In Dickens l'umano è l'unica chiave per il sociale

Al Meeting di Rimini un dibattito sul grande scrittore britannico

Rimini, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 436 hits

La mia casa sei tu: riscoprirsi uomini leggendo Dickens: su questo tema è stata articolata la conferenza letteraria sul grande scrittore britannico al Meeting di Rimini.

Ne è emerso che Charles Dickens (1812-1870) scrittore “sociale” per eccellenza dell’era vittoriana, è in realtà il narratore dell’umano e dei sentimenti, l’unica possibile forma di riscatto per i meno fortunati.

Come ha messo in luce Alison Milbank, docente di letteratura e teologia all’Università di Nottingham, l’opera di Dickens ha sempre un profondo risvolto autobiografico. All’età di dodici anni, lo scrittore dovette abbandonare la scuola per lavorare in fabbrica, venendo così a contatto con classi sociali che precedentemente mai aveva frequentato.

È proprio durante questa esperienza così umiliante e degradante, che il giovanissimo Dickens, scopre la bellezza dell’amicizia e la ricchezza dei rapporti umani. “Se c’è qualcosa che manca in Dickens – ha dichiarato la prof.ssa Milbank - è la proposta di una soluzione collettiva ai bisogni sociali. Tutto passa attraverso piccoli gruppi di persone di buona volontà, reti di amicizie, che possono avviare al cambiamento”.

Rispetto ai tempi di Dickens, un fattore non è cambiato ed è lo sfruttamento e la miseria dei bambini: la sofferenza loro e di tutti i personaggi “umili” usciti dalla penna di Dickens diventa così la “lente di ingrandimento” attraverso la quale la società si svela per quella che è.

Secondo il critico letterario Edoardo Rialti, esperto di letteratura inglese, nell’opera di Dickens spicca il contrasto tra la “città della quantità” e la “città della qualità”, due realtà che si compenetrano e a volte si incontrano.

Schiavi della quantità sono personaggi come l’usuraio Scrooge, protagonista del Canto di Natale, che misura ogni relazione umana in base al denaro. Altri hanno come unico riferimento il potere sociale, umano o psicologico. “Tutti costoro ─ ha aggiunto Rialti ─ hanno il deserto intorno a sé e dentro di sé”.

Ognuno di questi personaggi è come “legato a una catena” che è spesso quella del moralismo, come avviene per Mrs. Pardiggle, il cui moralismo non cede nemmeno di fronte alla tragedia di una mamma che ha perso il suo bambino; in questo caso, ha osservato Rialti “è una città, quella della qualità, che entra nell’altra città, quella della quantità. Una mano tesa verso le nostre debolezze”.

Lo stesso ruolo viene svolto dal piccolo storpio Tim che sconvolge la vita di Scrooge, spezzando la sua “catena”. “È il più bel regalo che Scrooge abbia mai avuto - ha commentato Rialti - e che gli permette di essere per Tim quello che, nella sua infanzia, nessuno era mai stato per lui”.

Il paradigma di Dickens è quindi sempre quello della misericordia e la risposta alla povertà e alla miseria è sempre quella dell’umano, dell’apertura del cuore. Ogni persona è un mistero e l’uomo dinnanzi ad essa prova un inquietudine simile a quella per la morte.

“Il nostro mistero ha bisogno di uno che lo accolga. Dickens afferma che è possibile diventare uomini quando incontriamo lo sguardo di uno con il quale siamo già a casa nostra”, ha quindi concluso Rialti.