideologici. Aveva amato chiamare questi due poli la “corrente calda” della profezia, vicina al “principio femminile”, e la “corrente fredda” della vita scientifica, maschile: e aveva confessato di non potersi sottrarre al destino di tenerle insieme.

È nello sforzo di questa coniugazione che le vie della “trasparenza possibile” sfociano in Mancini nell’esperienza e nella proposta della trasparenza donata: essa rifulge nel volto del Crocifisso, non emblema di vano trionfo, ma, come don Italo scriveva parlando del “suo” Bonhoeffer, “l’oggetto di un grande amore, di immensa pietà, perché ha accettato attraverso la morte di indicare la presenza di Dio al mondo nel segno doloroso e opaco di una conturbante assenza”5. Nelle parole altissime e intense, che mi scrisse in occasione della mia ordinazione sacerdotale (1973), don Italo m’incoraggiava all’unico compito per cui valga la pena di vivere, confessandomi che anche per lui, alla radice di tutto, c’era l’incontro con Cristo e la chiamata a seguirLo nell’umile, tenace sequela dei giorni. È sulla via di questa sequela che, sacerdote di Cristo, egli seppe accogliere la trasparenza donata, coniugando il pensiero pensante alla calda corrente della vita, alla profezia, all’accoglienza e all’offerta del dono. Proprio così, don Italo fu in grado di ricevere e donare a tanti impulsi di vita, con la parola, gli scritti, le opere e i gesti: in tutto coniugava la trasparenza possibile alla trasparenza donata, per la via dell’accoglienza cui educa la notturna, profetante fecondità della preghiera fedele, sorgente e voce di carità umile. Per questa via da lui vissuta e proposta, anche per noi potranno aprirsi cammini sempre più radicali di trasparenza: non quella fuggevole d’un mito mondano, prometeico e alienante, ma quella duratura e profonda, anticipo e pregustazione dell’ultima trasparenza, lì dove don Italo è già ora accanto al Signore, nella luce senza tramonto dell’ineffabile incontro di parola e silenzio, dove tutto sarà trasparenza di tutto, perché Dio sarà tutto in tutti e il mondo intero sarà la patria di Dio.

(La seconda parte è stata pubblicata ieri, domenica 2 giugno).

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NOTE

1 M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino 1966, 11.

2 Filosofia della prassi, o.c.,28.

3 E. Lévinas, Quattro letture talmudiche, Il melangolo, Genova 1982, 50.

4 Filosofia della prassi, o.c., 264.

5 I. Mancini, Novecento teologico, Vallecchi, Firenze 1977, 340.