In difesa della vita umana, contro le menzogne della comunicazione (parte I)

Intervista al giornalista Pier Giorgio Liverani, un tempo direttore di “Avvenire”

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ROMA, mercoledì, 7 settembre 2005 (ZENIT.org).- “Se l’uomo si autoerige a giudice del bene e del male la vita e la famiglia cadono nel pericolo. Ma è possibile uscirne: con iniziative concrete e smascherando le menzogne della comunicazione”, afferma il professor Pier Giorgio Liverani.



Il già direttore di “Avvenire”, e attuale condirettore di “Sì alla vita” (il mensile del Movimento per la Vita italiano ), in questa intervista concessa a ZENIT, invita a riflettere sulle trasformazioni culturali che hanno accompagnato il dibattito sulla vita dal 1978 ad oggi, attraverso la testimonianza raccolta nei suoi libri.

Il professor Liverani, che è stato anche membro della Commissione ecclesiale della CEI per le comunicazioni sociali, ha lavorato per cinquantacinque anni come giornalista per i principali quotidiani cattolici privilegiando i temi legati alla bioetica e alla laicità cristiana.

Dottor Liverani, lei, da giornalista attento a questi problemi, ha seguito passo per passo tutto il dibattito etico e politico dalla liberalizzazione dell’aborto nel 1978, alla legge sulla fecondazione artificiale del 2004. È stato, in un certo senso, un testimone delle trasformazioni culturali della nostra società che hanno dato origine, come dice il Cardinale Ruini, alla nuova “questione antropologica”, vale a dire a una nuova e pericolosa concezione dell’uomo sganciata dal suo Creatore. Il suo ultimo libro “La società multicaotica con il Dizionario dell’Antilingua” ( Ares , Milano, 2005) si occupa proprio di questa trasformazione e ne denuncia i rischi. Il libro si apre con una similitudine: il clima culturale della nostra società è lo stesso di quello respirato durante la costruzione della “torre di Babele”. Può spiegarci meglio questo paragone?

Pier Giorgio Liverani: Vorrei dire che il clima attuale è addirittura peggiore di quello di Babele. La confusione delle lingue di allora possiamo considerarla un fenomeno fisiologico di una giovane umanità che va crescendo, maturando, differenziandosi e prendendo cognizione di sé. Oggi la confusione delle lingue, simboleggiata dall’Antilingua, è indice di una crisi morale assai grave: per una parte importante della nostra cultura non esiste più una verità assoluta, tutto è relativo, ciascuno può costruirsi la propria etica e l’ipocrisia del linguaggio copre tutto vergognosamente, come quando, sentendosi nudi, i progenitori cercarono di nascondere la verità dei loro corpi con una misera foglia di fico.

È vero, dunque, che uno degli aspetti più discussi di questa società multicaotica è il “pluralismo etico”. Questo atteggiamento nei confronti delle scelte morali in che cosa ha avuto origine principalmente? E, secondo lei, è una forma che permette di valorizzare la vita in quanto bene comune o ha un effetto diverso?

Pier Giorgio Liverani: Si tratta di una grave e pericolosa deriva della soggettività e della responsabilità dell’individuo. L’uomo postmoderno che ha decretato la “morte di Dio” si è autoeretto a giudice del bene e del male con la conseguenza che il bene primario – la vita – non è più sempre tale. Dal soggettivismo tipicamente cristiano si è caduti nell’individualismo liberal-radicale, per cui solo la mia vita vale e quella dell’altro ha un valore soltanto funzionale alla mia. La contraccezione di massa, il divorzio (si pensi ai figli), l’aborto legalizzato e statalizzato e la fecondazione artificiale ne sono i segni e la dimostrazione più evidenti.

Di fronte al caos etico, che, nel suo ultimo libro, viene analizzato da diversi punti di vista, lei propone come soluzione costruttiva “l’etica del più piccolo e lo sguardo contemplativo nei confronti della vita”. Può spiegarci di cosa si tratta?

Pier Giorgio Liverani: L’etica del più piccolo è il tentativo che Madre Teresa di Calcutta fece per misurare tutto sulla dimensione fisica, spirituale e personale dei “piccoli”. È, dunque, l’etica della donazione, del disinteresse, dell’amore per il prossimo, di Gesù che si fa tanto piccolo da ridursi a minuscola ostia per farsi mangiare. La stessa cosa, sostanzialmente, vuol significare lo sguardo contemplativo nei confronti della vita: l’esatto opposto dello sguardo di possesso che solitamente gli uomini rivolgono sulle cose e sulle persone anche quando dicono di amarle. Ne ha parlato con chiarezza il compianto Papa Giovanni Paolo II nelle sue Encicliche Sollicitudo rei socialis e Evangelium Vitæ. Ancor prima ne aveva già dato un’idea il suo successore allora Cardinale Ratzinger allorché, in un convegno del Movimento per la Vita disse che “l’umanità di ciascuno comincia dallo sguardo che noi poniamo sull’altro”. E un filosofo del diritto aveva scritto che la debolezza dell’appena concepito è tale che solo può esserne garanzia di vita la contemplazione, anzi la venerazione di cui egli ha bisogno di essere oggetto.

Nel suo precedente libro “Dateli a me. Madre Teresa e l’impegno per la vita” (Città Nuova, 2003) lei ha mostrato, attraverso l’esempio delle scelte di Madre Teresa, come “l’etica del più piccolo” e lo “sguardo contemplativo” siano soluzioni realizzabili. Tuttavia il nostro mondo, modellato sul consumismo, è capace di vivere all’insegna del dono e dell’accoglimento? E a quali condizioni può diventarlo?

Pier Giorgio Liverani: Credo che qui si debba fare riferimento al messaggio di Gesù: il mondo cambierà soltanto se i cristiani saranno capaci di una vera e credibile testimonianza. Purtroppo a me viene sempre alla mente l’invettiva di Nietzsche: “Voi cristiani non avete il volto di uomini risorti”…

Con “La società multicaotica” è stato ripubblicato, aggiornato, il suo “Dizionario dell’Antilingua”, vale a dire il dizionario delle “parole dette per non dire quello che si ha paura di dire”. Questo Dizionario, pubblicato la prima volta nel 1993, era da subito diventato uno strumento di analisi fondamentale per tutti coloro che dedicano il loro impegno alla difesa della vita umana e della famiglia. Ma che cos’è l’”Antilingua” e perché è tanto temibile?

Pier Giorgio Liverani: Vede, noi pensiamo servendoci delle parole e del loro significato. Senza parole o con identiche parole ma dal significato diverso non potremmo più esprimere certi concetti. Lo aveva già dimostrato Huxley in “1948”. Se io cancellassi la parola madre, impedirei a me e agli altri di pensare e di esprimere il relativo concetto. Se invece di dire uomo in età embrionale io uso “prodotto del concepimento”, non darei più al concetto di uomo all’inizio della sua vita il valore che ha, ma esprimerei un’idea banale valida anche per gli animali – la rana, il topo, la gallina – e mi sentirei di disporre di quel prodotto alla stregua di qualsiasi altro prodotto di una lavorazione: se mi piace e mi serve lo tengo, se no lo butto via.

Nella legge di aborto, invece di questa parola si usa “interruzione della gravidanza”, innanzitutto perché questa espressione di tipo medico non evoca sentimenti né emozioni; poi perché mentre l’aborto si riferisce a qualche cosa che tocca direttamente il bambino concepito, l’interruzione di gravidanza indica la modificazione di una condizione della madre. Anzi della donna, perché la legge 194 ha abrogato sia la parola madre che la parola figlio: se una madre abortisce un figlio, ci troviamo di fronte a una tragedia, ma se una donna interrompe una gravidanza ed espelle il prodotto del concepimento ecco che tutto si riduce a un evento fisiologico della vita di una donna… Questi sono soltanto pallidi esempi di un linguaggio che va crescendo e che si è ormai consolidato nei media, nella politica, nella medicina e ha già trasformato la cultura della gente.

Settimanalmente in “Avvenire” (nella rubrica Controstampa) e mensilmente in “Sì alla vita” (nel Diario), lei propone, attraverso l’analisi di articoli dei principali quotidiani e riviste, un vero e proprio aggiornamento continuo del Dizionario. A suo parere, l’utilizzo ideologico e distorto delle parole è stato uno strumento mediatico dell’ultima campagna referendaria contro la legge 40/2004? Può farci qualche esempio concreto?

Pier Giorgio Liverani: L’antilingua è stata largamente usata dai referendari. Per esempio il termine “clonazione terapeutica” indicava qualche cosa di sostanzialmente differente dalla “clonazione riproduttiva”. Invece si tratta in entrambi i casi della distruzione di un uomo in età embrionale: nel secondo caso, generalmente condannato come inaccettabile sul piano etico, nel primo invece fortemente richiesto e raccomandato per ricavarne le cellule staminali con finalità terapeutiche non dell’embrione, bensì di un’altra persona. Insomma l’uccisione di una persona come cura di un’altra. A parte la considerazione che una simile terapia è soltanto ancora un’ipotesi e non una possibilità accertata. È, però, anche e soprattutto il progetto di un grande business.

Voci di particolare importanza nel Dizionario dell’Antilingua sono le parole che indicano le realtà più autentiche dell’esistenza umana: figlio, bambino, madre, padre… Lei ha osservato che nella “cultura della morte” e nell’abortismo queste parole sono sempre state lo strumento principale. Può spiegarcene il motivo?

Pier Giorgio Liverani: Le antiparole stravolgono il senso delle cose, della realtà, delle relazioni umane. Se io distruggo i rapporti parentali, che sono soprattutto rapporti di donazione gratuita, cioè di amore, posso fare della vita degli altri ciò che più piace a me: è il principio base dell’individualismo radicale e della sua etica utilitaristica.

Molti studi autorevoli oggi sottolineano gli effetti negativi, individuali e sociali, dell’allontanamento del padre dalla vita dei figli. Dal punto di vista della bioetica questo era già stato segnalato quasi 15 anni fa nel suo Dizionario alla voce “Padre”. Può darci qualche indicazione a riguardo?

Pier Giorgio Liverani: L'artificio della legge 194 di svalutare pressoché completamente la figura e il ruolo del padre non è privo di una sua logica perversa e di una sua validità negativa. Nel mio Dizionario spiego come sia proprio il figlio che costituisce il padre nella sua realtà. Tutti ricordiamo l’episodio biblico di Zaccaria, il marito di Elisabetta e padre di Giovanni il Battista. Zaccaria non ebbe fiducia nella promessa di un figlio fattagli da Dio e divenne muto. Ma Giovanni, nascendo, gli restituì, per così dire, la parola consentendogli di dargli il nome. Nella cultura ebraica e soprattutto nella Bibbia i nomi esprimono la sostanza delle cose e delle persone. Nel nostro caso Zaccaria (da "Zekar Jah") significa "Jahweh ricorda". Giovanni, invece (da "Jah hanan"), vuol dire "Dio ha avuto misericordia".

In questo episodio è il figlio Giovanni che ridà la parola al padre Zaccaria, cioè lo ricostituisce come tale dopo che quello, per mancanza di fede, aveva negato la sua stessa possibilità di paternità, cioè la propria identità. In tal modo, se pur sempre è il padre che genera il figlio, tuttavia è il figlio – potremmo dire la "parola" figlio – che costituisce il padre, lo rende pienamente uomo, gli assicura la discendenza carnale e spirituale attuando la promessa – la "parola" – di Dio, cioè del Padre per eccellenza. Nella cultura postmoderna, che del padre ha paura o lo vuole svalutare perché rimanda a Dio, è proprio il "nome figlio" che va riscoperto. E preciso: il nome di Gesù, il Figlio del Padre. Bisogna reimparare a vedere, anzi a contemplare anche i nomi delle cose. Narra la Bibbia che, all’inizio, le cose create non avevano ancora un nome e che Dio volle proprio che fosse l’uomo a “dare il nome” alle cose, affinché ne conoscesse l’essenza e si mettesse con esse in una relazione di verità. La lingua è un’invenzione di Dio, l’antilingua qualcosa di demoniaco.

[Giovedì, la seconda parte dell’intervista: l’aborto in Italia dal 1978 ad oggi; le contraddizioni del referendum sulla legge 40/2004; il contributo del Movimento per la Vita italiano]